Muor giovane colui che al cielo è caro

C’è qualcuno fra i miei Lettori che non conosce il verso di Giacomo Leopardi che fa da titolo a questo articolo, traduzione dal greco del commediografo Menandro, che letteralmente andrebbe reso così: colui che gli Dei amano, muore giovane?
Sono pensieri, quelli che seguono, ispirati dai recentissimi eventi riguardanti Silvio Berlusconi: i cinquant’anni dalla morte di John Fitzgerald Kennedy e la decadenza dello stesso Berlusconi dal Senato della Repubblica.
Come si possono anche solo accostare due eventi così diversi? Da una parte il martire della democrazia nel suo senso più nobile, dall’altra il Cavaliere cui, per le sue malefatte, è stato tolto anche il cavallo. Come mettere vicini, a confronto, il mito e il mitomane, l’eroe e la macchietta?
E invece si può, a me pare. Perché i due avevano qualcosa che li univa, qualcosa di molto secondario, magari, eppure importante: entrambi erano donnaioli impenitenti, più “sciupafemmine” che grandi amanti, gente da “una botta e via” (Rugantino) o anche da “finché non mi stufo, poi sotto un’altra”. Tombeurs de femmes, un po’ Duca di Mantova («questa o quella per me pari sono», (Rigoletto) e un po’ Don Giovanni («Non si picca se sia ricca, / se sia brutta, se sia bella;/ Purché porti la gonnella»: tanto è solo per il «piacer di porle in lista» (Madamina il catalogo è questo).
Per J. Kennedy si parlò di più di mille donne; per Berlusconi si dice che quando ci si mette se ne fa a grappoli.
Né furono i soli. Non ne sarebbe stato immune neanche Martin Luther King, il profeta del sogno, del I have a dream: con lui tutti abbiamo sognato un mondo dove non era il colore della pelle a far la differenza fra uomo e uomo, fra donna e donna.
Perché un leader “deve” farti sognare: anche Kennedy aveva messo le ali ai nostri sogni con il suo Ich bin ein Berliner, e tutti lo fummo con lui. Anni stupendi quelli, che avevano solo un difetto: che finivano troppo spesso col macchiarsi del sangue di chi ci faceva sognare: John e Bob Kennedy, M.L.King, Dag Hammarskjöld, Aldo Moro, Oscar Arnulfo Romero, Che Guevara, il Generale della Chiesa, Falcone e Borsellino: e sai quanti altri?
Non tutti erano giusti allo stesso modo e nella stessa misura. La debolezza del sesso per esempio, dev’essere stata abbastanza frequente. Ma almeno lo facevano con discrezione. Oggi la chiamano ipocrisia; ieri la chiamavano pudore. A me piace il pudore. Il non averne saputo niente prime giovò molto ai due Kennedy e a M.L.King. A Bill Clinton andò peggio: se volle terminare il mandato dovette chiedere solenni e pubbliche scuse. Noi, di gusto meno esigente, ci siamo accontentati di Berlusconi, molti scandali e niente mito. Ha avuto in mano un potere pressoché assoluto per quasi dieci anni, e il Paese è sempre lì che si dibatte in una crisi che ci strozza.
Però gli italiani gli avevano creduto. E chi meglio di lui? Il classico self made man, ricco a palate, anzi a camionate di euro e di dollari. Pensavano: se è stato bravo per sé, si diceva, sarà bravo anche per noi. Qualche vizietto? E chi non ne ha? Gli piacciono le donne? Beato lui! Soldi per pagarsele le ha. E così fu: essendo generoso con gli amici, perché non doveva esserlo con le amiche? Le ospitava all’Olgettina, organizzava feste per loro e dava loro un dignitoso stipendio mensile, più qualche mancetta per gli straordinari. Quando si dice il buon cuore! Del resto si sa che ci sono donne alle quali i soldi non fanno schifo. Poi non erano tante, solo alcune decine.
