Eminenza, era ora!

Finalmente ha parlato! Ci ha fatto aspettare, ma poi ha parlato chiaro, togliendo molti di noi dall’imbarazzo. Non ha fatto nomi, ma tutti hanno capito. Meno quelli che non volevano capire, naturalmente.
Lo ha capito anche lui, colui che doveva capire, tant’è vero che proprio da quel momento ha ritrovato tutta la sua energia. Ha capito che doveva agire e ha cominciato a farlo, in conseguenza e in coerenza con tutta la sua personalità e la sua storia: se tutti vogliono il mio passo indietro, io ne farò tre, quattro cinque: in avanti però! E allora via con la legge sulle intercettazioni, con le riforme costituzionali e istituzionali, con la solidarietà a tutti i parlamentari che sono caduti nelle grinfie della magistratura, avanti tutta con il voto di fiducia e con i messaggi a reti unificate nelle TV di cui è padrone assoluto (per ora solo una minaccia).
Come un cinghiale ferito fa appello a tutte le sue forze per rispondere a tutti gli attacchi della canizza che gli si avventa contro; deciso a vendere molto cara la sua pelle, anche lui darà filo da torcere a tutti quelli che lo vogliono strappar via da quel trono sul quale l’ha posto, quasi mistica unzione, il voto popolare, e del quale solo il voto popolare, lo potrà privare.
Non importa chi sia colui che gli venga a dire che chi l’ha voluto re, ora gli sta revocando il mandato e l’ufficio: come il re Saul con Natan, così il nuovo “sovrano” risponderà ai suoi scomodi profeti – Bagnasco o Napolitano che siano – che lui siede sul suo “trono” per mandato e diritto di Popolo: e da quel trono né il Quirinale né i vescovi italiani potranno mai deporlo, ma solo il Popolo che ce l’ha posto.
Napolitano chiede una nuova legge elettorale, che ristabilisca un «rapporto di responsabilità fra elettore ed eletto»? Ma il potere legislativo non è del Presidente della Repubblica, ma del Parlamento: e finché il Parlamento gli vota la fiducia, non c’è Presidente della Repubblica né Conferenza Episcopale Italiana che tengano: nessuno potrà togliere il potere dalle mani dell’Unto del Popolo.
Io ho usato la metafora del cinghiale, Nanni Moretti quella del caimano. Il concetto è identico: il potere difende sé stesso, e come avviene per ogni cosa viva, quel potere difenderà sé stesso fino allo spasimo, fino all’ultimo respiro. È ciò che sta avvenendo in Italia.
Ma torniamo alla prolusione del card. Bagnasco, lunedì scorso, all’apertura del Consiglio Permanente della CEI. Parole chiare, forti, dure.
Vi si parla di «un Paese disamorato». Di un «senso d’insicurezza che si va cristallizzando». Si denunciano «comportamenti licenziosi» e «relazioni improprie che ammorbano l’aria». Ha detto che la questione morale esiste sul serio e che non è vero che sia solo «un’invenzione mediatica». Ha parlato anche di «comportamenti non solo contrari al pubblico decoro, ma intrinsecamente tristi e vacui». Ha stigmatizzato «racconti che, se comprovati, rivelano stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni».
Dice ancora: l’opinione pubblica italiana è dolorosamente colpita dal «deterioramento del costume e del linguaggio pubblico»; quanto al resto del mondo si deve prendere atto dello «sgomento» con cui all’estero si seguono e si giudicano «gli attori della scena pubblica italiana», con grave pregiudizio dell’immagine e del concetto che nel mondo si viene consolidando sul nostro Paese.
Che dire? Due sole parole: era ora! Era ora che finalmente la Chiesa italiana si pronunciasse sullo spettacolo penoso che ogni giorno ci viene messo davanti agli occhi. Nomi e volti e (spesso) solo corpi, alcuni dei quali forse andranno ad occupare i severi e scomodi scanni del Parlamento (oh la Cicciolina di pannelliana memoria!, operazione ripresa oggi in forma quasi seriale fra Montecitorio e Strasburgo: nessuna allusione, per carità, alla professione della Staller, ma variamente interpretata da aspiranti cubiste, veline, fotomodelle… e faccendieri e trafficanti vari).
