Streghe: una brutta pagina di storia

Qualcuno avrà forse riconosciuto in queste poche battute l’incipit di una delle più celebrate e rappresentate tragedie di William Shakespeare, il Macbeth.

I strega
Quando incontrarci potrem sorelle?
Noi tre fra tuoni lampi e procelle?
II strega
Quando sia spenta la furia avversa,
Quando la pugna sia vinta e persa.
III strega
Prima che il sole sia all’orizzonte.

tutte e tre
Via! tutte e tre
Incontro a Macbeth.
II strega
Il bello è brutto e il brutto è bello:
fra nebbie e fumo corri a rovello.
Si sente un suonar di tamburi:
III strega
Un tamburo, un tamburo!
Arriva Macbeth!
tutte e tre
Le tre Parche, che nel mondo
Van correndo in mare e in piano
Or, tenendosi per mano,
fanno giri in tondo in tondo
tre per me e tre per te,
e poi ancora un terzo tratto
per aver tre volte tre.
Ferme! Ormai l’incanto è fatto.

Le sue parole hanno un valore particolare perché sono state scritte “solo” 180 anni dopo il rogo di Matteuccia, quando almeno in Italia, ma non solo, la parte più feroce della caccia alle streghe era ormai in fase di superamento.
Gli ingredienti del maleficio ci sono tutti a cominciare dalle tre streghe, le tre fatali sorelle qui chiamate classicamente Parche, le figlie della Notte, (per altri di Zeus e di Time) che presiedono all’intera vita dell’uomo dalla nascita alla morte.
Le tre donne hanno appena pronunciato le parole rituali dell’incantesimo (“ormai l’incanto è fatto”). Ora c’è solo da aspettare la “vittima” e il vero beneficiario dell’incantesimo: Macbath e Banquo, due generali del re Duncan di Scozia. I due entrano e alla vista delle tre sorelle provano un senso di ribrezzo: «Chi sono queste figure squallide, in così selvaggi abbigliamenti? Non sembrano abitanti della terra, eppur vi posano i piedi. Siete vive?….perché vi siete messe a un tratto, tutte insieme, lo scarno dito sulle labbra vizze? Dovreste esser donne, ma le vostre barbe m’impediscono di crederlo».

Chi conosce l’opera sa che tutte la parole delle tre streghe andranno a compimento. E l’orrore e il ribrezzo che le loro figure di streghe incutevano era a mala pena sopportabile per le creature umane normali. Ciò soprattutto quando le streghe si dedicavano al loro lavoro di streghe, preparando o propinando filtri, pozioni, veleni, fatture malocchi e tutto quanto poteva tornare utile ai loro scopi. Sentiamo ancora il grande Bardo.
1° Strega: Tre volte il gatto striato ha miagolato.
2° Strega: Tre volte più una il porcospino.
3° Strega: L’arpìa grida: è l’ora, è l’ora.
1° Strega: Girate intorno al calderone; gettiamo dentro viscere avvelenate… Rospo, tu che sotto la fredda pietra hai, per trentuno dì e notti, sudato veleno, perso nel sonno, per primo bolli nella magica pentola.
Tutte: Raddoppia, raddoppia lavoro e travaglio, ardi, fuoco, gorgoglia caldaio!
2° Strega: Filetto di serpe d’acqua, bolli e cuoci nel paiolo, occhio di tritone e dito di rana, pelo di pipistrello e lingua di cane, dardo di vipera e aculeo d’orbetto, zampa di lucertola e ala d’allocco, per una malia di potente travaglio, bollite e gorgogliate, infernal guazzabuglio.
Tutte: Raddoppia, raddoppia lavoro e travaglio; ardi, fuoco, gorgoglia caldaio.
3° Strega: Scaglia di drago, dente di lupo, mummia di strega, ventricolo e imbuto dello squalo che i mari devasta, barba di cicuta nel buio divelta, fegato d’empio circonciso, fiele di capra, rametto reciso di tasso all’eclissi di luna; naso di Turco e labbra di Tartaro, dito di strangolato pargolo partorito in un fosso da una mala fanciulla, fate la poltiglia densa e grassa: e d’una tigre s’aggiunga il crudone agli ingredienti già nel caldaio.
Tutte: Raddoppia, raddoppia, lavoro e travaglio; ardi fuoco, gorgoglia caldaio!
2° Strega: Si freddi col sangue d’un babbuino e l’incanto è saldo e genuino».

Di fronte a un tale concentrato di orripilanti ingredienti è assai più facile sorridere che inorridire. Ma resta la tragica verità dell’orrore e del furore che le streghe hanno poputo suscitare e alimentare intorno alla loro equivoca sinistra figura, dietro la quale molte di loro avevano preferito nascondersi e difendersi piuttosto che passare la vita nella normale e incolore insignificanza della donna del popolo sola, probabilmente neppure bella e desiderabile, fuggita o cacciata o maltrattata dalla casa paterna o dal marito, il cuore carico d’odio verso tutto e tutti, Dio compreso.
Sarà lecito pensare a una sorta Dr Jekyll & Mr Hyde al femminile? Devo confessare che l’idea mi attira molto. Non è forse vero che questa lotta appartiene a tutti noi, e tutti in un modo o nell’altro ne sentiamo la drammatica urgenza?

