Signore io mi sento “ancora” straniero

Il titolo di questo articolo riprende il titolo di un mio vecchio piccolo volume di poesie a sfondo religioso liturgico.
Straniero da che? Da un mondo che già allora mi sembrava estraneo, ostile verso tutti i veri costruttori di pace, verso tutti i veri (sì, perché di falsi ce ne sono tanti, e questi fanno sempre fortuna) apostoli della giustizia.
Quello di cui parlo è il mondo grande, il mondo che tutto abbraccia e tutto contiene: la politica, la finanza, la cultura, la moda, la scienza, la famiglia, l’arte, e sai quante altre cose potrei ancora elencare.
Parlo di quel mondo per il quale allora (come del resto ora) avrei dato volentieri tutto me stesso e tutto quel poco o molto che potevo avere, che potevo dare per renderlo migliore. Compresa la vita. Solo che nessuno me l’ha chiesta; anzi, nessuno l’ha voluta quando io l’ho offerta. Così fu Casalina a vita. E meno male che mi ci sono trovato bene!
Oggi quel mondo, che non è mai stato “un altarino del Corpus Domini” (George Bernanos), mi piace ancor meno di allora; forse non mi piace più proprio. O almeno rischia di non piacermi più.
Guardatevi un po’ attorno, e ditemi se vedete anche voi quello che vedono i miei occhi. Un mondo che ha fatto dell’ingiustizia un sistema; dove una minima, numericamente insignificante minoranza, è in grado di condannare, in piena legalità ( e questa è la vera tragedia!) miliardi di loro simili alla povertà e altre centinaia di milioni alla miseria più nera, espropriandoli di tutto, anche di quel poco che finora consentiva loro di vivere a loro modo tranquilli nelle loro capanne, nelle loro foreste, nelle loro praterie, nelle loro isole e sui loro mari: e tutto questo in nome della più mostruosa ipocrisia che l’uomo “civile” ha saputo elaborare per dare dignità ai suoi piani di imperialismo e di sfruttamento dei più deboli: il progresso.
Non potendo dir loro: noi ti divoriamo perché abbiamo fame del tuo oro, del tuo legname, dei tuoi diamanti, della tua selvaggina pregiata, ci accontentiamo di imitare i conquistadores spagnoli e portoghesi che barattavano l’oro e le pietre preziose degli Aztechi e degli Incas rifilando loro vetrini colorati. Noi gli diciamo che gli portiamo la civiltà, la tecnologia, il progresso e intanto contaminiamo e distruggiamo il loro habitat provocando autentici genocidi come avviene tuttora nel Mato Grosso e in non poche altre regioni dell’Africa, dell’Asia, dell’Oceania. D’accordo, non possiamo tornare alla mito rousseauiano del buon primitivo, contento e felice nel suo costume adamitico e dei suoi tetti di paglia. Ma l’avidità insaziabile e sanguinaria degli eserciti conquistatori faceva rivoltare lo stomaco, anche quando lo scopo dichiarato era la diffusione del Vangelo e del Regno di Dio sulla terra.
Oggi quella feroce e insaziabile “volontà di potenza” (Friedrich Nietzsche: anche se, nel senso in cui la uso qui io, la celebre formula ha ben poco a che fare con il concetto originale del grande filosofo) andava in realtà tradotta in sete insaziabile di ricchezza: tanto più che a faticare e rischiare erano i conquistati. Per il resto bastavano le razzie e le rapine.
