Il pugno di Bergoglio fa male ai teocon

Giuliano Ferrara ha accusato il colpo. E ha risposto da par suo. Non gli è piaciuto il pugno di papa Francesco. Deve avergli spento del tutto la sua già traballantissima simpatia nei confronti del papa argentino troppo pampeano e troppo poco parigino per i suoi gusti da teocon scic.
Troppo inadeguato culturalmente il papa sudamericano: vuoi mettere il papa tedesco, raffinatissimo teologo, col suo camauro troppo grande per la sua testa troppo piccola (anche se piena di materia grigia), con le sue scarpe rosso-Prada e con la mantellina di velluto rosso bordata in ermellino? “Quelli eran tempi, sì, erano tempi!” sospira oggi l’ateo devoto Giuliano Ferrara, facendo il verso all’allora giovanissima Gigliola Cinquetti.
Il quale non parla mica di infortunio, di incidente di percorso; anzi esclude perfino che si possa parlare di gaffe. Neanche per niente. Nelle parole dette sull’aereo diretto alle Filippine, sarebbe stata l’anima profonda del pampeano a emergere con prepotenza, infrangendo ogni regola del fair play. Ciò emerge con livida crudezza nella piccola perfida vignetta che correda l’articolo dell’ Elefantino rosso.
Intanto il titolo, grondante sarcasmo: Il dialogo interreligioso fa progressi. Poi il disegno: il papa, vestito di bianco, con la mano sulla bocca, pronuncia, guardandosi attorno con gli occhi sospettosi dei perfidi topastri alla Walt Disney, queste poche parole: “Io gli do uno sganassone e lo stordisco”. Un orrido imam lì presso, dal cui fianco penzola una sciabola pronta per decapitare qualcuno, ghigna fra sé: “e io gli taglio la testa dopo”. La sua scura sagoma contrasta con il bianco vestito del papa, mentre le loro parole dicono tutto l’odio che accomuna i due uomini di Dio contro la libertà di pensiero, di parola, di critica e di satira contro tutto e tutti.
Rispetto a una settimana fa, oggi c’è una novità: è cambiato il protagonista. Oggi sulla ribalta non ci sono più gli assassini (islamici) o i martiri (vignettisti), ma Francesco, il vescovo di Roma, ed è contro di lui che sono state scagliate le frecce più acuminate. Né solo il sanguigno Giuliano Ferrara, ma anche il ben più mite Massimo Gramellini ha potuto vedere in quel pugno una qualche minaccia al comune senso della libertà di pensiero e d’espressione, sia essa parlata, scritta o disegnata a fumetti.
Grande lo sconcerto: “addirittura un pugno! Da un papa!” Addirittura prometterlo: “se tu offendi mia madre ti aspetta un pugno!” (sic!). E addirittura vi aggiunge un “è normale». E lo ripete perfino: “è normale”.
Normale rispondere con un pugno a una parola? Ma Gesù non comandava ai suoi discepoli di offrire la guancia destra a chi gli colpiva la sinistra, e magari la sinistra a chi gli colpiva la destra? Qualcuno ha anche fatto presente che del pugno fa parte anche il dito che preme il grilletto che fa partire il colpo mortale. Anzi, che stavolta di colpi ne han fatti partire ben dodici, tutti mortali. L’elefantino rosso conclude così il suo scritto: «Ma parole e gesti del papa, le risate risuonate nella carlinga del suo aereo, la metafora del pugno risanatore che colpisce e ripara l’offesa alla dignità, la declamazione tra pause teatrali del concetto “è normale, è normale”, tutto questo non è gaffe. È di più e peggio”.
Così parlò Giuliano Ferrara, l’Elefantino rosso, il quale però sembra dimenticare un particolare importante, che mi sforzerò di illustrargli come meglio potrò, pur sapendo che è fatica sprecata, perché lui le mie povere righe non le leggerà certo, e se anche gli giungessero in mano, non le degnerebbe d’uno sguardo.
Perché la verità è che Ferrara c’è una cosa che non conosce e non sa, e sarebbe il valore totalizzante d’una fede che è tutto nella vita e che basta da sola a dare senso a tutto.
