Immacolata concezione, natale: vale ancora la pena?

Oggi, giorno in cui scrivo per domani domenica, è sabato 8 dicembre, una delle feste più amate dal popolo cristiano.
Una festa questa che ebbe una storia abbastanza contrastata e che solo con la proclamazione del dogma dell’immacolata concezione di Maria trovò il modo di porre fine a ogni contrapposizione tra assertori e negatori del dogma. La definizione dogmatica voluta da Pio IX e proclamata nel 1854, sembrò ricevere la definitiva ratifica e sanzione dalle stesse parole della Vergine alla piccola Bernadette Soubirous, alla grotta di Massabielles di Lourdes, nel 1958 (dunque appena quattro anni dopo la proclamazione del dogma), quando alla domanda della fanciulla, che le faceva presente che il parroco voleva conoscere il suo nome, la visione rispose «que yo sòi era inmaculada concepciou». A parte le differenze lessicali riportate nelle diverse edizioni del racconto, l’episodio rimane clamoroso. Questa bambina che non sapeva né leggere né scrivere, seppe riferire al suo scetticissimo parroco, con termini assolutamente corretti, uno dei più ardui concetti della mariologia.
Da allora naturalmente le porte del culto si spalancarono definitivamente e oggi questa solennità mariana ha potuto sopravanzare la stessa festa dell’assunzione (15 agosto) ben più antica e dal passato assai più tranquillo della festa dell’8 dicembre (qualcuno forse avrà già fatto il calcolo dei nove mesi che separano l’8 dicembre (concezione) e l’8 settembre (nascita) della madre di Gesù; proprio come fra l’annunciazione di Maria (concezione di Gesù) e il 25 dicembre corrono giusto 9 mesi, il tempo di una normale gravidanza. La liturgia è sempre molto attenta a queste alchimie del simbolismo.
Detto questo della madre, tra diciassette giorni sarà natale, anniversario (si fa per dire, perché neanche di questo sappiamo nulla di preciso sul giorno esatto della nascita di Gesù; questi particolari, per noi tanto importanti, non avevano alcun peso per gli antichi storici). Un natale, quest’anno, che forse ci risparmierà le tante e spesso tanto offensive follie dei natali stile anni delle vacche grasse: dimagrite di colpo le vacche, anche le nostre mense sono diventate più sobrie e, sia pure a muso lungo, molti hanno imparato finalmente cosa voleva dire Sant’Alfonso Maria de’ Liguori († 1787 ) quando ci insegnò a cantare “al freddo e al gelo”. Se è vero che non tutti i mali vengono per nuocere, forse alla fine si potrà dire che anche in questo caso la verità di questa massima è stata comprovata.
Basteranno queste poche considerazioni a farci ritrovare il senso vero della nostra vita, soprattutto quello della vita nascente, in un mondo in cui gli umani, secondo recentissime stime, cominciano a pensare che in fondo vivere senza figli è meglio? Già perché proprio questo sta emergendo da attente ricerche sociologiche: che oggi sono in aumento le coppie senza figli, o al massimo con un solo figlio, spesso voluto ed avuto solo molto avanti negli anni, intorno o anche oltre i quaranta, quando dalla vita s’è già avuto tutto, o almeno molto, e il figlio può anche apparire come l’ultimo sfizio che ci si vuol concedere: così potremo dire d’averle proprio provate tutte e sapremo a chi lasciare tutto quello che abbiamo saputo accumulare e che ci seccherebbe molto dover lasciare a chi non ha fatto proprio niente per noi.
Perché è inutile girarci attorno: un figlio ti limita, ti condiziona, ti impone dei doveri, degli obblighi, dei sacrifici, delle rinunce… già soprattutto rinunce. E perché dovrei impormi questi obblighi e queste rinunce?
Ma c’è di più, perché se questo dovesse alla fine essere riconosciuto come un discorso sano e un sacrosanto diritto, che senso avrebbe più domandarci ancora se la famiglia, per essere una vera famiglia, deve poter prevedere, consentire almeno la reale possibilità di avere figli? Perché bisogna essere consapevoli che oggi, se non hai alle tue spalle almeno due nonni, la nascita e la crescita e l’educazione d’un figlio saranno problemi grossi per i due giovani genitori. Per i genitori e per i figli allo stesso modo. Ricordate l’atroce e calcolatissimo verso di De André nella sua originale rilettura dei dieci comandamenti, quando, giunto al sesto dice: che sì, lui, magari, disperdendo il seme (cioè rendendo impossibile, in un modo o nell’altro, la concezione del figlio) può anche aver «confuso il piacere e l’amore / ma non ha creato dolore»? Quante volte vedendo nugoli di bambini malnutriti non abbiamo detto, a noi stessi o magari anche ad alta voce, ma perché non si danno una calmata? Alludendo ai genitori in calore naturalmente.
Da qui l’obiezione: ma allora, se fare i figli è un problema tanto grosso, se devo in un modo o nell’altro concludere che vivere senza figli è più semplice e comodo, se i mezzi a disposizione per poter mettere in atto questo proposito oggi sono tanti e del tutto puliti (metodi e strumenti contraccettivi per niente invasivi come oggi si ama dire: pillole, spirali, guaine usa e getta ecc.), se dunque l’atto sessuale può essere del tutto spogliato liberato del suo fine procreativo, se il suo valore primo e più essenziale non è il procreare, ma lo stabilire e il mantenere una ragionevole e appagante relazione fra i due partner, allora perché non arrivare alle estreme conseguenze e non riconoscere che per essere coppia, famiglia, perfino marito e moglie, perfino padre e madre per via adottiva, non è affatto necessario essere maschio e femmina, ma dovrebbe essere consentito a chiunque stabilire una partnership in tutto equivalente al matrimonio se appena appena si prescinde dal mettere al mondo un figlio biologicamente proprio. Perché due uomini, due donne non dovrebbero potersi sposare e formare una famiglia in cui – assegnandosi responsabilmente i ruoli del padre e della madre, o magari reinventandoli del tutto daccapo, come tante volte è successo con i ruoli riconosciuti e riformati nella e dalla storia – ciascuno trovi di fare la sua parte per il bene di tutti, “genitori” e figli? Qualcuno vorrà dirmi che non era questo il progetto divino? Ma se io non credo in Dio chi può obbligarmi a vivere come se io ci credessi, o chi può (che è lo stesso) impedirmi di realizzare il mio proposito? Chi può dare alla Chiesa potere su qualcuno che non riconosce alla Chiesa questo diritto?
Posto così il problema sembra quasi irrisolvibile, e per Chiesa si pone immediatamente il problema della sua legittimazione. Se non posso legiferare su queste sacrosante e fondamentalissime materie che ci starei a fare?
Ebbene, no, Madre Chiesa, no; e qui ti parlo come figlio che ti riconosce madre santa e legittima: la tua ragion d’essere rimane, intatta e fondamentale, anche in questa materia: basta che tu riconosca che tu non sei stata mandata a legiferare sugli uomini, ma a predicare agli uomini; non a imporre una legge, la tua legge (quella che tu chiami legge di Dio) agli uomini, ma a ricordare agli uomini che Dio ci ha fatto conoscere la sua volontà e la sua legge, che quella legge tu la consideri la più perfetta e la più a misura d’uomo. Questo diritto nessuno te lo contesta; ciò che ti viene contestato è il diritto d’imporlo a chi non crede. Nessuno potrà dire che siano la stessa cosa.

Questa voce è stata pubblicata in Chiesa, Famiglia, Il Giornale dell'Umbria, Sessualità. Contrassegna il permalink.