La morte di Lucio Magri: un esame di coscienza per tutti

Bastava vederlo in fotografia e subito capivi che eri davanti a un uomo.
In lui non c’era nulla dell’ominicchio, uno dei tanti che usurpano gli scranni di Montecitorio e di Palazzo Madama.
Meno ancora c’era in lui del quacquaracqua, che pure non mancano negli emicicli succitati. Di questi ne abbiamo conosciuti molti negli ultimi 15 mesi.
Una vicenda politica tutt’altro che tranquilla, la sua, vissuta sempre con la valigia in mano: dalla DC al PCI, e poi il Manifesto, che gli costerà l’espulsione dal partito comunista “ortodosso”. Poi la militanza fra la sinistra più radicale, sempre con la speranza di ritrovare quella “spinta propulsiva” che a Berlinguer era sembrata ormai perduta per sempre.
Per congedarsi dal mondo Magri ha scelto un modo molto “borghese”, in una clinica svizzera dove per potersi ammazzare in pace ha dovuto pagare una somma fra i 6-9.000 euro. Non pochi per un comunista. Con quella cifra un modesto operaio leninista avrebbe potuto vivere qualche buon anno.
«La mia generazione ha perso» cantava Giorgo Gaber. Anche quella di Magri aveva perso. Aveva dovuto ingoiare l’orribile 1956 (XX Congresso del PCUS, Poznan e Budapest), e poi la primavera di Praga (1968), e il crollo del Muro di Berlino (1989), e la prostituzione totale del comunismo cinese al più selvaggio capitalismo occidentale.
Questa delusione viene vista dai commentatori come una delle due cause determinanti della depressione che avrebbe ucciso Lucio Magri. L’altra è stata certamente la morte della moglie Mara. Ma lei voleva che terminasse il suo libro. L’ha terminato e l’ha subito raggiunta.
Non è facile, a un certo punto della tua vita, dover prendere atto d’aver sbagliato tutto, d’aver dato mente e cuore a un sogno, a un ideale che poi ti ha tradito: che ti si è rivoltato contro perché non ha saputo mantenere le promesse che ti avevano sedotto quando il tuo cuore era ancora vergine.
Come spesso succede dopo un appassionato incontro d’amore con l’amante che sai che ti ha tradito, s’è limitato a girarle le spalle per non svelarle il disgusto che quell’amplesso gli aveva provocato.
Ora, Lucio e Mara riposano l’uno vicino all’altra chiedendo solo silenzio. Sembra d’indovinare le parole di altri suicidi eccellenti: «per favore, niente pettegolezzi» (Vladimir V.Majakovskij), o almeno «non troppi» (Cesare Pavese).
In verità di pettegolezzi non pare che se ne siano sentiti in giro. Chi crede può chiedere solo una cosa: “Signore, premia il suo impegno. Sul resto, non sottilizzare troppo con lui”.

