Crepuscolo degli dei o degli ominicchi?

Cari lettori, vi confesso candidamente che sono molto preoccupato. Forse è proprio paura. Paura vera, non di circostanza, neppure un po’ snob, tanto per dire che io mi dichiaro fuori dalla cagnara.
Fuori da quella folla composta e molto civile (bisogna riconoscerlo) che ieri a piazza san Giovanni a Roma proclamava festosamente la fine di un’era e l’avvento d’una nuova stagione.
Una stagione che sostituirà, nelle speranze degli italiani, la vecchia e sbiadita immagine disegnata sulle magnifiche sorti e progressive degli spiriti magni del nostro Risorgimento.
Una stagione finalmente davvero salvifica e messianica che si spera ci porterà finalmente quel tanto atteso sol dell’avvenire, sempre annunciato e mai spuntato all’orizzonte d’una umanità ormai esausta.
Una stagione sempre alle porte, ma sempre rinviata d’una generazione dalla bandiera rossa che indubitabilmente trionferà (solo che da noi non ha ancora mai trionfato, per fortuna, vista la fine che ha fatto dove aveva trionfato or è quasi esattamente un secolo fa: si ponga mente che mancano ormai solo 4 anni al centenario della rivoluzione d’ottobre: chissà se in Russia la festeggeranno?).
Una stagione che somiglia tanto alla fine del mondo annunciata come imminente da tante apocalissi (S. Paolo l’aspettava da un anno all’altro) e nel 150 d.C., addirittura il fratello d’un papa (Erma, fratello di S.Pio I) aveva messo in circolazione un manuale di istruzioni per l’uso nell’imminenza della fine del mondo prossima ventura; poi quella dell’anno 1000 e ai nostri giorni ci si erano messi anche i Maya!
Ma qualcosa di nuovo stavolta s’è visto davvero, di nuovo, intendo, rispetto ai soliti vecchi schemi.
Di nuovo c’è questo: che ci siamo stancati di star lì a credere e ad aspettare, col rischio di far la figura del merlo, sì che ormai la fine del mondo, se proprio ci dovrà essere, preferiamo farcela da soli. Sarà meno spettacolare di quella descritta dall’Apocalisse di Giovanni, ma sarà certo più affidabile e sicura.
Anche i nomi sono ora più accettabili e familiari. Fine del mondo il più comune e da una decina d’anni a questa parte tsunami: metafore naturalmente, perché né di enormi masse d’acqua si tratta né di catastrofi in cielo, con stelle che precipitano e soli che si spengono (anche perché queste son cose che accadono tutti i giorni nell’universo e il mondo non finisce per niente).
La verità è che mi sento come spaesato, i miei vecchi schemi non reggono più. Via destra e sinistra, via cattolici e laici, via conservatori e progressisti: erano poca roba, ma ti davano sicurezza; sapevi, o pensavi, che lì dietro c’era qualcosa, che se uno sbagliava rimaneva la solidità dell’istituzione, del partito, della coalizione. Ora niente più. Nomi, anzi cognomi: è tutto quello che hai. Bersani o Berlusconi, Grillo o Monti, Ingroia o Giannino… e dietro quei nomi niente. E allora ti prende l’angoscia perché sai che sì, il pericolo è grande, che ci cascheremo ancora perché gli italiani sono sempre gli stessi: gli italiani sono gli unici al mondo sui quali i vaccini non fanno effetto, perché da noi anche chi ha avuto la peste la riprende, chi ha avuto la poliomielite la ribusca, chi ha avuto l’epatite B ci ricasca: già due volte in un secolo ed eccoci pronti per la terza: Mussolini (1922), Berlusconi (1994), e ora 2013, anche il Vaffa Beppe Grillo, l’arruffapopolo, la parolaccia come argomento principe del rinnovamento politico per un popolo osannante, in estasi, che quando lo vede, vede la madonna o il profeta…
E allora penso: o sono matti loro, o sono matto io: più probabilmente io, che sono ormai troppo vecchio e le rivoluzioni mi fanno paura, perché le rivoluzioni sono fatte così: oggi fanno sempre male; se poi son son giuste faranno bene al futuro (mica tutte però: guarda quella dell’ottobre 1917: fra quattro anni il centenario!) ma io che sono vecchio e che non ho futuro, che me ne faccio d’una rivoluzione che faccia bene solo al futuro? A me andava bene anche il mio tran tran!
