A.A.A. comune senso del pudore cercasi

Sono sempre stato un buon amico del mio corpo, e malgrado gli evidenti segni dell’età, gli sono amico ancora. Io sto bene col mio corpo, e per quanto posso, cerco ancora di non mortificarlo troppo.
Certo gli nego molte cose, ma molte gliene concedo e in quel che posso, quando posso, lo accontento ancora.
Anche lui è stato per me un buon amico e non mi ha fatto mancare i suoi servigi. Oggi magari, data l’età, devo stare più attento nel chiedere e nel concedere. Ma sa accontentarsi anche lui.
Per esempio, data la “colpevole” pigrizia del pancreas nel produrre insulina, non posso più dargli tutto quello che piace al suo (e mio) palato; così ho quasi eliminato del tutto dolci e gelati. Soprattutto niente più alcol, niente fritti (o quasi), niente sughi pesanti, e così via. Anche se la colpa è tutta sua. Pensate: a mia completa insaputa, è andato a cercarsi un’epatite C, niente meno! Non contento, non ha neppure reagito all’interferone, sì che si è dovuto arrivare al trapianto del fegato, mica una passeggiata! Sapendosi colpevole, lui neppure protesta.
In compenso al trapianto ha reagito bene, molto bene. A giudizio unanime dei medici. Tanto che oggi, ormai a sei anni dall’evento… (evento? il termine è un po’ esagerato, ma suona così bene! E poi è così di moda: ormai anche la più banale corsa di somari si fa chiamare evento!)
Dicevo, dunque, che io e il mio corpo siamo buoni amici da sempre e cerchiamo di rispettarci a vicenda; non ci neghiamo reciprocamente qualche soddisfazione, ma alla fine sappiamo stare ognuno al suo posto. Si chiede quel che si può e si concede quello che è giusto e lecito concedere. Oltre non si va.
Ma avevo cominciato col parlare del comune senso del pudore. Sarà allora il caso di tornare a parlarne.
Dove sarà finito questo misterioso indefinibile sfuggente oggetto del disprezzo e del sarcasmo popolare? Esiste ancora da qualche parte del mondo civile? Non mancano buone ragioni per dubitarne.
Che sia esistito, nessuno potrà metterlo in dubbio. Che esista ancora, almeno qui da noi, pochi ormai lo pensano veramente. Basta uscire di casa, fare qualche passo in strada, e ti rendi subito conto che del pudore non c’è quasi più traccia. Non che non esistano ancora delle roccaforti di resistenza (chiese, uffici pubblici, scuole…), ma la loro sopravvivenza è fortemente minacciata dall’onda anomala della volgarità dilagante. Non tanto per quello che ti fanno vedere del corpo umano (che è già molto), quanto per quello che scopri nei comportamenti degli umani. Disinvolti, disinibiti, sfrontati, volgari, sboccati, sguaiati, sfacciati: ogni limite è stato o sta per essere superato, ogni pudore sta scomparendo.
La colpa? È come chiedersi, in piazza San Marco a Venezia, di quale piccione sarà mai l’escremento piovuto dal cielo proprio sulla tua fronte, mentre stavi tranquillo a guardare il gioco delle nuvole fra le cupole della basilica d’oro.
Che se proprio dici di volerci pensare un po’ (nemmeno tanto), fai presto a capire da dove arriva quella marea che avanza al passo d’un cavallo al galoppo, come le maree di Normandia e di Britannia nell’equinozio di settembre. E tu sai molto bene quale sia in questo caso la luna in grado di muovere quelle immense masse d’acqua che tutto travolge che gli si pari davanti.
Quella luna ha due volti, proprio come la pallida «luna del pastore errante dell’Asia»: uno luminoso e bene in vista, l’altro tenebroso e nascosto come ogni coscienza sporca. Sesso e Denaro sono i suoi nomi. Un binomio e un abbraccio strettissimo, indissolubile, mostruoso e micidiale come pochi, forse come nessun altro al mondo. Poche cose al mondo uccidono più del sesso, e se qualcosa c’è di ancor più assassino, questo è proprio il denaro. Il denaro chiede sesso, vuole sesso, compra sesso, vende sesso, droga il sesso, moltiplica il sesso, distrugge il sesso.
