Le tentazioni di Cristo e le scelte dell’uomo

La I domenica di quaresima ci propone la lettura delle tentazioni di Gesù nel deserto. Una specie di prova del fuoco, prima di gettarsi nell’agone, dal quale uscirà sconfitto (Mt 4,1-11; Lc 4,1-13).
È una delle pagine più misteriose e affascinanti del Vangelo. E delle più “moderne”. Un racconto che ti rinvia a una fine non raccontata, non svelata, a cui si rimanda come già conosciuta, ma senza dirla. Sospesa e incombente come una minaccia.
Gesù ne è il protagonista unico, ma con una “spalla” importante. Satana nientemeno.
La scena è il deserto. Un deserto aspro, di rocce. La tradizione lo pone in alto, su una stretta terrazza d’una parete rocciosa a picco sulla valle del Giordano, non lontana da Gerico e dal Mar Morto, l’unica acqua al mondo che non potrebbe né dissetare né battezzare un uomo: i suoi 330 grammi di sale per ogni litro d’acqua in nessun modo la potrebbero rendere principio di nuova vita.
Deserto, roccia, sete, fame: quaranta giorni di digiuno, dopo di che, l’Evangelista annota, «ebbe fame». A tutti noi sarebbe venuta fame molto prima.
Era solo. Era appena stato battezzato da Giovanni e non aveva ancora discepoli. Vi rimarrà tanti giorni quanti Mosè sul monte Sinai. Quaranta: un numero che torna tante volte nella Bibbia; giorni non da contare sul calendario, ma a indicare un tempo lungo, importante, quasi un tempo di gravidanza, di nuovo inizio, di palingenesi.
Alla fine ebbe fame, dunque, e solo allora qualcuno si ricorda di lui. Ma non era un amico, anzi! Era proprio l’inimicus homo, il nemico della parabola del grano e della zizzania (Mt 13,24-30), il demonio, Satana, che veniva a tentarlo. La nostra riflessione incomincia da qui.
Dopo quaranta giorni «ebbe fame». Verosimilmente provato dalla fame, ma non prostrato, non vinto: dei santi eremti del deserto della Siria (sec.IV-V) si raccontarono storie ancor più meravigliose. Comunque fu dal digiuno che prese l’avvio il Tentatore.
Hai fame? Mangia! Hai il potere di far miracoli? Comincia col farne uno per te: guarda quante pietre qui attorno, rendile pane e mangia.
Ma Gesù lo liquida con una battuta: «Non di solo pane vive l’uomo». C’è un cibo più sostanzioso: «ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
Il demonio non si da per vinto: cambia solo la scena. Il pinnacolo del tempio: un vero precipizio, sulle rocce sottostanti la spianata del tempio. «Buttati giù: ti sosterranno gli angeli» e sarà un trionfo. La gente, sbigottita, ti applaudirà: sarai acclamato Messia. L’inizio che ci vuole per un aspirante profeta, per un trascinatore di popoli.
Anche qui un rifiuto: «Non tenterai il Signore Dio tuo». Ma non è ancora finita: Satana è un “duro”; ci riprova.
Ancora un cambio di scena: una montagna. Un Tabor forse, o un Hermon, o un Monte Nebo; e, davanti, ai suoi piedi, una terra promessa, anzi è tutta la terra che gli viene promessa: «Se tu mi adorerai, se ti prostrerai davanti a me, tutto quello che vedi sarà tuo! Tuo! TUO!».
Ora Gesù è stanco di quel gioco. E vuol farla finita. «Basta Satana, vattene». Mi hai stancato. «Sta scritto: adorerai Dio solo, Lui solo servirai». Quello che è stato scritto per tutti, vale anche per lui.
Queste parole furono dette e furono scritte per sempre. Per ogni uomo e per ogni tempo. Per essere regola per tutti. Legge per sempre.