Se lo stesso San Paolo ha potuto scrivere parole come queste!:
«Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?» (Rm 7,14-24).
Se tutto questo vale per san Paolo, quanto più può valere per quelle povere donne, abituate da sempre a subire, che quando finalmente una porta si apre per loro, altro non possono fare se non fuggire da quel carcere che è ciò che più odiano al mondo?
Chi era dunque Matteuccia? Una strega? Bisognerebbe intendersi sulla parola. A noi oggi basterebbe dire forse una fattucchiera, una ciarlatana, una vannamarchi o una mammaebe ante litteram forse, volendo tentare di prendere due nomi propri per elevarlo a dignità di prototipi? Con una loro buona fede forse, accompagnata certo da un’ancor più grande dose di coraggio, abilità, ottimismo, spudoratezza, il tutto abbondantemente annaffiato di una totale disistima dell’intelligenza dei loro simili, o quanto meno dei loro devoti (o forse meglio clienti?).
Molti e diversi i suoi delitti: un po’ tutti da ridere quando non si trattava di bambini sugati o che avrebbe ucciso per prenderne il grasso, indispensabile per i suoi unguenti. Ma saranno poi stati veri quei delitti efferati? Sulle voci del popolo c’è poco da giurare, quanto ai metodi d’interrogatorio dei tribunali d’allora parlerò la prossima (e ultima) volta sull’argomento: l’argomento più scabroso perché c’entrano di mezzo la Chiesa e grandi Santi oggi sugli altari). Per ora ne riporterò solo un paio di casi.
Un giovane vuole sposare una ragazza. La famiglia di lei la vuol dare a un altro pretendente. Il giovane respinto va da Matteuccia: questa, «avendo davanti agli occhi lo spirito diabolico» (espressione notevolissima!), gli dice: procurati una candela benedetta accesa (curiosi questi oggetti benedetti per fare i malocchi!), aspettali a un incrocio della strada quando vanno a sposarsi: quando ti passano davanti spegnila e poi piegala in due dicendo: Come se piega questa candela in questo ardore /così lo sposo e la sposa / non se possa mai coniungere in questo amore».
Altre fatture di Matteuccia mirano invece a ricomporre l’amore e a ridestare il desiderio dell’uomo per la sua donna che aveva trascurata. Ma ce n’è anche di segno opposto. Con un rituale un po’ complicato, si presenta a Matteuccia una donna che le dice di amare un uomo sposato. Lei lo voleva tutto per sé. Chiedeva di poter seminare odio fra i due coniugi, così che l’uomo si volgesse a lei. Matteuccia le ordina di lavare mani e piedi girata all’indietro, e di spargere quell’acqua sui luoghi dove essi erano soliti passare; così li avrebbe divisi l’uno dall’altro. La cosa ebbe successo.
Chiuderò con una pagina tragica, davanti alla quale ci resta solo da sperare che quanto vi si legge sia piuttosto un genere letterario: lo riporterò tale e quale dal verbale del processo.

«Inoltre, in questo, intorno a questo e sopra questo, non contenta delle cose suddette, ma aggiungendo male a male, istigata da spirito diabolico, infinite volte andò a Stregato (il nome d’un paese?) devastando bambini, il sangue degli stessi lattanti succhiando in molti e diversi luoghi, ed anche molte volte si recò, insieme con altre streghe, alla noce di Benevento, o presso altri noci ungendosi con un certo unguento fatto con il grasso dell’avvoltoio,con il sangue delle nottole, con il sangue di fanciulli lattanti ed altri ingredienti dicendo:

Unguento, unguento,
mandame ala noce de Benevento
supra acqua et supra ad vento,
et supra ad omne maltempo,
e per di più dopo essersi unta, invocando Lucifero, dicendo queste parole cioè:
O Lucibello
Demonio dello inferno,
poiché sbandito fosti, el nome cagnasti,
et ay nome Lucifero maiure
veni ad me o manda un tuo servitore.

Ed immediatamente appare innanzi a lei un certo demonio sotto l’aspetto di un capro ed essa stessa, trasformatasi in mosca, va alla detta noce cavalcando sopra lo stesso capro, andando sempre per fossati sibilando come folgore, e lì trova moltissime streghe e spiriti incantati e demoni infernali e Lucifero maggiore, il quale presiedendo, ordina alla stessa e agli altri, di andare in giro per distruggere i bambini e per fare altre cose cattive, ed allora la Matteuccia, dopo aver ricevuto l’ordine, molte e svariate volte, prese parte al convegno, istigata ed informata dagli stessi diavoli, e si recò presso bambini e bambine, di circa un anno, succhiando il sangue degli stessi attraverso la gola o attraverso il naso, portando detto sangue per poterne fare detto unguento.»

Con tutta la compassione per quelle poverette, come non capire l’orrore del popolo e dei giudici di fronte a confessioni di questo genere? Certo c’è un ma, pesante come un macigno. La tortura. Chi non avrebbe confessato qualunque cosa mentre ti strappano i seni, la carne e altro? Così succedeva allora, si dirà!
Già perche ai nostri tempi che succede?

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