Monicelli e Spatuzza: due sfide per la coscienza cristiana

Monicelli se n’è andato, Spatuzza resta.
Tranquilli, non chiedo la pena di morte per il pentito di mafia. Senza dovermi rifare a Cesare Beccaria, mi è bastata da sempre la condanna a morte di Gesù e dei suoi discepoli. Ma barerei se non confessassi che la loro diversa sorte mi provoca e mi sfida.

Monicelli
Monicelli dopo una vita di trionfi, si getta dal quinto piano di un ospedale. Si getta giù, da solo, in totale solitudine. Lo sottolineo perché, a leggere le cronache e i commenti, sembra che proprio la solitudine di questi ultimi anni di vita abbia giocato un ruolo primario nella sua decisione di farla finita. Una decisione di cui nessuno sapeva, presa ancora una volta in assoluta solitudine.
Monicelli si sentiva ormai un sopravvissuto. Un sentimento quasi di colpa: perché loro se ne sono andati, e io no? Perché questa resistenza che mi logora? L’affetto del pubblico, sempre rinnovato a ogni sua apparizione, che fino a qualche tempo fa, riusciva a sostenerlo, non gli bastava più. Aveva conosciuto e aveva sempre avuto rapporti di amicizia, di lavoro, di affetti con “la meglio gioventù” di almeno tre generazioni. Gli sembrava di capire che fra la nuova gioventù non c’era più posto per un vecchio di 95 anni. Così ha deciso di togliere il disturbo.
Ha aspettato che fosse notte. Che piovesse forte. Che la strada fosse deserta. Poi ha aperto la finestra, è uscito sul balcone…
…e giù! Sotto la pioggia battente. A lungo. Senza che sul suo corpo fosse stesa la pietosa coperta d’ordinanza. Come il corpo d’un’animale investito sulla strada. È rimasto così, finché è stato dato, finalmente, il permesso di coprirlo e di rimuoverlo.
Perché si è gettato? Perché era stanco di vivere senza ragione, stanco di sopravvivere a sé stesso, stanco di ricordare i fasti del suo grande passato nel grigio di un presente senza altre prospettive che di andar sempre peggio. E così…giù!
Non credeva in Dio. Così diceva. Anzi non diceva proprio di non credere: credeva di non credere. Per decidere aspettava di morire. Dopo vedrò. Se Dio c’è, se c’è qualcosa, bene; se no sarà il buio, il niente. Il niente non può far male.
Non aveva bisogno di Dio. Anzi del Dio dell’Antico Testamento aveva un pessimo concetto: una delle figure più cupe della letteratura mondiale, diceva. Non era il solo a pensarla così. Saramago ne parlava anche peggio. Per non dire di altri.
Così una notte, ha tolto il disturbo. O forse, meglio, il disturbo se lo è tolto lui. O meglio: si è sottratto al disturbo. A noi cristiani resta solo l’amarezza di non aver saputo trasmettergli la nostra fiducia nel Dio che ci salva.
Come si può non amare l’Amore? Ogni volta che questo mistero ci si presenta rimaniamo senza parole. Eppure non è questo che accade ogni volta che uno ama d’amore non corrisposto, arde d’amore per uno o una che resta di ghiaccio pure a contatto della nostra fiamma divorante? Quante persone hanno perduto la pace, la felicità, l’equilibrio mentale, fino a togliersi la stessa vita davanti a chi non s’è lasciato conquistare, intenerire dalla passione che qualcuno nutriva per lui, per lei? Ma come amare chi muore d’amore per te, se questo fuoco non riesce ad accendere di sé anche il tuo cuore?
Di Monicelli è stato detto che “si è lasciato cadere” dal balcone. Ma da un balcone non ci si può lasciar cadere. La ringhiera o la balaustra che lo cinge ti impedisce di “lasciarti cadere”. Da un balcone ci si lancia, ci si butta, ci si getta scavalcando la ringhiera. Perché allora di Monicelli si è detto: si è lasciato cadere dal balcone? Forse perché nessuno riesce veramente a pensare che il grande regista, incapace d’un atto di violenza verso chiunque, abbia potuto, consapevolmente, fare eccezione solo verso sé stesso. O semplicemente perché di un personaggio tanto amato, noi vorremmo poter continuare a pensare che in lui tutto fosse perfetto.
Per me, cristiano, rimane lo scandalo di non aver saputo, noi cristiani, testimoniare l’Amore a un cuore gentile, a una mente geniale, a un amante della Bellezza, che è da sempre e che resta per sempre la suprema immagine di Dio.

