Pistorius è una lezione

Caro Direttore,
sento il bisogno e il dovere di ringraziarla per aver ospitato nell’inserto settimanale L’Altro Lunedì del 13 agosto u.s., la bellissima pagina L’altra Olimpiade come un grande inno alla vita, all’ottimismo e alla speranza per tutti i figli dell’uomo, non esclusi coloro che la natura sembra aver voluto mettere in una condizione di svantaggio, privandoli di alcune di quelle doti che fanno la condizione normale dei cosiddetti normodotati.
Protagonista assoluto della pagina Oscar Pistorius con i suoi arti in fibra di carbonio nella finale nei 4×400, e poco importa come sia finita. A me risulta che in ogni olimpiade, insieme a uno solo, o a una sola squadra che vince una finale, ci sono altri che quella finale non la vincono (anche se non si può dire veramente che la perdano, perché a quei livelli nessuno potrà mai dire d’aver perso) e lo stesso arrivare in finale è già una vittoria. Almeno a voler stare al principio di De Coubertin per il quale l’importante è semplicemente partecipare.
L’articolo, a firma di Emmanuel Karis ha un seguito in un discreto Dietro le quinte, non firmato in cui Pistorius dice che il suo modello è Valentino Rossi il quale, anche quando esce di gara sconfitto o per una caduta, ha sempre il sorriso sulle labbra, pronto a ricominciare.
A questo punto penso a qualcuno anch’io: penso a quelli che dipingono con la bocca o col piede; penso al cantante José Feliciano, cieco; penso ad Andrea Boccelli e al suo glaucoma congenito che ne faceva fin dalla nascita un sicuro candidato alla cecità. Ho sentito dire che alla madre era stato proposto l’aborto, ma che la madre s’era rifiutata. Se l’avesse ucciso, sicuro che il figlio l’avrebbe ringraziata dal limbo dei feti mai nati?
Penso a quell’intruso che la madre, credendosi già troppo anziana, avrebbe volentieri evitato di avere, impedendogli solo, in qualche modo, “d’attecchire”, senza però intervenire per ucciderlo: quel bimbo che più tardi avrebbe accompagnato la stanca madre fin sul letto di morte?
E penso a quanti milioni di geni, di santi, di artisti, di benefattori dell’umanità si è già impedito e si impedirà ancora di nascere, solo perché “eh no! questo bambino, adesso, proprio non ci voleva!”. Qualcuno dirà: “forse, ma anche quanti Hitler, Stalin, Gengis Khan, Napoleone si sono evitati grazie all’aborto”?
È vero, ma c’è una differenza: che forse un Hitler, con un’altra educazione sarebbe anche potuto diventare un sankt Adolf Hitler. La colpa potrebbe non essere stata solo sua, se divenne quello che divenne.
Ma quel dante alighieri che non ha mai potuto toccare carta e penna, quel sanfrancesco reso poltiglia nel grembo materno, quel giuseppeverdi che non ha mai potuto sedersi a un pianoforte, quella madreteresa che non ha mai potuto giungere alla sua calcutta: quelle sono tutte possibilità finite nei cessi o nei secchi per rifiuti organici delle sale parto.
Dite che uso le parole come un terrorista usa il suo kalashnikov? No, che non sono lo stesso. È quando penso quanto poco costerebbe in tempo, in attenzione e in denaro il fare in modo che ciò non avvenisse, che mi sento fremere di sdegno. Se poi vedo le cure che si hanno e i soldi che si spendono e le lacrime che si versano sulle pene e sui malanni dei fuffiamoremio e dei lillostellamia “quelli sì che sono amici, altro che gli uomini!”, allora sì che mi diventa difficile non dire – ma dio santo!, se ci sei davvero, mettici un po’ una mano!
Ma poi sento un’altra voce che mi dice: – Buono!, ché se ci mette davvero le mani lui, nessuno ce la leva un’altra tirata di sciacquone per un altro diluvio universale!–. Do you remember Trilussa?

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