È proprio su questo declino delle istituzioni e delle loro figure più rappresentative, come anche dei parlamentari e senatori nel loro insieme, che maggioranza e opposizione trovano spesso un punto d’incontro: e mentre votano i sacrifici da imporre a tutti gli italiani, essi sono tutti, o quasi, d’accordo nella difesa a oltranza dei privilegi e delle provvidenze ed indennità varie di cui godono e di cui sono gelosissimi. Ed è proprio su di loro che si abbatte la scure del cardinale. Al quale io mi sento di muovere una sola lamentela, che per la terza volta ripeto in questo articolo: ERA ORA!
Sì, Eminenza, lo so: ne aveva già parlato nel 2009, lo aveva ribadito con maggior forza nel 2010, ma solo stavolta la sua parola ha assunto i toni e la forza di una vera tromba che suona l’allarme, che chiama tutti alla resistenza e, se possibile, alla risposta energica e decisa al pericolo che ci minaccia, ricordando a tutti, che andando avanti così, si va verso l’apocalisse.
Era questo che i cattolici aspettavano, anzi mi spiegherò meglio: che tutti i cristiani d’Italia, quelli di fede e quelli di sentimenti e di valori, indistintamente, aspettavano.
Sì, Eminenza: perché la sua voce l’aspettavano allo stesso modo e con la stessa impazienza tanti cristiani come me: preti, insegnanti, semplici genitori, uomini di pensiero, uomini di azione, apostoli e testimoni della carità, di cui fanno spesso parte anche uomini che pure non potrebbero professarsi uomini di fede. Qualche esempio? Ma!, che so? Vogliamo fare un Eugenio Scalfari, una Barbara Spinelli, uno Stefano Rodotà, un Massimo Gramellini, un Corrado Augias…
Come? Non sono cristiani? Si professano laici? Non credono in Gesù come Cristo? Non fanno propri tutti i valori non negoziabili (che formula ridicola, povero Vangelo!)? E che vuol dire: io li sento fremere ogni volta che parlano di ingiustizie, di democrazia violata, di diritti umani calpestati, degli intollerabili privilegi dei potenti a scapito dei meno fortunati. E non è anche questo essere cristiani? Non è questa una prova Cristo giunge più lontano della fede cattolica? E non è questo, fonte di consolazione e di speranza?
Non vanno a Messa? Non credono nella Trinità? Non credono nella verginità di Maria? Sono per il divorzio e l’aborto, per la procreazione assistita e per i contraccettivi? E allora? Non potremo mai fare tutta la strada assieme? E allora facciamo insieme tutta quella che potremo fare. Non era questa la grande lezione di Giovanni XXIII quando indisse il Concilio, che resta a tutt’oggi la più potente epifania dello Spirito nei tempi moderni, anche se in qualche misura “normalizzata” da chi è venuto dopo di lui? Non è di loro che ho paura. So che se la mia giustizia non sarà inferiore alla loro, non sarà da loro che devo aspettarmi i maggiori pericoli.
Ma quando dall’altra parte ho gli adoratori di Mammona (la ricchezza ingiusta), il vizio come sistema e come mezzo di guadagno e di corruzione, Cristo è infinitamente più lontano. Io non ho dubbi: le televisioni del Biscione (il Grande Fratello è un esempio per tutti), hanno allontanato da Cristo infinitamente più gente di tutti i libri di Voltaire, di Auguste Comte e di Nietzsche messi insieme (parlo per l’Italia e per tutti i Paesi dove è sbarcato il Biscione). La forza delle passioni è infinitamente più forte del ricorso alla ragione raziocinante. Berlusconi questo lo ha sempre saputo. E lo sa ancora.

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