Ipazia, ovvero, quando Dio diventa di troppo

Ipazia, il fim di cui tanto si è parlato e si parla, più che un’opera d’arte è un MANIFESTO ideologico. Un film a tesi, la cui tesi è una sola: meno si parla di Dio, più pace ci sarà sulla terra.
Allora un film da snobbare, da ignorare o addirittura da “bruciare” nel rogo della bibliotca d’Alessandria (qualcuno certo avrà rilevato l’evidentissima citazione dal film Il nome della Rosa di Eco-Annaud (ma quanto meno efficace, quanto meno struggente di quella!).
Per niente. Un film, anzi, che i cristiani (i cattolici) farebbero bene a prendere molto sul serio perché, pur nella grossolanità delle sue accuse, nella volgarità di certe sue rappresentazioni, nella cupezza delle sue atmosfere, esso può tornarci molto utile per capire qualcosa, o forse molto, delle tante accuse che non solo dal mondo della cultura, degli «oltracotanti sofi» (G.Carducci), ma anche dal mondo degli umili, dei semplici, delle donne, dei giovani sempre più spesso ci vengono mosse.
Cercherò di parlare apertamente, avendo per modello e patrono il mite e forte vescovo Sinesio di Cirene nelle sue parole riportate nella terza finestra allegata: «Non accetterò mai di dissimulare le mie convinzioni. La mia lingua non sarà mai in disaccordo con la mia coscienza».
Confesso che sono uscito dal cinema con l’amarezza in bocca e nel cuore: questo pensano di noi i nostri fratelli, quei fratelli per i quali abbiamo scelto di vivere, per portare anche a loro la salvezza di Cristo. Dov’è l’errore che abbiamo commesso, la ragione di tanto odio verso coloro che predicano l’amore?
Nel mirino del regista non c’è solo la religione cristiana, ci sono tutte le religioni in questione: cristiani, ebrei, pagani. Se il primo posto nella lista nera spetta ai «talebani cristiani» (Umberto Eco), è solo perche erano essi, in quel contesto, i vincitori.
Questa globalità dell’accusa e del giudizio è una specie di dogma: è la religione la grande droga che esalta gli animi e li prepara alla violenza. Aboliamo Dio e verrà meno la più formidabile ragione di discordia, di rivalità, di odio mortale tra gli uomini.
L’Alessandria di Ipazia diventa metafora del mondo di sempre: un mondo dove tre religioni si fronteggiano e si dividono le preferenze e i consensi di degli uomini. Studiate la loro storia, contatene le guerre, i màrtiri, le carneficine che ne hanno segnata la storia e avrete una misura di quale sia il potenziale di rovina e di infelicità che si nasconde dietro le loro melliflue parole. Questa l’accusa.
I pagani hanno perseguitato i cristiani dandoli in pasto alle fiere, cristiani hanno perseguitato gli ebrei e sterminato i nativi delle Americhe e non solo; l’Islam, originario dell’Arabia, in meno di un secolo ha cancellato il cristianesimo dal Nord dell’Africa, da tutto il Medio Oriente e della stessa Palestina dove Gesù era nato. In meno d’un secolo era arrivato fino a Poitiers; più tardi arriveranno a Costantinopoli e addirittura fino alla cristianissima Vienna. Se i cristiani hanno sterminato i popoli indigeni delle Americhe, l’Islam ha trascinato nel Nuovo Mondo “mandrie” di schiavi dall’Africa nera e dall’India: gli uni e gli altri uniti nello stesso scellerato disegno di sopraffazione e di sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo.
E chi ha fatto questo erano tutti adoratori dello stesso Dio, il Dio di Mosè, di Gesù e di Maometto.
Se così stanno le cose – e le cose stanno certamente così – non sarebbe molto più semplice toglierci una volta per tutte questa palla di piombo dal piede e buttarla nel mare, magari proprio laggiù, nelle Fosse delle Filippine dove il mare è più profondo?