Spatuzza
Se Monicelli è morto, ci rimane però Spatuzza. La bestia. La belva. Il mostro. In ripugnante Spatuzza. Riuscite a immaginare cosa possono voler dire per un ragazzo di quindici anni che ama un nobile sport, l’ippica, l’immagine stessa del movimento e della grazia, quei 769 giorni da sepolto vivo, separato dalla sua famiglia, dal suo cavallo, dai suoi quindici anni, dai suoi tanti amici?
Provate a immaginare i pensieri che dovette avere, la paure che dovette provare, i sospiri che dovette emettere, le lacrime che dovette versare a ogni aprirsi di quella porta, a ogni apparire dei suoi carnefici in quei 769 giorni, di prigionia. Provateli a leggerli scritti così, per esteso, e vi faranno un altro effetto:
settecentosessantanovegiorni
tanto durò quella prigionia,
dueanniunmesediaciannovegiorni,
prima che quella porta si aprisse e i poliziotti entrassero per riportarlo a suo padre – gli dissero –
venticinquemesidiciannovegiorni,
prima che lo strozzassero,
diciottomilaquattrocentocinquantaseiore,
prima che lo gettassero a sciogliersi nell’acido
unmilionovecentosettemilatrecentosessantaminuti
per la vergogna eterna di Partinico.
Ora quella bestia, quella belva, quel mostro, quell’essere ripugnante è un collaboratore di giustizia e, come tale, gode di uno speciale regime cautelare, e proprio in questi giorni, ha fatto molto parlare di sé per aver chiesto perdono alla famiglia della vittima per l’orrendo delitto da lui perpetrato.
La famiglia, che non ha niente da aspettarsi da lui, il perdono gliel’ha negato. Chi potrebbe mai condannarla? La società gli riserva già un trattamento di favore in cambio della sua collaborazione alle indagini sui delitti e sulle cose di mafia. Si può già accontentare.
Chi ha ragione: chi nega o chi concede? Chi condanna o chi condona? Come sempre in casi come questi, l’Italia si divide in due, come per Coppi e Bartali, come per Berlusconi sì e per Berlusca no.
E il cristiano che può fare? Con chi dovrebbe schierarsi? Ispirarsi all’immagine di un Dio giudice, severo, inflessibile, davanti al quale a malapena il giusto potrà sentirsi sicuro – cum vix iustus sit securus, cantavano i flagellanti medievali – o conformarsi all’immagine del padre che riprende in casa il figlio prodigo che ha dissipato sostanze e salute nei bagordi, nelle gozzoviglie e nella lussuria?
Ecco: proprio in questa parabola, trionfo della divina misericordia e icona ferrigna della insipiente durezza degli umani, noi ritroviamo la spaccatura in due fronti sempre presente fra tutti i nati di donna: da una parte il padre che abbraccia il minore che ritorna lacero, sudicio, denutrito; che corre incontro al figlio perduto e ora ritrovato, morto e ora risuscitato; che non fa domande, che non vuol sapere che ha fatto, né con chi né quante volte; dall’altra il fratello maggiore, che del prodigo invece non vuol saperne più niente, di cui non si preoccupa nemmeno di sapere che fine aveva fatto, e di lui non sappiamo neppure se sia entrato in casa anche lui a far festa con tutti, o se lui stesso, a sua volta abbia sbattuto la porta e abbia lasciato la casa.
È proprio qui che noi troviamo la radicale differenza fra il Dio che perdona e l’uomo che giudica e che condanna; di conseguenza fra i cristiani innamorati di Dio e desiderosi di somigliargli e quelli che dell’idea di Dio apprezzano solo la severità e credono di imitarlo tanto più fedelmente quanto più inesorabile sarà il loro giudizio.
Perché questa è la differenza fra il giudice e il padre: il giudice può solo assolvere o condannare; al padre invece è concessa anche una terza possibilità, una terza via, un terzo verdetto: egli può anche perdonare. E il cristiano, se si sarà nutrito della parola di Dio, saprà sempre cercare tutti gli appigli per poter giungere al verdetto che sa bene essere quello di gran lunga più gradito a Dio, il perdono.

