Una terza via per il cristianesimo? Ma per chi?

I miei abituali lettori, almeno quelli che intrattengono come me un nutrito scambio epistolare elettronico, hanno trovato stimolante l’idea cui accennavo giusto alla fine del mio articolo di domenica scorsa, di ritornare sull’idea d’una terza via al cristianesimo per i nostri tempi.
Vedrò di non deludere l’attesa. L’idea, molto semplice, è questa: l’ideale cristiano è tanto grande ed elevato da non poter essere in alcun modo riducibile a un unico modello valido per ogni uomo.
Mi lancerò in un’immagine spericolata, quella del cibo: sette miliardi di umani significano sette miliardi di bocche, di stomaci, di apparati digerenti, ognuno con le più diverse capacità di digerire, assimilare, ciò che si è ingerito; ognuno con le più diverse sensibilità gustative, preferenze, intolleranze, allergie.
Come dare a tutti lo stesso cibo? Ciò che per me è indispensabile per te è intollerabile; ciò che per me è delizioso, per te è repellente, ciò che io digerisco senza fatica, per te è del tutto indigesto. Chi potrà venirmi a dire: questo cibo è considerato sano per tutti, dovrà esserlo anche per te? Chi potrebbe sensatamente sottoscrivere un tale programma? Cosa c’è di più sano del grano? Eppure non per tutti va bene; idem per il latte; lo stesso per le uova…
Ma la Chiesa cattolica stenta a riconoscersi in questa linea. In essa opera da sempre un principio: la fede non può che essere una. Ciò era chiarissimo già ai tempi del sommo Agostino d’Ippona: «Nella fede, unità; nel dubbio, libertà; in tutto, la carità». Anche così sarebbe splendido: peccato che spesso ci si dimentichi del terzo comma.
Inoltre la Chiesa è ferma al primo comma: unità nell’unica fede. Anzi tutto lo sforzo dovrà proprio mirare a questo. L’unità nella professione di fede. A questo ha sempre mirato la teologia, la morale, la filosofia, l’esigesi biblica, la spiritualità, l’ascetica, la mistica, la liturgia, la devozione privata, la pietà individuale e di gruppo, la sociologia cristiana, e via discorrendo… Il messaggio era sempre lo stesso: uno come tutti; tutti come uno solo.
La Chiesa sa benissimo che quell’immenso sforzo di approfondimento teologico, in realtà non ha toccato che in minima parte il grande corpo della Chiesa. Opere scritte per pochi, che al popolo di Dio arrivavano solo “di rimbalzo”, attraverso la mediazione di personale non sempre all’altezza, anzi per i tanti lunghi secoli del medioevo, assolutamente inadeguato e molto spesso indegno (Daniel Rops). Opere delle quali si beavano solo gli “spiriti magni” della Chiesa, dalle quali erano però esclusi tutti i “poveri di spirito”, quei “piccoli” che tanto stavano a cuore a quel Gesù che invece a loro per primi pensava.
Stando così le cose non meraviglia certo che le cose siano andate in senso esattamente opposto alle speranze: competizioni, accuse, condanne, scomuniche, persecuzioni, torture, forche, roghi per eretici e ribelli, massacri, crociate, contro gli infedeli e gli eretici di casa e tutto a “maggior gloria di Dio”. E lo chiamano salvatore, si sentiva chiosare!
Per duemila anni è stata questa la grande tragedia della divisione e della contraddizione del cristianesimo: pretendeva salvarti e ti condannava a morte, ti insegnava l’amore e ti torturava e ti bruciava vivo.
Era questa la tragedia e la contraddizione della teologia: l’ortodossia ti salva anche senza le opere, l’ortoprassi senza la retta dotrtrina non ti basta. E ancora: Ti uccido ma intanto prego per te, mai che ti dicessero ti sbagli, ma ti tratterò comunque come un fratello. Traduciamo: anche se pecchi, se credi rettamente sarai salvo, mentre il grande Agostino diceva altrimenti: «Ama e fai quello che vuoi» ( ché se ami, non peccherai più e allora sarai salvo) .
