Papa Francesco a noi due! Con mucho amor!

Ebbene, papa Francesco, la prima parola che mi sento di dirti è: grazie! Me le hai mandate tutte bene. È la prima volta che mi succede, da quando sto nella Chiesa. O forse no: la seconda. La prima fu qualcosa come 55-44 anni fa, quando decisi di far di tutto per andare a studiare a Roma. Anche lì mi andò bene, perché non fu solo Roma: fu anche papa Giovanni, il papa buono, quello XXIII, non il jet-pope, il Giovanni Paolo II, che qui lo dicevi, là lo scrivevi, e ancora più là lo leggevi.
E fu anche Concilio Vaticano II, fu anche Padre Pio, Jean Guitton, A.G. Martimort e una tesi di laurea ben riuscita, e fu promessa di una vita piena. Poi fu Casalina-per-sempre. Non male devo dire. Ma fu tutt’altra cosa da quello che mi era stato promesso. Inutile recriminare.
Ma ora con te, mi sono andate proprio tutte bene, ma bene che meglio di così non si potrebbe.
Pensa un po’: speravo un cappuccino americano che si chiamasse Francesco. Sei venuto fuori tu, dal cilindro cardinalizio, un gesuita che più francescano non si può e che va a chiamarsi proprio Francesco. Francesco, e basta, capisci? mica Francesco Saverio!
Un gesuita amico e discepolo (così ho letto) del gesuita che ho amato di più in vita mia: Carlo Maria Martini, un papa mancato, così si disse, soprattutto a causa del Parkinson che gli devastava la parola e la forza fisica, ma gli aveva lasciato intatta la forza dello spirito e la lucidità del pensiero e dell’intelligenza.
Un papa, così scrivevo solo mercoledì scorso, che “mi piacerebbe tanto che si chiamasse Francesco…: povero come lui, umile come lui, capace di rimanere nudo, in piazza, davanti a un vescovo…e che dica ai suoi cardinali:”che ne direste? Le vostre porpore, via! i vostri anelli, via! i vostri titoli, via! le vostre ridicole mitre, via! i vostri paramenti costosi, via!: quelli antichi al museo, e indosso solo i nuovi, belli ma sobri, semplici, modesti… e tale nella Chiesa, tutto!».
Ora mi diverto un mondo a guardarlo: avete notato? Croce e catena pettorale d’oro (tempestata o meno di gemme)? Via! Mantellina di velluto rosso con bordature in pelliccia di candido ermellino, e relativo camauro? via!; scarpe rosse by Prada o made in Novara? (come variamente ho letto) via anche quelle! Al loro posto molto comuni scarpe nere (un po’ grossières, mi son parse alla TV); per la messa nella cappella Sistina aveva una casula molto semplice, avendo riposto nelle teche le antiche pianete tridentine di Benedetto XVI…
E poi un papa che si paga di persona il conto presso la Domus Sanctae Martae (che poi ora è roba sua), dove aveva soggiornato per il conclave; che siede in pulmino e in sala da pranzo dove capita in mezzo ai cardinali e ospiti vari; che porta in mano, senza alcun segno di imbarazzo, un “mazzolin di fiori” alla Madonna “Salus Populi Romani”, come farebbe un ragazzino dell’elementare alla maestra nel giorno del di lei compleanno (ahi, questa lacuna della lingua italiana che non dispone di un her o di un ihr per il possessivo di terza persona femminile! Per favore che qualche linguista o qualche poeta l’inventi!), e con quel mazzolino in mano s’è fatta tutta la navata, come un qualsiasi sacrestano!
È anche andato a trovare un malato all’ospedale e ha benedetto le mani del medico che lo ha in cura, e per poco non cade a faccia avanti per lo slancio di andare a salutare un cardinale che lo va a riverire.
Capisco che più d’un lettore mi manderebbe volentieri a dire: Guarda che queste cose le abbiamo già viste tutte anche noi: perché ci perdi tempo a raccontarcele?
Già, perché? Ma è evidente! Perché è meraviglioso! Un papa che sopprime d’un colpo solo quasi tutte le barriere che ancora separano il pastore dalle sue pecore, il padre dai suoi figli, il primogenito dai suoi fratelli cadetti (vescovi) e il maestro dai discepoli: un papa così non è un dono di Dio? Un dono, certo! Y grandaso! (nello spagnolo sudamericano molto grande, grandioso!).
E non è che l’inizio: diamogli tempo, un po’ di tempo almeno e ne vedremo delle belle, io credo, anzi ne sono sicuro.
Si tenga conto. Ancora negli anni Cinquanta del secolo scorso i cardinali avevano una coda di seta color porpora lunga 7 metri sette! La coda era sostenuta all’estremità da un paggio o chierico o non so che altro: ciò significava che fra un cardinale e l’altro c’erano dieci metri di distanza. I cardinali allora erano 70; fate il conto: poiché i cardinali avanzavano in doppia fila, il corteo era lungo qualcosa come 350 metri. Oggi la coda non c’è più!