Perché tutta la sua storia è una smentita a una qualsiasi fede, fondandosi, la sua, solo su un’opinione, o meglio su molte opinioni in fila fra loro, ciascuna delle quale effimera, giusto lo spazio d’una stagione, d’una stagione di vita magari.
Perché tale è la storia di Giuliano Ferrara, figlio del senatore Maurizio Ferrara, e della partigiana Marcella de Francesco, a lungo segretaria particolare di Palmiro Togliatti, lo storico e discusso segretario del PCI, fedelissimo a Mosca fino alla morte, fedeltà non scalfita neanche negli anni dei moti di Poznan e d’Ungheria.
Responsabile del PCI di Torino dal 1973 al 1982, Ferrara vi si impegnerà fino al 1985, quando, folgorato dall’uomo nuovo del PSI, Bettino Craxi, passa, armi e bagagli, sul carro del vincitore, e su quello continuerà a viaggiare fino alla sua seconda conversione, la più incredibile e la più improbabile per uno che era cresciuto e s’era formato alla scuola di eredi e profeti della rivoluzione d’ottobre: intendo parlare della sua conversione sulla via di Arcore e del messia Berlusconi dove resterà, malgrado qualche guizzo d’ intelligenza e di libertà insoliti per quei paraggi, fino ai nostri giorni.
Ateo devoto convinto, ha nondimeno sposato sul piano paraecclesiologico e parateologico il papa tedesco e conservatore di spicco Benedetto XVI, di cui è tuttora grande simpatizzante; coerentemente il suo quotidiano accoglie volentieri gli scritti e le tesi di quell’Antonio Socci che sempre più apertamente nega la validità della stessa elezione di papa Francesco.
Ora se questa è la storia e la figura di Giuliano Ferrara, come si potrà mai pensare che egli possa apprezzare una figura al tempo stesso semplice e complessa come papa Francesco? Come potrebbe un tipo così anche solo entrare in sintonia con un uomo come il papa argentino? Ognuno di noi sa bene che ogni uomo è quale la sua storia l’ha fatto e modellato.
Mentre scrivo (è sabato pomeriggio) ho ancora negli occhi l’immagine di Francesco nelle Filippine, tra i bambini che lo circondano e che egli abbraccia con braccia che sembrano tentacoli tanti sono i bambini che riescono a stringere in una sola volta: e li vedi tutti felici, lui e loro, meno che quando deve interrompere la visita perché le minacciose condizioni del tempo fanno temere per la sicurezza del volo di ritorno.
Ecco: è questo l’uomo che ha detto che “un pugno aspetta chi offende sua madre”. Ce la vedete voi quella mano abituata a benedire e accarezzare bambini e malati, poveri e carcerati, che si stringe a pugno e s’alza per colpire (un pugno si noti, neppure uno schiaffo) la guancia o la bocca di chi ha insultato sua madre? Solo la mala fede o la corta intelligenza di chi lo ha così mal compreso possono pensare che quel pugno potesse essere il suo e che potesse essere inferto dalla sua mano e dalla sua volontà.
Se davvero Ferrara l’ha inteso in questo modo, ci sarebbe da dubitare dell’acume di quella tanto decantata intelligenza, che io stesso gli ho spesso riconosciuta. Davvero non avrà pensato che il papa voleva solo mettere in guardia sul fatto che potrebbero anche esserci altre mani pronte a colpire e che di quella mani si dovrebbe anche tener conto? O non sarà che non potendo prendersela con la poco prima citata filosofia dei lumi, non gli resta che scaricare tutta la colpa sull’ottusità di chi illuminista non è? O magari Ferrara è seccato dal fatto che gli si sia rotto in mano il giocattolo con il quale amava trastullarsi: la Chiesa dei Ruini e dei Bertoni, buoni amici del tycoon di Arcore, una preziosa alleata che il rozzo pampeano ha trasformato in una mina vagante?
Così si tornerebbe al ritornello: la Chiesa faccia la Chiesa e lasci la politica ai politici. Arcoresi naturalmente. Magari se la prenda con gli Charlie, che per quello che contano…!

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