Ma anche il sesso non scherza: il sesso vuole denaro, compra denaro, si vende per il denaro, si abbrutisce per il denaro, si mostra, si esibisce, si offre, si prostituisce fino a strisciare e introiarsi nelle forme più abiette. Se paghi avrai tutto, se paghi faccio tutto, sono disposta/o a tutto. Basta che paghi bene. «Montami a costo zero» dice una donna nuda in una pubblicità in circolazione in questi giorni. Proprio come la vacca di cui imita la posizione.
«E il popolo che fa? Esulta!» diceva una battuta degli anni Cinquanta, rimasta famosa (forse di Rascel?).
E ancora oggi esulta, e quanto! Guardateli, per convincervi: a decine, a centinaia di migliaia, frastornati, esaltati, impasticcati, sbronzi, d’orgasmi libertari; si rialzano dai loro bivacchi sui prati di Woodstock o dell’isola di Wight, o dopo aver visto cadere i 19 compagni della Love Parade di Berlino, sono già pronti a ripartire per la prossima Woodstock, per la prossima Wright, o per ciò che prenderà il posto della ormai cancellata per sempre Love Parade.
Si è gridato alla liberazione dai tabù del sesso e all’emancipazione dai pregiudizi borghesi; si sono cantate le esequie al Dio odioso e sessuofobo dei cristiani; si è messa una pietra sopra l’amore fedele della famiglia cristiana; si sono alzati piedistalli a tutti quelli che han fatto dell’adulterio una conquista e un diritto; i letti violati degli altri son diventati oggetti da collezionare e da esibire con orgoglio agli amici (complici stampa televisione You tube Facebook) come un capo indiano con la sua collezione di scalpi. Non si dice, di uno dei più grandi miti dei nostri tempi, che abbia avuto più di mille donne? Senza mai sottolineare, che questo, in fondo, significa che in realtà non ne ha mai avuto neppure una. Lo si è visto bene quasi subito dopo la sua tragica morte.
Qualche giorno fa, Ferdinando Camon, si interrogava sul venir meno del senso del pudore nella nostra arida società dell’ostentata opulenza. Con acume faceva notare che in realtà chi si vergogna, ormai, è solo il giusto, «perché l’ingiusto non prova vergogna, per questo è ingiusto: la vergogna è una condizione dell’innocenza». E citando un saggio di Marco Belpoliti faceva presente che ormai «siamo passati da Edipo a Narciso».
Per chi sa qualcosa di mitologia greca sa di che si parla. Per chi non la conosce dirò solo che Edipo è una delle più tragiche figure della letteratura universale. Edipo è un eroe che ha liberato la città di Tebe dalla minaccia della Sfinge che divorava uno dopo l’altro tutti i suoi figli migliori. Ma per un crudele destino, scritto per lui da un oracolo prima della sua nascita, Edipo sposò la sua stessa madre. Un delitto che, sebbene inconsapevolmente commesso, non poteva passare impunito. Quando lo verrà a sapere, Edipo si punirà cavandosi gli occhi con le sue stesse mani. Edipo come archetipo dell’orrore per il proprio peccato, ancorché inconsapevole. Narciso, al contrario è l’archetipo dell’uomo fatuo, vuoto, una specie di Gastone petroliniano, talmente innamorato di sé e del suo niente, da sentire il bisogno di abbracciare la sua stessa figura riflessa sull’acqua dello stagno sul quale si stava specchiando, fino a cadervi dentro, annegandovi.
Quanti i narcisi, oggi, maschi e femmine, giulivamente succinti e sculettanti nelle ammucchiate velinare delle televisioni, al cinema, sulle spiagge, nelle discoteche, sulle riviste patinate?
Gioventù dorata o squallidi narcisi senza cuore né anima?

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