È ciò che avviene ancora oggi sotto i nostri occhi: centinaia di milioni, forse miliardi di nostri simili sono ormai costretti a vivere eternamente affacciati, sospesi, sulla paura del domani, di un lavoro che ti scivola via dalle mani, di una terra che ti frana sotto i piedi; un mondo dove la speculazione edilizia che prima ti prosciuga il conto in banca per darti una casa, poi ti condanna a impegnare anche la camicia per riparare i danni che il dissennato sfruttamento dei terreni ha provocato; dove l’aspirazione alla pace e alla giustizia può trasformarsi in tumulti che né i lacrimogeni né i manganelli riescono più a tenere a bada, perché la stessa aspirazione alla giustizia diventa, in mano ai picchiatori, una palestra dell’arte del tirare a far male per il solo gusto di far male; dove i pochi re Mida che dispongono del 60-70% delle risorse del pianeta, riescono a trasformare ogni cosa anche la più vile che tu produci e che gli metti in mano, in oro sonante per loro che te le rivenderanno a un prezzo tale che tu alla fine, dovrai rinunciare non solo a comprarle, ma perfino a sognarle. A chi penso? A chi lavora in certe piantagioni del Sud America, ai dannati delle risaie dell’Asia, o ai neri nelle cave dei diamanti o degli smeraldi dell’Africa e non solo, dove si rischia la vita per una ridicola minuscola pietruzza che una donna metterà sul petto e un banchiere su un dito a sottolineare la propria vanità e il proprio disprezzo per la vita dei dannati a una vita da talpe.
So già che qualcuno avrà già scosso più volte la testa dicendo fra sé: il solito pessimismo cosmico, la solita incapacità di volare alto, dove si vede sempre il sole, anche quando sulla terra si scatena il finimondo.
Sarà! Ma io so che il sole l’ha visto anche chi si è trovato a volare sopra l’Appennino ligure nei giorni dei recenti terribili nubifragi: un sole splendente e magnifico, per di più esaltato dal biancore accecante di quell’oceano di chiara d’uovo montata che lo rende indimenticabile a ognuno che l’abbia visto anche una sola volta in vita sua. E buon per noi che non ci vien fatto di pensare che mentre noi ci beiamo di quello spettacolo, forse qualcuno là sotto sta piangendo sulla rovina che s’abbatte sulla sua casa e sulla sua vita. Bene: è questo il mondo nel quale io rifiuto di riconoscermi e di ritrovarmi.
Ma il mio non è un pessimismo totale. C’è qualcosa che da esso mi salva. È l’apparizione, di quando in quando, d’uno spiraglio di luce: come quando da un cielo in tempesta un raggio di sole riesce a ritagliarsi un varco, attraverso cui raggiungere la terra. Per dire a tutti: coraggio, ci sono ancora!
Non vi pare che qualcosa di questo genere possa essere accaduto anche in questi giorni? Sembravamo entrati in un tunnel cieco che non poteva avere altra fine che il baratro, un tunnel nel quale fosse impossibile qualunque marcia indietro.
E invece no, perché uno di quegli “uomini di buona volontà”, di quelli di cui a volte si pensa che si sia perduto anche il seme, ha compiuto il miracolo: Giorgio Napolitano. Sì, proprio! Un “potente”! E, miracolo sul miracolo, è che quest’uomo di buona volontà sembra aver incontrato un suo uguale, un altro “uomo di buona volontà” (un altro “potente”!), e si sono trovati d’accordo nel tessere una rete, nel lanciare una ciambella di salvataggio a un Paese ormai sul punto di annegare. In una sola settimana l’aria è cambiata, la bufera di vento è diventato un piacevole ponentino nelle calde sere dell’estate romana. Che sia davvero il miracolo degli “uomini di buona volontà”? Avete notato? Anche alla televisione nessuno strilla più.
Ma c’è un particolare ancor più degno di nota: di questi due uomini evangelicamente pieni di “buona volontà”, uno è un cattolico praticante, uno è personalmente ateo, di quelli però che del loro ateismo non fanno una militanza. Uno è di tradizione e scuola liberale, l’altro ha una storia da comunista storico. Un Don Camillo e un Peppone che riescono sempre a bere un buon bicchiere di rosso fra uno squillo di campane e un Bandiera Rossa. E se fondassimo il Movimento PACE IN TERRA AGLI UOMINI DI BUONA VOLONTÀ? Qualcosa alla Capitini? Più indietro! Alla San Francesco? Più indietro!
Alla Gesù Cristo? Aggiudicato!

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