La gente lo adorava. Andavano in deliquio per lui. E gli perdonavano tutto. E poi che c’era da perdonare? Con i suoi soldi uno fa quello che vuole. È un uomo di successo, un grande imprenditore, mica un frate! Anzi sai che ti diciamo? Meno male che Silvio c’è!
E poi è una legge di natura, essenziale per l’evoluzione della specie: alle femmine piacciono i maschi dominanti, una garanzia di buona prole. Tra le scimmie come fra gli uomini. Chi se ne intende che dal potere si sprigiona una tale potenza erotica, cui poche donne sanno resistere. Il contrario di ciò che accade fra i maschi: il maschio maltratta e perfino uccide la femmina che ha più successo di lui.
Mi dicono. Berlusconi è finito; basta parlare di lui.
Che sia finito, andrei cauto a dirlo. Berlusconi ha ancora molte anime in serbo. Vedrete, ne userà molte.
Ma in questa storia c’è qualcosa che mi stimola particolarmente: è il confronto fra i diversi destini di quei giovani eroi caduti nell’età verde, a battaglia non ancora conclusa, e quest’uomo ormai entrato nella quarta età, ma non ancora domo, non ancora appagato, che sembra inseguire una meta sempre a portata di mano e mai agguantata, mai conquistata e posseduta. Cosa può essere mai questa aspirazione inappagata, sempre un passo più lontana, un gradino più su?
Tento un azzardo: è proprio quell’ingresso nel mito, quel desiderio d’eternità che un uomo della sua ambizione crede bene d’aver diritto di vedere appagato. Che gli manca del resto per essere anch’egli un mito per tutte le stagioni?
Tenterò una risposta. Non so in quanti la condivideranno. Ma val la pena provarci.
Berlusconi è stato a un passo dall’entrare nel mito. E per un niente l’ha persa. Sarebbe bastato che quella madunina di gesso l’avesse colpito bene: d’incanto Berlusconi sarebbe entrato nel Mito (nella Storia c’è già). Quel volto insanguinato avrebbe dato la misura del suo sacrificio. Amato o odiato che fosse, nessuno avrebbe potuto negargli l’onore del martirio.
Ma così non è andata. Silvio si è salvato, dopo pochi giorni s’è fatto vedere in pubblico con i segni della violenza subita. La sua disavventura è stata ripagata con un paio di milioni di voti, alle successive elezioni.
Il suo cuore ha esultato: scampato al pericolo, vincitore alle elezioni. La rivincita del martire.
Ma adesso la Parca, delusa a Milano, sta prendendosi la sua rivincita a Roma. Rincarando continuamente il prezzo. Quante amarezze gli avrebbe evitato la Bella Morte! Avrebbe risolto alla radice la freschissima separazione da Veronica; Napolitano non lo avrebbe cacciato dal governo; non avrebbe subito gli scherni di quella nullità di Sarkozy e dell’antipaticissima Merkel; gli sarebbero state risparmiate le condanne che ormai cominciano a piovergli addosso a grappolo; non sarebbe decaduto dal Senato e non avrebbe subìto l’umiliazione e la tristezza degli arresti domiciliari e/o dei servizi sociali; Non vivrebbe ogni giorno e ogni notte con l’angoscia di chissà che gli regalerà il nuovo giorno sul versante dei processi, a domandarsi se avrà fatto davvero bene a fidarsi di sé, a non fuggire ad Antigua finché era in tempo. Infine, non starebbe a rodersi il fegato con i ricordi dei bei tempi che furono, quasi un Napoleone in sedicesimo in una Sant’Elena dorata quanto si vuole, ma pur sempre un’isoletta sperduta nell’Oceano australe.
Qualcuno dirà: ma intanto è vivo, vuoi mettere… E poi vedrai, combatterà come un leone. Su questo ci puoi giurare. Ma davanti a un buon fucile anche il leone più maestoso e furioso può cadere. Soprattutto si sarebbe risparmiato l’umiliazione di finire peggio di Caligola che fece senatore il suo cavallo; Berlusconi, è dovuto uscire dal Senato a piedi, perché con la decadenza gli hanno tolto, con il titolo di Cavaliere, anche il cavallo.

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