Quando la preghiera è di scandalo

Può mai la preghiera diventare uno scandalo? Anche solo il pensarlo appare irriverente. Eppure qualche volta avverto questa sgradevole sensazione. È un senso di disagio che mi prende quando leggo certi salmi.
I salmi sono un genere letterario molto particolare, tra le espressioni più alte della religiosità umana di tutti i tempi e, in più, sono componimenti letterari che hanno molto a che fare con la poesia; anzi, non di rado, con la grandissima poesia. Di salmi si nutre da sempre la spiritualità del popolo cristiano, che ad essi attinge a piene mani nella preghiera liturgica e nella devozione privata.
Ma nel pregare i salmi può anche accadere di sentirsi turbati. Ciò avviene quando il linguaggio del salmista si fa voce della paura e dall’odio dell’ebreo che si ricorda d’essere stato schiavo in Egitto, deportato a Babilonia, oppresso nella sua stessa terra sotto la sovranità di regni e di imperi troppo potenti per le sue modeste forze. Piccolo, fragilissimo vaso di coccio tra grandi e solidissimi vasi di ferro, il suo problema era sempre lo stesso: sopravvivere alle minacce che gli venivano dai quattro punti cardinali: dall’Egitto a Ninive, a Babilonia, a Roma, a Alessandro Magno. Chi o che cosa avrebbe potuto salvarlo? Non potendo confidare nelle sue forze, non restava che rifugiarsi nel Dio che aveva saputo suscitare Mosè, i Giudici, Davide, Salomone.
Non gli rimaneva che ricorrere a Dio, scudo e difesa del suo popolo: e poteva accadere che ricorrendo a Dio le paure e i risentimenti sfociassero nell’imprecazione e nella maledizione. Erano tempi duri, in cui gli istinti ferini dell’uomo primitivo venivano esaltati, esasperati dalla memoria e dalla paura: memoria delle violenze, dei massacri, delle schiavitù, delle deportazioni subite; paura che quegli eventi potessero ripetersi a causa della disparità dei numeri e della forza, delle ricchezze e delle armi. E se a un Dio o a una qualche divinità si credeva, principalmente per questo lo si invocava e gli si offrivano sacrifici: perché difendesse il suo popolo sconfiggendo e disperdendo i nemici e punendoli severamente. Del resto non era questo il senso profondo del Patto? Io sarò il tuo Dio e tu sarai il mio popolo; tu mi adorerai e osserverai i miei comandamenti e io darò prosperità e pace ai tuoi giorni sulla terra che ho promesso ad Abramo tuo padre e alla sua discendenza.
La memoria e la fede si esaltavano nel ricordo delle grandi gesta del passato: le piaghe d’Egitto, l’epopea del Mar Rosso, l’esercito egiziano travolto dai flutti mentre Israele era passato sull’asciutto diventavano credenziali essenziali per dichiarare la grandezza del Dio di Israele e per alimentare nelle generazioni successive la fede e la fiducia nel Dio di Abramo, di Mosè e di Davide. Di queste memoria si è nutrita la fede degli Ebrei nei duemila anni di forzata diaspora. Perché questa fede sopravvivesse era considerato essenziale riproporre ai posteri la memoria della terribile potenza del Dio dell’Alleanza.
Il problema è tutto nostro. Avendo noi avuto un altro Maestro dopo Mosè, e più grande di lui, certe parole e certi sentimenti non ci si addicono più. Nasce da qui il nostro turbamento: l’anima cristiana stenta ad accettare questo linguaggio, la sua coscienza se ne discosta anche nel timore che qualcuno possa concludere che all’origine di tante stragi ci sia proprio la religione. Perché allora mantenere nella preghiera dei cristiani parole che grondano odio e imprecazione?
Versi efficaci, potenti che hanno nutrito per millenni la coscienza nazionale e la fede dell’Israele disperso nella diaspora e l’hanno sostenuto nella speranza profetica de «l’anno prossimo a Gerusalemme».
