Se papa Francesco mette il broncio

Non li ha chiamati “serpenti e razza di vipere” (Mt 23,33), ma poco c’è mancato. Certo c’è andato vicino. Molto vicino.
Sono rimasti lì, impietriti, gelati, tramortiti. Erano arrivati anche con le auto blu; non tutti per fortuna, alcuni anche a piedi, anche sotto la pioggia, magari per imitare Matteo. S’erano sottoposti anche alla levataccia, per esserci. Che vuoi farci? Il papa ha la cattiva abitudine di dire tutte le mattine la messa alle sette, nella cappella di Santa Marta. Ha già accettato di spostarsi a San Pietro… Pazienza, non si può avere tutto. Ma come fai a mancare?!
Il papa è entrato in basilica nella forma più discreta possibile. È andato direttamente all’altare. Niente incontri sulla traiettoria, niente strette di mano, niente sorrisi e niente saluti. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Come faccio io ogni giorno, con le mie tre o quattro vecchiette, a me tanto care che ogni giorno mi riempiono di tenerezza a vederle arrivare con il freddo e la pioggia e la nebbia di questo brutto lunghissimo inverno, squallido come pochi a mio ricordo.
Ma torniamo a Francesco e ai nostri baldi politici, che per avere i posti migliori avevano anche abbozzato qualche passo di trotto in basilica . Già la scelta dell’altare la dice lunga: l’altare della Cattedra, sotto la Gloria del Bernini, all’ombra dei quattro giganti della Chiesa: Agostino e Ambrogio per la Chiesa latina, Crisostomo e Atanasio per la Chiesa greca. Un caso o una scelta? Certo che sotto quella cattedra, anche il Trono del Pavone sembra uno strapuntino. Figurarsi quegli strumenti di tortura che sono i seggi dei parlamentari. Un modo certo molto efficace per ricordarti che “così passa la gloria del mondo”, e che dunque non conviene attaccare né il cuore né il resto a un sedile, qualunque esso sia.
Ed ora eccoli tutti lì, seduti, come tanti scolaretti, ansiosi di sentirsi rivolgere un saluto di benvenuto e un riconoscimento per la buona volontà dimostrata. Macché! Nemmeno un cenno, un sorriso, un benvenuto (in fondo era il padrone di casa!). Nada de nada!
Se ne sarà accorto qualcuno, subito, che qualcosa non stava andando per il verso? Quell’uomo che ha conquistato il mondo con il suo sorriso, che di sorrisi ne sforna in quantità industriali, ieri non gli hai visto un solo dente, tanto la bocca era cucita se non era per parlare. L’uomo proposto come persona dell’anno (Time) e candidato ufficiale al premio Nobel 2014 per la pace, non ha sprecato lo straccio d’un sorriso per quei quasi 500 parlamentari in vacanza-premio a San Pietro. Che fosse proprio per Bergoglio una giornata storta? Una giornata storta può capitare a tutti. Non c’era che da aspettare: lo si sarebbe capito alla predica. Magari una lavatina di capo, ci poteva anche stare, ma nessuno si aspettava di più. Invece su san Pietro stava per abbattersi il diluvio universale.
Fosse stato in TV, potevi pensare a un errore, a un’interferenza, a un’intrusione audio, a un fuori onda maldestro… Macché, il discorso filava diritto, coerente, non c’erano ripensamenti, nessuna scusa da chiedere. Magari il papa immaginava di star parlando in un carcere per mafiosi? Ma era a casa sua, in San Pietro, e davanti a lui c’erano solo sacerdoti e vestali dei templi della Patria, la parte “eletta” di uno dei popoli che più hanno dato al mondo in civiltà: proprio in quanto eletti dal popolo (lasciamo perdere come) essi sono, e si sentono, altrettanti Unti del Signore, (gliel’ha detto un tale, il più Unto di tutti, anzi tanto unto che colava grasso da tutti i pori, anche se adesso qualche goccia di quel grasso sembra gli stia andando di traverso). “Allora, Santo Padre, cerchi anche Lei di capirci: Lei viene dalla “fine del mondo” e certe cose di qui le possono sfuggire (anche se poi, alla fine, anche Lei un po’ di buon sangue italiano nelle sue vene ce l’ha: quel purissimo sangue italiano nel quale ogni popolo che ci ha invaso [e sono tanti ci creda!] ha voluto lasciare qualcosa di suo). E noi, generosi come siamo, di quel sangue purissimo abbiamo voluto a nostra volta far dono a popoli meno dotati di noi. Così abbiamo cominciato a esportare sangue e civiltà, emigrando anche noi: Lei stesso è forse il frutto più prezioso e più grande di questa italica “missione alle genti”, Lei, Santità, che nelle sue vene porta sangue ligure e piemontese insieme, trasfuso in terra argentina.
Ma adesso basta parole: è tempo di ascoltare solo le Sue, che qualcosa di bello da dirci ce l’avrà certamente, e ascoltarLo sarà certo una gioia. Così quel manipolo di eletti, si disposero a lasciarsi blandire, tutti orgogliosi di farne parte. Ma… “tosto tornò in pianto” (Inferno XXVI,136). Per convincervene, leggete con me, canterebbe Leporello.

