Lo smacchiatore passò sull’unto del Signore

Oggi parlerò di loro, delle baby escort, questo tristissimo fenomeno di questi ultimi giorni, che solo con molta ipocrisia si potrebbe considerare nuovissimo.
Siamo bravi purtroppo nel mostrare sorpresa ogni volta che le cronache vengono a gridarci in faccia la nostra colpevole inerzia davanti a tante storture che conosciamo benissimo, ma che non riusciamo né a confessare né a riconoscere d’averne avuto notizia (o quanto meno sospetto) prima che l’ultimo servizio giornalistico o televisivo ce l’abbia ancora una volta sbattuto in faccia.
“Chi l’avrebbe mai detto?! Ma ti rendi conto?! Così carine, così innocenti e guarda che ti vanno a combinare! E la famiglia, poi, così per bene, così rispettabile, così in vista!”. E già: non per niente abitano ai Parioli che, anche se non sono più i Parioli del tempo di Pasolini di Rossellini o di Scola, sono pur sempre i Parioli, e sai quanti farebbero carte false per poter vivere lassù, fra quei palazzi immersi nel verde, che fa tanto chic poter dire, con la maggiore nonchalance del mondo: “Io? ah sì, certo: non è molto originale, ma sono un pariolino anch’io”.
A questo punto mi permetto un ricordo personale, di quando, studente a Roma, mi trovai un giorno ai Parioli per una passeggiata di gruppo. Eravamo affacciati a una specie di belvedere e stavamo guardando un pezzo di Roma, là, proprio sotto di noi.
Arrivarono due pariolini appunto: uno con un pastore tedesco al guinzaglio, che se non ci fosse stato il guinzaglio in mano al padrone avrei fatto meglio a offrire la gola alla belva, come usano fare i cani fra loro, sperando solo che non avesse fame e che avesse tutte le sue lune buone.
Quanto all’altro… Anche lui con la sua brava belva al guinzaglio, ma questa volta con una belva vera! Solo che mentre davanti alla prima sarei morto di spavento a trovarmi solo davanti a quei denti, questa ti faceva tanta tenerezza che avresti voluto prenderla in braccio e accarezzarla e mettergli davvero la mano in bocca, per “vedere di nascosto l’effetto che fa»! Beh, per farla breve e finirla con gli indovinelli, al guinzaglio c’era niente meno che un leone! Sì, un leone; beh, facciamo un leoncino… piccolo, ma vero, un amore di leoncino vero, che più leone e più vero di così non si sarebbe potutto.
Quanto tempo fa? Facciamo un 50-55 anni fa! E sì, perché allora i Parioli erano davvero i Parioli e chi viveva ai Parioli poteva davvero permettersi tutto, mica come queste due poveracce che per potersi permettere vestiti borse e scarpe griffate s’hanno da mettersi in vendita, perché magari a casa son capaci di dir loro: ehi, ragazze andateci piano perché c’è la crisi, e bisogna far caso alle spese, perché non sono più i tempi di vostro nonno e neppure quelli di vostro padre e di vostra madre, anzi, giusto per essere più in, del vostro genitore uno e del vostro genitore due (vuoi mettere?).
Perché di questa storia delle due baby escort parioline (puttanelle avrebbero detto i nostri vecchi che non conoscevano né l’inglese né l’ipocrisia di cui traboccano oggi i media) non c’è giornale, telegiornale, talkshow o programma d’approfondimento pre-o-pomeridiano o serale che non ne abbia parlato. E tutti erano piene di oh!, ma! possibile Si può mai?! Chi l’avrebbe mai detto? Dove andremo a finire?
Son dunque questi i mostri che i tempi nuovi sanno partorire? E sì che se ne parla, si condanna, si mette in guardia, si denuncia! Tutto inutile allora?