Poi mi rendo conto che dicendo così sono fuori della storia e allora vorrei aprire il cuore alla speranza e provo anch’io a gridare viva Grillo, ma la voce mi si strozza in gola e io con la voce… e non mi resta che rassegnarmi ad aspettare lunedì sera quando finalmente si saprà… si saprà… che cosa si saprà? Boh!
E intanto che lascio sospeso il mio giudizio su lunedì, ecco che mi assale un altro pensiero altrettanto ansiogeno: che tra una quindicina di giorni ci sarà un’altra elezione, ancora a Roma, stavolta però all’estero, in Vaticano, per eleggere il papa, il successore a uno che non potendone più, ha fatto il grande passo delle dimissioni. Il passo indietro lo chiamano, un passo che in Italia nessuno sa fare (infatti lui è tedesco). Troppo deboli le sue forze o troppo forte la corrente contro cui deve remare; troppo infide le acque sulle quali deve navigare fra banchi di sabbia e rocce a filo d’acqua, l’una e le altre ugualmente insidiose, invisibili a occhio nudo, e in Vaticano non hanno mai usato la bussala, perché si fidano del Divino Nocchiero, che però qualche volta s’addormenta (ce lo racconta anche il vangelo) e così ogni tanto la piccola barca di Pietro va a incagliarsi in qualche secca o contro qualche scoglio.
In questi ultimi tempi in particolare con qualche particolare frequenza, perché ne son successe così tante che il mite Benedetto XVI, alla fine non ne ha potuto più e senza sentire nessuno ha virato di bordo, puntando diritto a riva, dove arriverà solo fra cinque giorni. Allora raccoglierà su le sue cose e lasciando l’acqua per l’aria, se ne volerà a Castelgandolfo e chi vuol … se lo preghi!
Allora entreranno in scena altri elettori, assai più navigati di noi, più al dentro delle arcane cose, e anche qui saranno patemi grossi per tutti, perché quegli elettori son mica gente come noi semplici e sempliciotti: no no! Lì va a sapere cosa bolle in pentola.
Nessun dubbio che ci siano tanti santi uomini nel Sacro Collegio cardinalizio, ma altrettanto certo che non mancano nemmeno gli interessi. La pluralità dei punti di vista è il sale di ogni democrazia, ma si dà il caso che la Chiesa non sia affatto una democrazia. Alcuni la chiamano teocrazia (governo di Dio), ma neppure questo è corretto. Ierocrazia dovrebbero chiamarla: governo dei sacerdoti, ma dubito che accettino il suggerimento. Punti di vista diversi hanno diritto di cittadinanza anche nella Chiesa, ma che fra 117 uomini abituati a gestire “qualcosa” non si creino spazi per rivalità anche di potere non è neppure pensabile. Ciò che li salverà, davanti a Dio, è che tutti lo faranno in buona fede e tutti con il solo desiderio di contribuire alla maggior gloria di Dio. Ma non sempre ciò che basterà a salvarci dal giudizio di Dio, basta a risparmiarci quello, ben più severo, degli uomini.
Così, fra un Italia stavolta davvero sull’orlo d’un baratro bifronte (fronte politico frantumato e fronte economico compromesso) e una Chiesa anch’essa in crisi bifronte (di fede e di gestione del potere) il cristiano sembra annaspare.
Ma si può ancora sperare: la Conferenza episcopale tedesca ha detto alla pillola del giorno dopo in caso di stupro. Non è molto, ma è già qualcosa. Eppur si muove. Ancora una volta si può sperare.

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