Oggi si dice spesso che la religione cristiana sta perdendo terreno ai nostri giorni. Che la gente se ne sta allontanando. Che è troppo esigente. Che mortifica lo slancio vitale dell’uomo. Che Dio va cancellato perché mortifica il nostro slancio vitale.
Che sia ancora la voce del grande vecchio di Sils Maria, Friedrich Nietzsche, che sceso finalmente dalle montagne della sua diletta Engadina, annuncia ancora, trionfante e felice, il suo verbo al mondo che lo ascolta attonito: “Dio è morto: io vi annuncio il Superuomo”?
Che sia proprio lui l’anticristo, dato che il suo messaggio è esattamente antitetico a quello del profeta galileo? Nietzsche gli rimprovera tutto della sua predicazione: la rinuncia, la mortificazione, l’obbedienza, la mitezza! Lui invece, nuovo Giovanni Battista, era venuto per annunciare l’avvento del Superuomo. Il suo vangelo è “volontà di potenza”, affermazione del proprio io e della propria volontà di prevalere. Un buon uomo il Gesù di Nazaret, ma troppo dimesso il suo messaggio, certo non malvagio, magari «un po’ idiota». Ha fatto la sua parte, ma come Messia ha fatto il suo tempo. Ora è l’era del Superuomo, di colui che vuol andare sempre oltre il proprio limite. Intanto cancelliamo ogni metafisica, ogni trascendenza. Dio, appunto. Perché Dio è veramente morto. Guai a farlo risorgere. Non ci può essere pasqua di risurrezione per lui.
Quanti hanno accolto il messaggio del Visionario? Molti più di quanto non si voglia credere. Magari non saprebbero dirtelo, non conoscono neppure il suo nome, che pure ha cambiato la storia del pensiero dell’Occidente cristiano, ottenendo come primo risultato proprio l’eclisse della cristianità. Non lo conoscono, ma hanno respirato il suo pensiero con l’aria.
Guardatevi intorno: cosa c’è più di cristiano nella finanza mondiale, nella plutocrazia onnipotente, nel neopaganesimo imperante, nel trionfo dell’edonismo dilagante, nel culto della personalità, nella corte del principe trasformato in ranocchio?
Guardatevi ancora d’intorno: quanti ragazzi muoiono ammazzati nei campus americani? Quante donne vengono uccise dai loro maschi, che avevano giurato loro amore? Quanti capi o uomini pubblici si fregiano ancora del nome di cristiano e si comportano come pagani di sordida moralità amministrativa, politica, sessuale? Quante ragazzine sono spinte dai loro familiari a non farsi più scrupoli, basta che porti a casa soldi, il resto che vuoi che conti?
Andremo da loro ancora a predicare/discutere/litigare sulla verginità di Maria, sulla transustanziazione, sull’infallibilità del papa e via discorrendo? Continueremo a litigare sui pacs (o come miseria si vorranno chiamare) e sulle coppie omosex? O continueremo ad aumentare il numero dei cardinali? Possiamo: a condizione poi di non piangerci addosso se le nostre chiese si svuotano.
Che dovremmo fare allora? Una cosa sola: parlare di LUI! Solo di Lui. E ricordarci che LUI non ha mai scomunicato nessuno. Che ha chiamato “amico” anche Giuda e ha concesso il suo perdono anche a Pietro. Che ha rimandata libera, e viva!, anche l’adultera, esortandola solo a non peccare più.
Ricordandoci che tutto il carciofo è commestibile: a condizione di non voler masticare le blatte più esterne: Mangia pure la parte tenera e con le blatte facci una bella vellutata. Mangerai tutto, non sprecherai nulla e sarà tutto buonissimo. Anche con la nostra fede potremmo fare lo stesso.

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