Tutti i crucci d’un povero cristiano

C’è chi è convinto che a pensarla in un certo modo ci si provi gusto; che a dire certe cose ci si senta superiori; che fare il bastian contrario sia una forma di snobismo, di esibizionismo. Che insomma uno ci marci, che uno ci tenga a farsi vedere sempre diverso dagli altri.
E invece no, non è così. Almeno non lo è per me. È che ci sei costretto: da ciò che sei, da ciò che pensi, da ciò che senti, da ciò che vedi. Magari vorresti tacere, perché sai che se appena appena parlerai, subito ciò che dici ti si rivolgerà contro e ancora una volta sarai messo ai margini, o addirittura fuori gioco.
Allora ti viene voglia di far tue le parole del profeta Geremia:
Mi hai sedotto, Signore,
e io mi sono lasciato sedurre;
mi hai fatto violenza e hai prevalso.
Sono diventato oggetto di derisione
ogni giorno; ognuno si fa beffe di me.
Quando parlo, devo gridare,
devo urlare: «Violenza! Oppressione!».
Così la parola del Signore
è diventata per me causa di
vergogna e di scherno tutto il giorno.
Mi dicevo: «Non penserò più a lui,
non parlerò più nel suo nome!».
Ma nel mio cuore c’era come un fuoco,
trattenuto nelle mie ossa;
mi sforzavo di contenerlo,
ma non potevo
(Ger 20,7-9).
Sono parole che mi tornano spesso in mente, ogni volta che devo scrivere cose a me stesso sgradite e che so che saranno sgradite anche ad altri, a gente che conta più di me, che alla fin fine non conto proprio niente.
Queste parole mi sono tornate in mente stamattina, accingendomi a scrivere queste povere note, con l’amarezza nel cuore. Perché dire, scrivere qualcosa che si sa che farà dispiacere a qualcuno a cui tu tieni molto, non può che darti pena, dolore. Eppure tu sai che devi dirle, che devi scriverle queste parole, perché sai che c’è qualcuno che le aspetta per poter continuare a dirsi cristiano, anzi cattolico: perché quello che costoro vedono intorno a sé li amareggia, li contrista, e fa loro male.
Perché anche a me ha fatto male vedere, giorni fa, dieci nuovi cardinali italiani più il Segretario di Stato di Sua Santità, tutti insieme a Palazzo Borromeo per un pranzo di congedo dell’ambasciatore italiano presso la Santa Sede, trasferito a Mosca.
C’era naturalmente il Capo del Governo, c’era il discusso Valentino Valentini, suo consigliere per la politica internazionale e uomo di collegamento del premier con la Russia di Vladimir Putin. Non c’era il card. Bagnasco, presidente della CEI, impegnato nella sua Genova, ma c’era il suo vice, mons. Mariano Crociata.
“Ragioni istituzionali” è la facile risposta. Che convince assai poco. Perché nessuno potrà credere che gente così addentro alle “romane cose” non abbia nemmeno sospettato che quelle undici porpore sarebbero state usate come un efficacissimo spot politico-elettorale in un momento di tesissima suspence in vista del fatidico 14 dicembre, quando per qualcuno “o si farà l’Italia, o si potrebbe anche morire”. Politicamente, s’intende. Anche le parole del premier vanno chiarissimamente in questo senso: «Da parte mia non verrà mai nulla contro il Vaticano». E già si è parlato di asse di ferro fra B & B (Bertone-Berlusconi). Bisognerebbe chiedersi quanti cristiani potranno essere rimasti negativamente colpiti da quelle immagini e da quelle parole. La Chiesa proibisce ai suoi preti di militare in politica e li esorta vivamente a evitare esternazioni politiche dall’ altare. E fa bene. Ma il male che posso fare io, non è paragonabile a quello che può venire da una mossa imprudente della Santa Sede.
Più o meno in contemporanea, nell’ “altra” Roma, quella fuori del Palazzo o davanti al Palazzo, i giovani universitari romani, in piena sintonia con quelli di tante altre città italiane, manifestavano delusi, arrabbiati contro una riforma universitaria che, dicono, non li rappresenta. E io pensavo che quegli stessi giovani, parenti stretti di quelli che ieri a Londra hanno ostacolato e imbrattato la Rolls Roice di Carlo e Camilla d’Inghilterra, una volta tornati a casa, avrebbero messo a confronto le due sequenze: quella dei loro duri contrasti faccia a faccia con i vigili e la polizia, e quella dei sorrisi fra gli undici porporati e gli uomini di governo nell’ovattata, riservata, blindata atmosfera di Palazzo Borromeo.