Parla Francesco «…il Signore, si lamenta. Si lamenta di non essere stato ascoltato lungo la storia… È la storia dell’infedeltà del popolo di Dio… Dio voleva togliere dal cuore del suo popolo l’idolatria ma loro andavano su questa strada per un po’ di tempo, e poi tornavano indietro. lo stesso è successo con il Signore Gesù. Alcuni dicevano: “Costui è il Figlio di Dio”; altri dicevano: “No, è uno stregone che guarisce con il potere di Satana”…. Era la classe dirigente (di allora)– i dottori della legge, i sadducei, i farisei – chiusa nella sua ideologia… Volevano giustificarsi per non aver ascoltato la chiamata del Signore. In realtà non potevano sentirla: erano tanto, tanto chiusi, lontani dal popolo. Gesù invece guarda il popolo e si commuove, perché lo vede come “pecore senza pastori”. E (lui) va dai poveri, va dagli ammalati, va da tutti, dalle vedove, dai lebbrosi a guarirli. La sua parola provoca ammirazione nel popolo: “Ma questo parla come uno che ha autorità!”… diversamente da questa classe dirigente che si era allontanata dal popolo e pensava con interesse solo alle sue cose: al suo gruppo, al suo partito, alle sue lotte interne….Avevano abbandonato il gregge… Certo, tutti siamo peccatori, tutti… Ma questi erano più che peccatori: il cuore di questa gente, di questo gruppetto, con il tempo s’ era indurito tanto che era impossibile ascoltare la voce del Signore. E da peccatori sono diventati corrotti. E’ tanto difficile che un corrotto riesca a tornare indietro. Il peccatore sì, perché il Signore è misericordioso e ci aspetta tutti. Ma il corrotto è fissato nelle sue cose, e questi erano corrotti. E Gesù, con la sua semplicità, ma con la sua forza di Dio, dava loro fastidio. E, passo dopo passo, finiscono per convincersi che dovevano uccidere Gesù, e uno di loro ha detto: “È meglio che un uomo muoia per il popolo”. Questa è gente che ha sbagliato strada… Sono passati da una teologia della fede a una teologia del dovere: “Dovete fare questo, questo, questo…”. E Gesù dice loro quell’aggettivo tanto brutto: “Ipocriti! Tanti pesi opprimenti legate sulle spalle del popolo. E voi? Nemmeno con un dito li toccate! Ipocriti!”».
Uomini di buone maniere, ma di cattive abitudini questi parlamentari? Gesù li chiamava “sepolcri imbiancati”. Da quei sepolcri è bene tenersi lontani. Sono grotte profonde: facile scivolarci dentro. Difficilissimo uscirne. Come le foibe. Se non c’è un Gesù che ti grida: Lazzaro vieni fuori (Gv 11,43) non ne esci più. Chissà se c’era qualche Lazzaro, giovedì in san Pietro? Il papa se ne è andato senza salutare nessuno. Che segno sarà? Provate a scommettere.

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