Guardatele bene….

Guardatele bene: sono l’una il contrario dell’altra.
La prima, la più anziana, o forse già vecchia, il viso rugato
sfiorito appassito.
L’altra giovanissima, forse fra i 14 e i 16-17 anni, come era in uso
allora, che la donna doveva essere giovane per poter garantire
alla famiglia, all’uomo, una discendenza e dunque un futuro.
Niente era più detestabile per un uomo morire senza una discendenza. Era un morire del tutto, un non essere vissuto nemmeno, segno forse di maledizione di Dio.
E per una donna, non sapere, non poter dare un figlio al marito era una vergogna non riparabile, un marchio di inutilità che ti saresti portata dietro e addosso, per tutta la vita.
La “Vecchia” dunque era sterile e s’era ormai rassegnata alla sua triste sorte. Ella stessa parla con immenso dolore del suo disonore, della sua sterilità.
Quando le arriva a casa la cugina Maria, Elisabetta è già al sesto mese di gravidanza. Già si “vede” che lei non è sola. Che qualcuno la inabita: il figlio che le respira dentro, quel piccolo cuore che le pulsa dentro.
Quel piccolo corpicino che non può ancora vedere, che può solo sentire, incomincia ad agitarsi, a muoversi, forse a scalciare come avesse premura d’uscire, di vedere, di partecipare all’incontro e alla festa in famiglia.
Ma non è ancora il suo tempo. Rimarrà dentro ad aspettare che il suo turno arrivi.
Intanto la mamma e la zia si fanno complimenti e si benedicono a vicenda, rapite in quel gioco d’amore che solo un Dio può inventare. Un lungo abbraccio stringe sotto i lunghi mantelli, quasi un unico corpo, la Vecchia e la Fanciulla, unite per sempre dal destino dei figli.
Uno decapitato: Giovanni il figlio della Vecchia; e Gesù il figlio della Vergine. Unite allora nella stessa gioia, poi nella stessa sorte dei figli.
Con ciò vi benedico tutti, e a Loro vi affido.
Don Antonio

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