E pensavo che forse a qualcuno di loro sarebbe potuta sorgere, spontanea, una domanda: perché quei cardinali erano lì e non con noi? Perché non ce n’è mai uno solo a manifestare con noi perché ci sia dato ciò che a noi sembra giusto rivendicare? O almeno a discutere con noi, a interessarsi ai nostri punti di vista e a spiegarci i loro. A cercar di convincerci, magari, che le cose non stanno come diciamo noi, aiutandoci a guardare meglio, a capire meglio. E soprattutto a sostenere le nostre ragioni, quando si dovessero convincere che abbiamo ragione noi.
Qualche volta ci prova il card.Tettamanzi; più spesso, come è normale, i don Ciotti, i don Gallo e qualcun altro, ma ai nostri occhi non sono loro che fanno la Chiesa, quella che interloquisce col potere, quella di cui abbiamo bisogno… e forse nostalgia.
Amarcord il Sessantotto!, quando i giovani invasero le chiese, i presbitèri, le sale e i saloni parrocchiali; quando i giovani volevano sapere dal prete – non più una figura lontana, ma divenuto finalmente, inaspettatamente amico, anzi un compagno di viaggio – cosa bisognava pensare della politica e della scuola, della polizia e del divorzio, delle lotte sindacati e della tanto sbandierata rivoluzione sessuale.
La Chiesa era diventata un punto di riferimento e la coscienza era diventata il criterio supremo della vera libertà.
Oggi tutto ciò è solo un ricordo, anzi un rimpianto. Non che non ci siano ancora giovani che frequentano le parrocchie e gli oratori, ma è il clima generale che è cambiato, e chi li frequenta non va più per discutere, ma per pregare, per consolarsi e rafforzarsi nelle proprie convinzioni. Essi accettano, per lo più, tutto quello che viene da Roma, lo professano, ne sono entusiasti e se ne fanno anche promotori e apostoli fra i loro coetanei. Questo consenso vale per i rapporti o le convivenze prematrimoniali, per la fertilità e per il controllo delle nascite, per il rispetto della vita allo stato terminale, per il divorzio e per l’aborto: tutti valori accettati e vissuti. E questo è giusto ed è bello che avvenga.
A me, anzi, piacerebbe che questo diventasse addirittura il modello a cui la Chiesa intera, fino ai suoi massimi livelli, si dovrebbe ispirare. È sulla formazione delle coscienze che il cristiano deve puntare nella difesa di quei valori che egli considera essenziali, ma che essenziali non sono per altri che anzi li vedono e li giudicano diversamente. La Chiesa non è stata mandata per dare giuste leggi al mondo, ma per formare coscienze giuste che sanno riconoscere i giusti valori e sanno dar loro la giusta importanza. E quei valori riconosciuti, quelle coscienze ben formate sanno poi rispettarli e testimoniarli.
Questa, a mio avviso, sarebbe la strada da battere: la Chiesa li predichi i suoi valori, ma rinunci ad imporli. Perché se la Chiesa avesse ragione a imporre i suoi valori nei paesi di antica tradizione cristiana, perché si dovrebbe negare all’Islam lo stesso diritto nei Paesi di tradizione e maggioranza musulmane? Ma se ogni religione aspirasse a trasformarsi in ortocrazia religiosa, nessuna democrazia sarebbe più possibile.
Una testimonianza di questi sacrosanti diritti nella realtà quotidiana renderebbe tutto più facile alla Chiesa: si vedrebbe riconoscere da tutti la sua libertà di parlare e di testimoniare; le risparmierebbe critiche feroci per la sua vocazione egemonica sul piano morale (dal quale peraltro non sono certo assenti crepe vistose e profonde); saprebbe attirare su di sé sguardi di benevola attenzione e apprezzamento per la forza della sua testimonianza.
Ecco, questo sarebbe un buon programma di rilancio del suo prestigio in un mondo che non ama più i predicatori, ma che ha in grande conto i testimoni, quelli che proprio in ossequio al loro nome (testimone, in greco martys) tanto spesso si trasformano in martiri.

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