Pensate se domattina l’umanità intera si svegliasse e trovasse affisso a tutte le strade del mondo l’annuncio strabiliante: DIO È MORTO!!! Non sarebbe questa davvero la parola più nuova che sarebbe risuonata sotto il sole? «Allegri fratelli, non ci sono più ragioni per odiarci: il tiranno è morto, Dio è morto!».
Non ci saranno più musulmani, ebrei, cristiani: tutti semplicemente uomini UOMINI! Non sarebbe bellissimo? Morto Dio, l’uomo prenderà finalmente il suo posto, e SARÀ COME DIO: non era questo il premio al frutto proibito, la grande seduzione dell’Eden? Ebbene da oggi è realtà. Non sarebbe meraviglioso tutto questo?
Ahimè, credo proprio di no. Perché il male non sta certo in Dio: in questo Dio che se non c’è non può certo darci fastidio, e che, se c’è, usa tutt’altro linguaggio dal nostro. Questo Dio di cui si parla tanto male, ma quando è lui che parla è capace di dirci: «ama il prossimo tuo come te stesso!». Anzi va ancora più lontano: «Come io ho amato voi ». Dette da lui, che ci ha amati fino a dare la sua vita per noi, fa certo impressione. Se il mondo facesse sue queste parole, sarebbe probabilmente migliore.
Ma il mondo se ne guarda bene dal farle sue. Anzi, le contraddice.
Il mondo, come noi lo conosciamo, cioè come l’uomo l’ha costruito nei suoi Xdecenni di migliaia di anni di civilizzazione, è un mondo essenzialmente fondato sull’ingiustizia, dove si è voluto dar credito a quanto di più iniquo c’è nel mondo: al diritto della forza, dell’intelligenza, della scaltrezza, dell’abilità; e in nome di tutto questo siamo disposti ad accettare tutto, anche le disparità più scandalose.
Contro tutto questo ha parlato Gesù Cristo nel suo Vangelo, quando ha annunciato le sue beatitudini: Beati i poveri, beato chi piange, beati i pacifici, beati i puri di cuore. E fin qui poteva anche andare. Ma non si è fermato qui, perché ha anche detto: guai a voi ricchi, guai a voi che ora ridete, guai a voi che ora siete sazi! Ebbene questo no, questo non poteva, questo non doveva dirlo!
Per questo il mondo non lo ha accettato, e come un corpo estraneo l’ha rigettato. Non era dei suoi. I suoi primi discepoli hanno avuto il coraggio di seguirlo su quella strada, e il mondo ha rigettato anche loro. Alla fine i suoi hanno preferito scendere a patti col mondo: in cambio avrebbero potuto continuare a predicare. Così i suoi hanno rinunciato a fare quello che predicavano; il messaggio diventava meno sovversivo, i patti potevano essere accettati.
Questo mi sentirei di dire ad Amenábar: se cerchi un responsabile dei mali del mondo, lascia perdere Dio. Rimani con i piedi per terra e smetti di guardare in cielo. E vedrai quanto male c’è quaggiù. E niente di quel male viene da Dio. Non, per lo meno, da quello di Gesù Cristo. La parola di Dio non fa mai male a nessuno: chi ha inventato la polvere da sparo non ha inventato i cannoni, chi ha studiato le potenzialità dell’uranio non pensava all’atomica, chi ha concepito Adolfo Hitler non pensava ai lager nazisti. È l’uomo che è capace di prendere anche le parole dell’Amore per farne motivo di odio.
Il male è dentro di noi, tutto dentro di noi. Siamo noi che con un vaso di fiori sul tavolo possiamo uccidere un uomo. Dio ci ha dato una ragione che noi possiamo usare bene o male, e spesso la usiamo malissimo. Anzi, quanto più quell’intelligenza sarà grande, tanto più sarà pericolosa. Un cretino non può far molti danni. I grandi danni li fanno solo i geni. Che poi qualcuno di questi geni criminali entrino anche nella Chiesa di Dio non può meravigliarmi. Ma la colpa non sarà certo di Dio.