Io, personalmente, mi son fatto una convinzione: che più ipocrita della stampa, c’è solo la stampa; più ipocrita della televisione, c’è solo la televisione; più ipocrita del cinema, c’è solo il cinema… e così via. Una scena emblematica per tutte: ricordate Il Caimano, il profetico film di Nanni Moretti, dove Caimano sta per Berlusconi? O ricordate il film Silvio for ever di Faenza e Macelloni? In entrambi è messa bene in luce la strategia berlusconiana per imporsi nel campo televisivo: inondare le tivvù di donne discinte e sculettanti, veline e attricette smaniose di farsi strada nel dorato mondo dello spettacolo a basso costo, nel quale le aspiranti-comparse si offrono in dono o in sacrificio (ricordate “le vergini offerte al drago”, di Veronica Lario?), spesso incoraggiate dalle mamme che in quelle figlie vedono sé stesse e il proprio riscatto, e dai papà che, avendo finalmente scoperto che le loro figlie sono sedute sulla loro fortuna, le esortano ad assumere anche altre posizioni più consone e redditizie, ma solo con gli uomini giusti, per non buttarsi via. Il monumento a memoria perenne di questa filosofia da mercato delle figlie rimarrà il bunga bunga, sede sociale in via Olgettina, dove trovavano accoglienza tutte le aspiranti dive di cui qualcuno ha scritto «Tutte avevano speranze grandi come i loro décolleté. Volevano fama, soldi, successo». Tre anni fa la fine del sogno: la festa era finita». L’affaire Ruby ne aveva messa una sul piedistallo: tutte le altre, a decine, si ritrovarono col sedere per terra.
Ma intanto la febbre era cresciuta, e se già Luchino Visconti aveva affrontato il personaggio della mamma come compulsiva manager della figlioletta nello straziante Bellissima (una superba Anna Magnani nella parte della mamma assatanata per la bimbetta da lanciare nel dorato mondo del cinema), ora quella smania è diventata contagiosa manìa.
Concorsi di bellezza, di eleganza, di canto, di ballo, di recitazione, e di non so quante cose ancora per bimbetti e bimbette di cinque, sei, sette, otto, nove, dieci anni, vestiti e vestite da divetti e divette, ballerine, showgirl, modelle: ad esaltare vanità e aspirazioni, pretese e capricci delle future Lady Gaga e Madonna, Renato Zero e Leonardo di Caprio.
E dopo aver scaricato e liberato tutti questi quintali di stimoli psicologici e ormonali, ti meravigli se quei tesori di genitori 1 e genitori 2, maschi e femmine allo stesso modo, quegli angioletti così carini che ti strappano baci a palate, possano poi rendersi colpevoli (che dico colpevoli, questo mai, protagonisti forse, ecco sì, protagonisti) di gesti così poco prevedibili e impropri, inadatti magari, certo prematuri, ma che volete farci il mondo è cambiato, il vitto non è certo così scarso come ai nostri tempi, i giovani sviluppano prima, eiaculazioni e mestruazioni arrivano prima, e poi, che volete oggi i giovani sono svegli, non sono mica come noi, che tutto era peccato e della vita non sapevamo niente e non abbiamo goduto mai niente finché non ci siamo sposati, che la mamma doveva spiegare tutto alla figlia la sera prima delle nozze…
E sì, – è la conclusione – fortuna che c’è stata la televisione di Silvio (che poi anche la RAI le è dovuto andar dietro) a spiegarci tutto, a farci vedere tutto, a insegnarci tutto, se no eravamo ancora ai mutandoni della nonna, e i vecchietti, poveretti, che non sapevano più che fare la notte che non c’era nemmeno il viagra, a un’età che, si sa, si dorme sempre meno.
E fu allora che qualcuno ebbe la luminosa storica idea d’intonare l’inno della nuova e definitiva liberazione da ogni servitù dalla morale bigotta e conformista, l’inno dell’unica vera rivoluzione culturale della storia: Meno male che Silvio c’è.
L’homo silvestris (l’uomo delle foreste) era morto. Era nato l’homo silviensis. Il giudizio sul cambio lo lasciamo alla storia.

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