Ma alla nostra coscienza cristiana innamorata della pace che Cristo ci ha lasciata come testamento spirituale, questi e molti altri versetti dei Salmi sono di increscioso disturbo e ne faremmo volentieri a meno. La Chiesa, che ha già tolto dal salterio liturgico alcuni versetti particolarmente crudi, farebbe sicuramente bene a toglierne qualcun altro. Tutto ciò che si contrappone alla mitezza del Vangelo, al precetto di Gesù di amare i nostri nemici e di pregare per chi ci maledice, alla mitezza di Gesù verso Giuda che lo tradisce con un bacio, alle parole del Padre nostro «come noi li rimettiamo ai nostri debitori» stona irrimediabilmente sulla nostra bocca.
Questo non vuol dire respingere o misconoscere il ruolo dell’Antico Testamento nella storia della salvezza, significa solo percepirlo e ‘tradurlo’ in maniera diversa: esso ci permette di meglio valutare e apprezzare il cammino che la Rivelazione ci ha consentito di fare. Quelle parole sono state scritte quando Gesù non era ancora venuto e i cuori erano ancora primitivi, quasi selvaggi. Il cammino verso il Comandamento dell’Amore era ancora lungo e tutto da percorrere. Non scandalo dunque, ma ammirazione per i frutti che quel misterioso ‘vangelo seminale’ (spermatikòs) contenuto nell’intera Rivelazione avevano potuto già produrre prima ancora che apparisse Gesù. Tutto questo è certamente vero. Epperò…
Epperò mi piacerebbe vedere che la Chiesa sapesse prendere discretamente ma ufficialmente le distanze da quel passato: senza condannarlo, certo, perché se è vero che sono l’uomo e l’umanità che fanno la storia, è anche vero che il singolo uomo – fatta eccezione per relativamente pochi grandi spiriti destinati a imprimere una svolta nella storia della civiltà – ogni singolo uomo è lui stesso il figlio e il frutto e l’immagine della storia, di quel momento di storia che l’ha visto nascere e nel quale egli s’è trovato a vivere.
Mi piacerebbe vedere la Chiesa, che riconoscendo questo suo oggettivo e neppure colpevole condizionamento umano, osasse dire: noi adoriamo il mistero di Dio che per salvare l’uomo non ha disdegnato di fare i conti con la storia umana. Ma da quel lontano passato precristiano noi prendiamo oggi le doverose distanze: noi siamo cristiani; di tutto ciò che precede Cristo, noi prendiamo ciò che lo prepara e lasciamo cadere ciò che lo separa da lui: la violenza prima di tutto.

Antico Testamento
«Le lodi di Dio sulla loro bocca e la spada a due tagli nelle loro mani / per compiere la vendetta tra i popoli e punire le genti / per
stringere in catene i loro capi, i loro nobili in ceppi di ferro» (Sal 149,6-8).
«Piombi su di loro la morte, scendano vivi negli inferi; /… Tu, Dio, li sprofonderai nella tomba gli uomini sanguinari e fraudolenti: essi non giungeranno alla metà dei loro giorni. (Sal 54, 17-17.24)
«Sterminerò ogni mattino tutti gli empi del paese, / per estirpare dalla città del Signore quanti operano il male» (Sal 100,8).
« Travolse il faraone e il suo esercito nel Mar Rosso … Uccise re potenti… / Seon, re degli Amorrei… / Og, re di Basan…» Sal 135 1.15.17.18-20)

Nuovo Testamento
«Rimetti a noi i nostri debiti,
come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (MT 6,12)
«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9)
«Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada, periranno di spada» (Mt 26,52)
«Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni e gli altri; come io vi ho amati, così amatevi anche voi» (Gv. 14,34)
«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai i tuoi nemici”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siete figli del Padre vostro celeste…Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i peccatori?» (Mt 6,43-46)

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