Ricordo bene la prima volta che vidi il papa in sedia gestatoria accompagnato dai flabelli, come gli imperatori di Costantinopoli e i sultani arabi. Era il mite (e pesante!) Giovanni XXIII: era entrato in basilica senza il triregno (perché era la messa dell’incoronazione) e ne era uscito incoronato. Sia entrando sia uscendo, il papa fu portato in sedia gestatoria, un trono portato a spalla da 12 sediari rossovestiti (papa Giovanni XXIII ci confidò un giorno che lui soffriva sempre un vago senso di mal di mare galleggiando sopra la ressa di mani tese e di teste delle migliaia di persone presenti in basilica o in piazza). Oggi non ci sono più né sedia gestatoria, né flabelli, né sediari rosso vestiti. Anche il triregno, dopo Paolo VI nessuno l’ha usato più. Era ora.
Perché non è vero che nella Chiesa non cambia mai niente. Gli ci vuole qualche secolo in più per metabolizzare il suo fieno, ma aforza di ruminarlo, alla fine lo metabolizza.
Da allora tante cose sono cambiate, generalmente in meglio: solo il numero dei cardinali è cresciuto a dismisura. Fra elettori e non più elettori il numero ora è triplicato. Ciò che non riesco a capire è come mai chi ha più di 80 anni non è più in grado di eleggere un papa, però potrebbe essere eletto lui papa! Bah! Valli a capire gli uomini di chiesa! E per fortuna che hanno lasciato a un papa 86enne la facoltà di dimettersi propter ingravescentem aetatem.
Credo proprio che papa Francesco ce ne farà vedere delle belle. E saranno anche tutte buone.
Non manca chi mi fa notare che questo papa, così personalmente simpatico e accattivante, darà filo da torcere a molti, a me per esempio, perché sul piano etico e su quello disciplinare pare un po’ conservatore. Di lui si sa, per esempio, che è contrario all’aborto. La cosa non mi turba perché lo sono anch’io.
Si obietta: questo può diventare un ostacolo nel dialogo interculturale. Un papa integralista, secondo questo punto di vista, potrebbe dimostrarsi tanto più “pericoloso” quanto più dovesse risultare amabile e gradito al popolo. Risponderei che nessuno è tenuto a rinunciare alle proprie convinzioni, tanto per far contento chi la pensa diversamente da lui.
Allora dirò che sinceramente questo fatto non mi inquieta neppure un po’. Non certo nel senso che sono disposto a seguirlo su tutti i sentieri che lui vorrà battere. No davvero. Chi mi conosce sa che non ne sarei capace.
Quello che in lui mi convince è il sicuro intuito che l’ha portato a scegliere e a privilegiare l’essenziale del cristianesimo, cioè l’amore alla povertà e ai poveri, alla semplicità e all’autenticità, il rifiuto a tutto ciò che è contaminazione mondana del messaggio e dello spirito del Vangelo. Se ha avuto il coraggio di dire che la sua nuova casa è troppo grande per lui, si può essere certi che farà qualcosa per restringersela addosso come si fa con una giacca che ti è rimasta larga.
Ma come la mettiamo con i matrimoni omo? Su questo io sono già d’accordo con lui. Matrimonio, famiglia sono concetti che possono voler dire una cosa sola: l’unione stabile e per sempre, fra l’uomo e la donna. Non mi oppongo che quelle unioni siano regolamentate, ma sotto altro nome: PACS? Va bene. DiCo? Va bene. Volete cercarne un altro? Fate pure. Ma matrimonio no! Famiglia no! Son nomi nati per indicare una cosa e quella sola. Per quella sola devono restare. E come? Si muovono parlamenti e tribunali internazionali per salvaguardare le denominazioni di origine controllata, e si può contaminare e falsificare un’eredita culturale che migliaia e migliaia di anni di civiltà ci hanno tramandato! Non posso chiamare parmigiano reggiano tutto il parmigiano della valle padana e posso falsificare un dato di civiltà e di cultura?
Dicono che il papa è anche contrario a un clero coniugato? Io non sono d’accordo con lui.
È contrario anche alle donne presbitere? Io sono a favore. Ma questo fatto non mi turba minimamente. Per quel poco che so di storia della Chiesa, della liturgia e della morale, so che la Chiesa cattolica ha un deficit di reattività alle provocazioni dei cambi di marcia della storia: le ci vuole dalle dieci alle venti volte in più di tempo. Una volta mi ci arrabbiavo, ora non più. Mi basta sapere che così un giorno sarà. Non a tempo mio, probabilmente. Non posso dire che lo vedranno i miei figli, perché non ho figli. Lo vedrà chi verrà dopo di me.
Tanto niente di tutto questo è essenziale: L’essenziale è l’amore. Saremo giudicati sull’amore, ha scritto qualcuno. Papa Francesco ha scelto la parte migliore. Vadano avanti i profeti. L’intendenza seguirà.

Questa voce è stata pubblicata in Chiesa, Il Giornale dell'Umbria. Contrassegna il permalink.