(I° finestra)
Cirillo d’Alessandria († 444): chi era costui?

Certamente un grande. Anzi «uno dei più grandi nomi della letteratura cristiana dei primi secoli. La sua opera occupa ben dieci dei monumentali volumi dell’edizione del Migne (MG 68-77). Le sue opere furono subito apprezzate e tradotte in più lingue. I suoi scritti restano una fonte di prim’ordine per la storia del dogma e della dottrina cristiana».
Fu patriarca di Alessandria d’Egitto, allora capitale culturale dell’ impero romano. Era nepote di Teofilo, suo predecessore. «Come patriarca rimane una figura assai discussa. Aveva in comune con lo zio una certa durezza contro gli avversari, come testimonia il rigore con cui trattò ebrei e novaziani, non esitando davanti all’espulsione e alla confisca dei beni, Entròin conflitto con il prefetto imperiale Oreste.
L’implacabile lotta che sferrò contro gli ultimi resti del paganesimo spiega senza dubbio perché si è fatta risalire a lui… la responsabilità dell’assassinio della celebre filosofa Ipazia, crudelmente linciata da una folla di cristiani sulla scalinata di una chiesa, nel marzo 415, benché nulla sembri stabilire la sua colpevolezza in un crimine così efferato». Cirillo morì il 27 giugno 444.
Carattere duro, certamente, ma è assi probabile che il film attribuisca a lui gran parte dei torti del suo predecessore e zio Teofilo di Alessandria, che F.Gibbon descrive così: «perpetuo nemico della pace e della virtù, un uomo audace, cattivo, le cui mani furono alternativamente insozzate dall’oro e dal sangue». «Ci può essere dell’esagerazione (nota il Quasten), ma le fonti di cui disponiamo lo presentano come una trista figura di vescovo, violento, scevro di ogni scrupolo».
(I testi citati tra virgolette sono tratti da J.Quasten, Patrologia, II, p.118-120).

II° finestra
Sinesio di Cirene († ca. 413?) Una bella figura di vescovo , di intellettuale, di poeta, trattata malissimo dal film, specialmente nell’odiosa scena in cui quest’uomo, di cui si conosce l’intelligenza, l’eleganza, la raffinata cultura platonica (è conosciuto come «il platonico mitrato»), ingiunge al prefetto imperiale Oreste di inginocchiarsi.
Sinesio fu allievo di Ipazia, verso la quale nutrì sempre grande ammirazione, chiamandola «la sua «maestra», la sua «madre», «il filosofo». Nato pagano, si sposò con rito cristiano con una donna cristiana da cui ebbe tre figli. Ancora pagano e già sposato e padre, fu scelto dal popolo a vescovo della città di Tolemaide. Egli esitò a lungo, e finalmente si lasciò battezzare e accettò la cattedra episcopale. Nobilissime e fiere le sue parole al proposito: «No, se sarò chiamato all’episcopato, non andrò, ne chiamo a testimoni Dio e gli uomini, a predicare dogmi ai quali non crederò».
E ancora: «Le mie dottrine sono l’unico punto su cui non potrò farmi violenza».
«Non accetterò mai di dissimulare le mie convinzioni. La mia lingua non sarà mai in disaccordo con la mia coscienza».
Accettò l’episcopato solo a due condizioni: che avrebbe potuto continuare a vivere nel matrimonio e che non sarebbe stato obbligato a deporre le sue opinioni filosofiche.
Un’altra grande pagina di questo grande oratore, poeta e soprattutto vero cristiano, contiene questa perla:
«Niente mai è stato più fatale all’Impero del lusso teatrale dispiegato intorno al basileus (re) . Si prepara nel mistero un fasto pomposo, di cui fate poi ostentazione alla maniera dei barbari. Ma l’ostentazione cela la debolezza sotto ingannevoli apparenze. Tutto questo può non valere solo per i re».
È deplorevole che di questa nobile figura di vescovo si sia voluto fare una caricatura nel film pamphlet di Amenábar

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