Il gallo ha cantato: buon 1° maggio a tutti

C’era una volta la Festa del Lavoro. Me la ricordo ancora, negli anni Quaranta, subito dopo la guerra, la festa del 1 maggio, i cortei dei Lavoratori in festa, il fazzoletto rosso legato attorno al collo, che sfilavano davanti a casa mia, le bandiere rosse e i canti di quelle centinaia e centinaia di uomini, Bandiera rossa e l’Internazionale cantati, gridati, tonati da quelle voci determinate, decise, non importa quanto stonate, tutte ugualmente sicure che quelle parole si sarebbero un giorno avverate.
Giorno tanto desiderato e temuto, bellissimo e minaccioso, giorno della rabbia in corpo e della grande speranza, dell’odio di classe e della solidarietà: la vita come lotta, il lavoro contro il capitale: tu metti i soldi, io metto il lavoro. Tu dici che i tuoi soldi mi danno lavoro e io ti rispondo che tutti i tuoi campi, le tue fabbriche e i tuoi macchinari rendono zero senza chi ci lavora. È il plus valore, bellezza!
Allora 1 Maggio non era una festa, era un giorno di lotta, un manifesto, un grido di battaglia, una profezia: “Giorno verrà!”… Certo, finora non s’è fatto vedere, né forse mai lo vedremo arrivare dal momento che se ne abbiamo fatto una festa, vuol dire che ci va bene così.
Per carità, la liturgia è ancora quella: i sindacalisti fanno ancora i loro discorsi e i loro iscritti li applaudono. Non servono a niente, ma non se ne può fare a meno. È un rito che sta alla dialettica sindacale come la messa sta a una festa di matrimonio: ci dev’essere, ma a ben pochi interessa. Perché quello che tutti aspettano è quello che viene dopo: il lancio del riso sulla porta della chiesa, le fotografie, il pranzo di nozze, il taglio della torta. Così il 1 maggio: il momento sindacale è il prezzo per avere l’appening che viene dopo, il grande concerto rock o pop, le sbornie, gli spinelli, poi tutti a casa. Rimarrà solo la monnezza da smaltire.
Con la crisi c’è anche qualcuno che parla del 1 Maggio come di un incubo: che gli andiamo a dire? Il lavoro non c’è, e non lo si può inventare su due piedi. Il lavoro non si inventa, si costruisce. Per costruire lavoro ci vogliono soldi tempo voglia di lavorare umiltà costanza spirito di sacrificio, tutta roba che scarseggia nel mercato. Tutta roba che abbondava invece ai tempi del miracolo economico italiano, quando sbalordimmo il mondo che ce lo riconobbe assegnandoci l’Oscar per l’economia. Era il gennaio 1960 e il premio si riferiva alla performance italiana del 1959, con un Pil al 6,3%, poco meno dell’attuale Pil della Cina. Roba stratosferica, e non solo per noi.
Era accaduto che, in quei pochi anni, oltre alla nascita delle grandi imprese, milioni di italiani s’erano improvvisati piccoli o piccolissimi imprenditori: barbieri, meccanici, calzaturieri e ciabattini, muratori, rigattieri, antiquari, falegnami, tutti con il proprio garzone o i suoi due o tre operai, ansiosi d’imparare il mestiere per rilevare poi loro la bottega o aprirne un’altra; e rischiando molto, misero in essere un’economia che malgrado tutte le sciagurate politiche successive ha saputo conquistarsi e mantenere il rango d’una delle più forti economie reali del pianeta. Ancora oggi, nel disastro della finanza, tutti sono concordi nel riconoscere che i nostri fondamentali sono in ordine!
Ma erano tempi diversi: allora nessuno si lamentava che non c’era lavoro: se il lavoro non c’era lo si inventava; si andava a bottega si imparava un mestiere, si dava vita a un azienda facendosi artigiano; soprattutto nessuno storceva il naso davanti a un lavoro offerto, dicendo ah no, questo non lo voglio, il sabato sera lo voglio per la pizza e per lo sballo, le mie mani devono essere sempre lisce e pulite, la notte io voglio dormire o andare a ragazze… I figli di mamma e papà non erano ancora nati.