***

Ma una morte così non poteva passare senza suscitare vivaci polemiche.
Sul versante cattolico, mons. Sgreccia pontifica: «nessuno è padrone della sua vita», l’ecumenico Rocco Buttiglione prega: «che il Signore lo accolga fra le sue braccia».
E io? Anch’io prego; anch’io credo che la vita mi è stata prestata, non donata. Che dovrò risponderne come dei talenti della parabola.
A parte questo io invoco soprattutto un profondo, sofferto rispetto per la scelta del convinto partigiano della laicità dell’uomo nelle scelte politiche e in quelle di vita.
Anch’io, certo, come cattolico, riconosco il supremo valore della vita; ma, siccome a me darebbe un infinito fastidio che un altro, di qualunque altro pensiero cultore o di qualunque altro culto seguace, pretendesse di imporre a me la sua legge, così ritengo che il vero cattolico, pur predicando sulle piazze e dai tetti il valore supremo della vita, dovrebbe anche lui guardarsi bene dall’invocare leggi che assolutizzino la sua visione cristiana a scapito dei valori altrui. Qualcuno griderà al tradimento? Faccia pure; è nel suo diritto.
Io credo però che sia lecito, anzi doveroso per ogni uomo riconoscere che una verità allo stato puro non esiste (a parte Dio). Non esiste un iperuranio delle verità astratte: esistono solo verità storiche, incarnate: nel senso che una verità è sempre frutto di “un” pensiero che nasce da “un” cervello, da “questo” cervello; e ogni verità cammina su due piedi, su “questi” due piedi che sono diversi da tutti gli altri piedi: neri o bianchi, rossi o gialli, scuri o pallidi che siano. E ogni colore ha una sua storia, una sua cultura, una sua religione, ciascuna delle quali merita rispetto.
È relativismo questo? Non credo. È un fatto: la relatività è insita nelle cose, nella natura stessa dell’essere uomo e nella necessità che condiziona il suo modo di conoscere la verità. Jean Guitton, il grande filosofo francese un giorno mi disse «sono francese e cattolico; se fossi nato in Marocco probabilmente sarei musulmano, se in Israele sarei ebreo, se in Russia sarei comunista, se in Tibet buddista, se in India apparterrei certamente a qualcuno dei tanti culti che animano la grande spiritualità del popolo indiano».
Ora: è un fatto che noi viviamo in un mondo dove le nostre idee e le nostre fedi sono influenzate in maniera quasi necessitante dalle condizioni spazio-temporali in cui ci troviamo a vivere. Ognuna di queste fedi e di queste visioni della realtà e della vita ha la legittima pretesa d’essere l’unica vera, e dunque d’avere la primogenitura sulla scena religiosa e culturale degli umani: ma guai se ne nascesse la pretesa d’avere il diritto d’imporre la propria legge su tutti gli altri modi di essere e di pensarsi nella scena del mondo.
In un quadro siffatto, io non mi sento in diritto di pretendere che tutti debbano pensarla come me solo perché io sono convinto che questa sia la verità più vera, anzi l’unica vera in assoluto. La mia certezza potrà bastare a spingermi a diventare un apostolo della “mia” verità, ma non può giustificare una procedura di sopraffazione della libertà altrui. Potrò cercare di convincere, ma mi dovrò arrestare sulla soglia in cui comincia il rispetto delle altrui credenze, delle altrui fedi, degli altrui codici.
A questo proposito sarebbe importante persuaderci che Dio non ci ha mandato a redimere il mondo e a salvarlo da ogni suo disordine, errore, peccato. Lo stesso Gesù non lo ha fatto: ha solo parlato d’una salvezza che era una salvezza “offerta”, non imposta, e dunque non “ancora compiuta”. È tanto vero questo, che il mondo, così come ci appare dopo duemila anni, è tutt’altro che salvato.
La salvezza portata da Gesù di Nazaret era un messaggio, un offrirci la possibilità di salvarci a determinate condizioni: se alle parole di Mosè e dei profeti avessimo aggiunto/sostituito la parola del giovane profeta e martire galileo, se avessimo fatto nostro il salto inaudito e umanamente inconcepibile dell’amare il nemico, del benedire chi ci maledice; se avessimo davvero amato il prossimo come noi stessi e se ci fossimo fidati di Dio, quando ci parlava in questo modo umanamente incomprensibile e perfino assurdo, allora la salvezza dell’uomo singolo e dello stesso genere umano sarebbe stata più vicina e anzi per la prima volta davvero a portata di mano.
È così infatti che si è manifestata storicamente la pedagogia divina alla salvezza: Dio s’è comportato con noi come ogni padre e madre e ogni buon pedagogo si comporta: dire, spiegare, insegnare, ammonire, avvertire, mettere in guardia: e nei casi più difficili perfino minacciare sulle cose da fare, sul come farle; e tutto questo senza togliere a nessuno la sua libertà (proprio come la madre e il padre fanno con i propri figli, come il buon pedagogo fa con i suoi discepoli).
Che poi all’uomo non piaccia sentirsi dire cosa fare e come farlo, sentirsi comandare o proibire qualcosa, questo fa parte del rischio d’essere uomini. Se un esploratore rinuncia a servirsi delle scoperte di chi l’ha preceduto nell’esplorazione d’un territorio, farà poca strada. Per questo il Regno di Dio stenta tanto a venire.
Pensavo a tutto questo riflettendo sulla storia e sulla sorte di Lucio Magri. Poi m’è venuto un pensiero che mi ha turbato: ma non era cominciato tutto nella gioventù cattolica?
E allora mi son chiesto: cos’è che non ha funzionato? Perché un seguace di Gesù di Nazaret ha potuto preferire alla dolce parola del mite profeta di Nazaret, la devastante carica di odio dei vari Marx, Lenin, Mao Tse-tung? Cosa, che non sia stata l’abissale distanza che intercorre tra la parola del Maestro e la vita, la condotta, la politica, l’economia, la vita morale di quelli che si dicono cristiani? E come dar loro torto guardando l’anagrafe religiosa di tanti protagonisti degli scandali che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi nei Paesi di antica tradizione cristiana? Poi penso: e se anch’io fossi fra quelli? Sento salirmi in bocca come un rigurgito amaro. E a quel punto capisci anche tutti i Lucio Magri del mondo.

Questa voce è stata pubblicata in Il Giornale dell'Umbria, Politica, Religioni, Sorella morte, Vita come valore. Contrassegna il permalink.

1 risposta a La morte di Lucio Magri: un esame di coscienza per tutti

I commenti sono chiusi.