Ma come ogni legge, anche questa era nata per essere disobbedita, trasgredita, infranta. All’uomo non piace servire. Non vuol servire nessuno, tanto meno Dio. Perché quando tu servi un uomo, alla fine, puoi servire anche te stesso: un padrone può fare anche comodo. La politica, ogi come ieri, ne è la prova più evidente.
Servire Dio, invece, è un po’ servire un “alieno”, qualcuno che è “altro” da te. Più intollerabile dunque ne risulta la servitù, la dipendenza. Non fu proprio questa la vera forza della tentazione antica? Dio vi ha ingannati; Dio sa che qualora voi mangiaste di quel frutto per lui sarebbe la fine, perché voi scoprireste d’essere come lui, perché sareste voi stessi a decidere ciò che è bene e ciò che è male per voi. Padroni unici di voi stessi, non più sottomessi né a Dio né a nessuno.
Ora quel discorso è riproposto a Gesù, nuovo Adamo: Non vorrai mica credere a Dio?! A lui piacciono i servi, io invece ti propongo un regno, un regno vero, fatto di potere e di ricchezza, di successo e di sazietà. Le tue qualità usale a tuo vantaggio; i tuoi poteri siano le pietre con le quali lastricare la tua via al Potere; i tuoi prodigi siano la grancassa con la quale risvegliare l’ammirazione, la devozione, l’adorazione dei tuoi simili perché ti eleggano, ti scelgano, ti promuovano a loro capo, guida, giudice, salvatore, duce, maestro, signore del popolo-bue che va sempre dietro al padrone, che fa sempre quello che lui vuole, che non cerca se non di piacergli, perché di un padrone ha bisogno e quando uno ne trova lo coccola e lo vizia ben bene.
A questo capo, duce e signore il popolo–gregge andrà sempre dietro, gli perdonerà sempre tutto, si identificherà con la sua fortuna e considererà benedizione e favore di Dio il suo successo, il suo potere, la sua ricchezza; i suoi stessi vizi saranno ai suoi occhi una benedizione del Signore: non aveva Salomone, il più grande e potente e splendido re d’Israele un “harem” di 300 mogli e 700 concubine? Che poi Salomone abbia finito con il perdere il favore del suo Dio, che volete?, sono quisquiglie: Dio è tanto ingiusto che farà ricadere sui suoi figli le colpe del padre e saranno loro a subirne le conseguenze. Così è stato per Salomone, e così sarà sempre. Per i delitti del capo ci sarà sempre un indulto: lo stanno studiando anche per Gheddafi.
Del resto il Dio di Gesù Cristo non gode più di grandi favori: Oggi il suo posto è stato preso da Mammona, e i ricchi e i potenti sono i suoi profeti. E chi vuol essere suo profeta deve aspirare a diventare ricco e potente anche lui e solo al più ricco e potente dei suoi servi sarà riconosciuto il titolo di figlio primogenito di Mammona e a lui sarà consegnato tutto il potere.
Peccato il nome, però. In italiano Mammona suona male: fa pensare alla mamma, o peggio a “mammone”, il figlio un po’ tonto e mai cresciuto che rimane attaccato alla gonna materna.
Esattamente il contrario del vero adoratore di Mammona: avido, determinato, senza scrupoli, un vero squalo della finanza del commercio dell’industria e della politica; uno che ciò che vede azzanna, ciò che azzanna strappa e ciò che strappa divora. Lo squalo bianco ne è il simbolo più adeguato.
Se questo è il modello, potete immaginare qualcosa di più lontano dell’inerme eremita del deserto di Giuda che respinge ogni assalto di colui che di tutti gli squali è il Dio protettore, quell’odioso idolo che andò a tentarlo nel deserto?
Perché lo sconfitto di allora (il Tentatore) è il trionfatore di oggi, e se le chiese chiudono, i templi di Mammona si moltiplicano; se i fedeli del primo Messia si rarefanno, diventano legioni gli adoratori del secondo.
Sapranno mai i cristiani prenderne coscienza e reagire adeguatamente? Viene voglia di dubitarne.

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