Accadde anche un’altra cosa: alla voglia di lavorare per arricchirsi e per arricchire la società, successe la smania del proprio guadagno facile e veloce e l’auri sacra fames cercò soddisfazione in altre direzioni: cominciò l’arrembaggio ai centri di poteri, ai favori, alla corruzione, alla finanza più spregiudicata: la ricchezza prodotta non si volle più metterla a rischio nell’impresa, ma accumularla mettendola in salvo nei paradisi fiscali, sottraendola dunque allo sviluppo e alla crescita economica della Nazione. Globalizzazione e ipertrofia della finanza hanno fatto il resto. La politica non fu più una passione civica, ma una scorciatoia per il potere e la ricchezza. Oggi le fabbriche si svuotano e chiudono: a riempirsi sono solo i cimiteri che accolgono sempre più gente che si ammazza per non poter pagare i propri operai o per non poter più sfamare i propri figli.
Perduto il lavoro, decurtata o ritardata o perduta del tutto la pensione, non resta che tirare la cinghia e ricorrere alle mense dei poveri: fortuna la Caritas, i servizi sociali del Comune, gli ambulatori gratuiti di Emergency, i quali, aperti per assistere gli immigrati, oggi contano fra i loro assistiti anche un buon 20% di italiani (Gino Strada). A decine di migliaia si contano i capannoni industriali o artigianali chiusi; ogni giorno chiudono decine e decine di piccoli negozi o imprese familiari. E sai quanto si potrebbe continuare?
Di qui la domanda: ha ancora senso parlare del 1 Maggio come festa del lavoro? Cosa può festeggiare chi il lavoro non ce l’ha più, chi ha paura di perderlo a breve, o quel 37% dei giovani che non trova lavoro, o chi, avendolo perduto, si sente dire che a 50 anni è già troppo vecchio per un nuovo lavoro?
Sarà che a forza di sentir ripetere sempre la stessa solfa in TV alla radio o sulla stampa, un’idea ti si ficca in testa sì che tu non pensi più, ma incomincia ad avere “visioni”. Così può capitare di vedere qualcosa che non sai se è realtà, sogno, allucinazione magari, o chissà, un’intuizione che ha tutto il fascino aleatorio dell’oracolo d’una sibilla.
È un 1 Maggio, davanti a me una piazza come tutte le piazze d’Italia, all’apparenza deserte ma in realtà lastricate di… corpi umani tutti ugualmente distesi, in bell’ordine, braccio contro braccio, gamba contro gamba, sì da riempire ogni angolo e occupare ogni spazio, così che niente, né macchine, né autobus, né moto, né biciclette vi potessero passare. Immobili come morti, proprio nella posizione in cui si acconciano i morti. Un silenzio spettrale, di tomba; occhi chiusi o al contrario sbarrati nello sguardo dell’orrore. Non una voce, non un movimento finché, struggenti, non risuonarono le note del Silenzio d’ordinanza. Su quelle note era scesa la notte.
Quanto sarebbero durati quel silenzio e quella notte? Pochi minuti o forse un’eternità? Io piangevo temendo che sarebbe finito solo col suono della tromba dell’ultimo Giudizio.
Invece no! S’udì il canto d’un gallo e poi un altro e la vita sembrò risvegliarsi d’incanto. Solo allora m’accorsi che, a Oriente, il cielo, prima nerissimo e illune, s’era fatto latteo e ora s’andava colorando di rosso. Una bella giornata pensai. Allora capii che m’ero solo addormentato sulla sedia sulla quale ero seduto per scrivere questo articolo sul 1 Maggio.
Che sia un sogno profetico?, mi son detto. Sarebbe bello.
Cinque minuti fa, tornando al televisore dalla celebrazione della messa e riaccesa subito la televisione, ho fatto appena in tempo a sentire la dichiarazione di Enrico Letta e quella del Presidente della Repubblica.
Che dire? Il gallo ha cantato. Speriamo solo che sia bello il giorno!

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