Addio don Gallo! Il tuo chicchirichì in Paradiso

Non conosco il fuso orario del Paradiso, né se ce n’è uno solo. Non ci sono mai stato, anche se spero con tutte le mie forze di poterci entrare un giorno.
Non posso dunque sapere che ora era in Paradiso quelle 17,45 di mercoledì scorso quando don Andrea Gallo, decidendo di traslocare dalla terra al cielo, s’affacciò alla porta del Regno dei Cieli facendovi risuonare, inaspettato, il suo canto di gloria, di vita e di vittoria: chicchirichì, chicchirichì, chicchirichì!
Dicono che anche lassù egli si presenterà con il cappello in testa (quello a falda più larga, dato che sulla terra piove), nero come i suoi trench (o trench coat o impermeabili o soprabiti che fossero o che dir si voglia), con il sigaro in bocca (la mano destra a salutare il portiere San Pietro, e la sinistra che indugia ad accarezzare la lunga sciarpa rossa, immancabile quando non è quella coi colori dell’iride o del suo Genoa).
Si può prevedere che la sua morte sarà una specie di lutto cittadino, specialmente fra quelli più border line, di quelli più di là che di qua, più laici che religiosi, più mangiapreti che pretini, più cristiani che cattolici.
Il comico Crozza ha detto di lui che dormiva di giorno per andare in giro la notte, per star vicino a chi di notte è per strada per far la vita o per venderla, per divertirsi o per perdersi, per vendere droga o per cercar di redimerli: «amico dei pubblicani, delle prostitute e dei peccatori» si potrebbe dire riecheggiando, magari un po’ ampliandolo, il Vangelo (Mt 11,19; Lc 7,4).
Non è stato sempre ben visto dalla gerarchia genovese. Divenuto prete, e accolto nella diocesi metropolitana di Genova, ebbe subito a che fare e a scontrarsi con il cardinale che pur lo aveva accolto come prete diocesano (Don Gallo veniva da Ivrea). Era il 1959. Il cardinale, all’epoca il più giovane porporato della Chiesa e punta di diamante dell’ala conservatrice in Italia e in Concilio, aveva appena subito la delusione della mancata elezione a successore di Pio XII (1958).
I modi e le parole, il vestito e il genere di vita del giovane prete non potevano piacere al pur “giovanissimo” cardinale (fu elevato alla porpora all’età di soli 47 anni, una vera rarità all’epoca). La sua frequentazione dei quartieri più popolari e più equivoci della grande città marinara era seguita con inquieto sospetto dalle autorità religiose. Troppo difforme dalla norma, troppo diverso all’apparenza e forse nella stessa sostanza: le dita gialle per la nicotina e il catrame del sigaro sempre in bocca, le sciarpe e gli ombrelli coloratissimi, le messe che ben poco avevano della compostezza liturgica tanto gelosamente custodita e difesa dalla gerarchia, il canto di Bella ciao alla fine della messa, che il prete guidava agitando la stola rossa alimentando così la sua fama di prete rosso, la pubblica confessione d’aver ceduto, “fra i quaranta e cinquant’anni”, alle tentazioni della carne (confessione che l’accomuna a un altro grande apostolo della carità, vera icona mondiale dell’amore per gli ultimi come l’Abbé Pierre); tutte cose che non potevano sperare di passare inosservate o d’essere accettate senza che si battesse ciglio in qualche ufficio di Genova o di Roma. Troppo conosciuto il protagonista, troppo importanti i suoi fan (da Corrado Augias a Gino Paoli a Fabrizio de André) perché lui, il prete della strada e dei trivi (da cui la parola triviale, come sinonimo di volgare, plebeo, grossolano, villano, scurrile), potesse passare inosservato e tollerato senza torcere il naso.