Il Giudizio
È questo allora il momento di tirare le conclusioni: Monicelli si è ucciso. Il suicidio è un peccato gravissimo, perché nega la sovranità di Dio sulla vita umana, e soprattutto rappresenta una grave sfiducia nella misericordia e nell’amore infinito di Dio.
Spatuzza ha strozzato, o ha fatto strozzare un ragazzo e lo ha sciolto, o lo ha fatto sciogliere nell’acido. Poche menti diaboliche saprebbero immaginare qualcosa di più mostruoso. Però ha chiesto perdono, e se questa richiesta non è una mossa strategica o tattica per acquistarsi benevolenza presso i giudici, potrebbe davvero essere l’inizio d’un processo di riabilitazione e di riscatto che in linea di principio non dovrebbe essere negato a nessuno.
E noi che faremo? Certo tutti e due hanno commesso qualcosa di grave: togliersi la vita, se anche non è un reato così odioso come quello di toglierla agli altri, non è neppure un nobile gesto. Però vuoi mettere quello di Spatuzza?
Allora Monicelli in paradiso e Spatuzza all’inferno? E chi più di quel sordido sicario, meriterebbe i tormenti del fuoco eterno? E chi più di quel leggerissimo e felicissimo genio del cinema che tanto ci ha fatto sorridere, ridere e commuovere merita il paradiso? Certo, il buon Dio, che qualche volta avrà certamente sorriso anche lui alle esilaranti smargiassate dello squinternato Brancaleone alla crociata, un posticino lassù vuoi che non glielo saprà trovare?!
Quanto al mostro Spatuzza, se appena si affaccia in paradiso, i santi scapperanno tutti via.
I santi forse. Ma Dio forse no. Sono pronto a scommettere (e a sperare e a pregarci su) che se quel mostro riuscisse davvero, non solo a chiedere perdono per avere un trattamento ancora migliore di quello che ha già, ma a versare qualche lacrima vera su quella giovane vita troncata, perdono o non perdono accordato dalla famiglia, un posticino lassù magari come lustrascarpe o lucidaureola dei santi riuscirebbe a rimediarlo. E sarebbe un trionfo dell’Amore che, morendo, ha saputo pregare per chi l’uccideva: Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno. E Spatuzza, l’avrà proprio saputo quello che faceva quando l’ha gettato nell’acido?

Dialogo fra il santo Eremita e il suo giovane discepolo

Maestro, mio come ama il cristiano?
Ascolta bene, mio giovane amico,
e fa lo stesso anche tu:

L’amore più grande
Cos’è questo soffio di vita
quest’umido vento di pioggia
che sento soffiare
sugli arsi deserti
dove crescono i figli dell’uomo?

Ho visto nel cielo
un bagliore di sole
diverso
più rosso
speranza d’un giorno migliore

ho visto la chioccia
affrontare gli artigli del falco
e morire
per salvare la vita
ai pulcini

ho visto una donna
morire fra i dolori del parto
e risorgere
nella vita donata

ho visto un soldato
spartire il suo pane
con colui che tra poco
gli avrebbe sparato

ho visto Gesù
che spezzava il suo pane
e lo dava ai suoi amici…
e lo dava anche a Giuda
che fra poco l’avrebbe tradito
A.S.

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