Eppure oggi per i suoi funerali, Genova sarà mobilitata e si sentirà certamente coinvolta in tutte le sue sfere e quei funerali saranno certamente un’apoteosi (tempo permettendo o proprio malgrado il cattivo tempo). E per quel prete, così ostinatamente ribelle e così caparbiamente prete malgrado tutto, molti, che magari non si saranno mai commossi per la morte di un papa o d’un cardinale, oggi si sentiranno toccati e commossi fino alle lacrime. E, fra di loro, qualcuno si sentirà personalmente interrogato: ma cos’era che mi attirava in lui o verso di lui? La sua simpatia tutta umana, la sua bonomìa, la sua fede di sinistra, il suo essere sempre controcorrente? O da dove gli veniva quel magnetismo, quel non so che d’indefinibile, tutto umano e tuttavia così strano, così insolito che necessariamente sembra rimandare a un oltre il cui senso e la cui portata non poté sfuggire a chi pure non ne condivideva l’origine, cioè la fede?
Quanto a me che sto qui a scriverne, me ne sento attratto pur sapendomi e sentendomi tanto diverso da lui. Qualche indizio di diversità? Sia pure. Guardatelo bene: non lo vedrete mai (almeno a me non è mai capitato) di vederlo senza il suo colletto bianco da prete sulla sua camicia nera da prete. Io sono almeno quaranta anni che non ne ho indossato più uno. Non me ne vanto e non pretendo di voler essere in questo un esempio per nessuno. Semplicemente questo è ciò che io faccio. Anche davanti a papa Giovanni Paolo II ero in cravatta su completo nero. Ci siamo dati la mano, gliel’ho baciata, ci siam detti qualche breve parola. Era un’occasione in qualche modo ufficiale: una udienza privata al termine d’un corso di aggiornamento liturgico per i vescovi italiani, a Roma, nel quale avevo svolto una relazione. Erano presenti tutti i vescovi partecipanti (una cinquantina forse, un paio di cardinali e noi, cinque o sei relatori. Non me ne è venuto nessun rimprovero, nessun richiamo. La verità è che io mi sento bene con la cravatta in inverno, con una camicetta con le maniche corte o con una polo in estate. Rigorosamente lunghe le mie maniche sotto la giacca nelle occasioni ufficiali, e sotto il camice in chiesa anche nei giorni più caldi.
Non amo dire parole volgari, mai, neppure per scherzo e neppure fra amici. Mi parrebbe di sentire in bocca il sapore disgustoso delle cose che nomino. Non faccio mai né scherzi né battute pesanti, neppure per sbaglio. Se non mi faccio riconoscere è per non attirarmi favoritismi da zelanti funzionari devoti e dispetti dagli anticlericali. Se uno mi domanda cosa faccio, rispondo sempre “il prete”.
Ho sempre ammirato don Gallo, per aver saputo fare quello che io non ho saputo fare: per aver dedicato la vita ai diversi, alle donne di strada, ai giovani dei marciapiede della droga e del sesso. Per aver parlato sempre chiaro e libero, senza timori e senza riverenze. In questo ho cercato sempre di imitarlo. Non saprei imitarlo invece nel Bella ciao in chiesa né nella stola come bacchetta del direttore del coro.
Mi auguro che la Chiesa comprenda che se don Gallo ha saputo giungere là dove i suoi documenti e i suoi vescovi non sanno arrivare (ma dove sembra sappia arrivare papa Francesco, dovrebbero ringraziare Dio per tutti i don Gallo che ci ha dato (don Milani, don Mazzolari, don Saltini) anche se non saranno mai sugli altari. O i don Puglisi, proprio oggi sugli altari.
Mi piacerebbe che la Chiesa capisse che oggi l’unico miracolo che resta a disposizione dello Spirito Santo se vuole unificare in una sola lingua la babele del mondo, quella è la lingua dell’amore. La Lingua di Madre Teresa di Calcutta, di Giovanni XXIII, di Francesco vescovo di Roma. Che è la lingua del Mahatma Gandhi, di Martin Luther King, di Muhammad Yunus. La lingua di tutti gli uomini di buona volontà, che sono poi quegli stessi che Dio ama (Lc 2,14). In qualunque lingua degli uomini gli parlino.

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