La via che conduce alla vetta è sempre in salita

Qualcuno forse si ricorderà che domenica scorsa ho proposto una riflessione su una parzialissima rassegna di «ordinaria tragedia», appunti su una settimana in cui si erano verificati in Italia e nel mondo fatti molto gravi. Proprio il giorno dopo il mio articolo è stata diffusa l’orribile notizia degli abusi nella scuola materna di Rignano Flaminio e ieri quella della ragazza romana accecata e uccisa da un colpo d’ombrello sull’occhio e da qui nel cervello. Morte inevitabile.
Sempre ieri, quasi una risposta alla nostra angoscia, la liturgia delle Lodi proponeva lo sconsolato lamento del profeta Geremia, al quale, in tempi calamitosi e perversi, Dio aveva dato quest’ordine: ai profeti che predicano nel mio nome senza che io li abbia mandati (e dunque ai falsi maestri del popolo: e solo Dio sa quanti ce ne sono!) e a quelli che li ascoltano e li seguono, «tu riferirai queste parole: “I miei occhi grondano lacrime * notte e giorno, senza cessare / Da grande calamità è stata colpita la figlia del mio popolo * da una ferita ‘mortale’ / Se esco in aperta campagna, ecco i trafitti di spada; * se percorro la città ecco gli orrori della fame / Anche il profeta e il sacerdote si aggirano per il paese * e non sanno che fare / Hai forse rigettato completamente Giuda, * oppure ti sei disgustato di Sion? / Perché ci hai colpito * e non c’è rimedio per noi? Aspettavamo la pace, ma non c’è alcun bene,* l’ora della salvezza ed ecco il terrore!”» (Ger 14,17-19).
Qualcuno potrebbe obiettare: non è arbitrario questo accostamento? In fondo oggi non siamo in guerra, nessun esercito assedia le nostre città, le istituzioni bene o male reggono. Che cosa abbiamo a che fare con quella lontana situazione di catastrofe imminente?
Eppure a sentire o a leggere i commentatori anche più seri e responsabili, il sentimento che domina è un senso di sconcerto e quasi di panico che ci sta prendendo un po’ tutti. Se per uno scippo andato male ti possono anche accecare (nel caso migliore) o uccidere; se qualcuno trova eccitante ‘divertirsi’ con certe pratiche anche su bambini della materna, allora davvero è segno che non ci sono più valori di conio sicuro in giro per questo nostro mondo sazio e disperato. Nemmeno della scuola materna possiamo più fidarci, sentivo dire da una donna, da una mamma. Nemmeno delle maestre, questa specie di replica del ruolo materno nella società civile. Neppure in parrocchia, incalzava e rincarava un altro con evidente dispiacere e sconcerto.
Gli ultimi sviluppi sulla tristissima storia di Rignano parlano di un invito alla cautela: non ci sarebbero riscontri oggettivi, non filmati, non video, non segni fisici riscontrabili sui corpi dei bambini, non racconti dei bimbi al personale inquirente, se non all’assistente del pm, però non registrati. E poi tante voci e proteste dei genitori. A questo punto qualcuno pensa che si potrebbe anche trattare di forme di suggestione collettiva, una psicosi autoalimentatasi di parola in parola, di bocca in bocca, di pietra in pietra: di quelle, sai?, lanciate da mani forse neppure troppo innocenti. Una sorta di caccia alle streghe, un «dalli all’untore», una psicosi da ansia antipedofiliaca. A questo punto non sai più cosa vorresti e che cosa non vorresti che fosse, e cosa devi augurarti che sia.
Non è affar mio sapere e tanto meno indagare. Il senso di nausea ti soffoca come una marea di fetidi liquami schifosi. Perché se tutta la storia è vera, è atroce; se tutto è una montatura, non è certo meno riprovevole. Ecco perché m’è venuto in mente Geremia profeta: a questo punto non sai più dove andare, non sai più dove fuggire, dove rifugiarti: se vai in campagna ecco i trafitti di spada, se resti in città ecco gli orrori della fame. In altri termini: dove andare, a chi rivolgerci per trovare aria e acqua pulite? Non sarà che ormai, come più commentatori hanno denunciato, siamo giunti al totale disarmo morale di fronte alla corruzione più pervasiva e dilagante? Se così va il mondo, se tutto è ormai ridotto a una corsa al piacere, al denaro, alle feste, perché solo io devo restare indietro? Se ormai non è più vero che per tutte le cose c’è il suo tempo, «un tempo per gli abbracci e un tempo per astenersi dagli abbracci» (Qo 3,5), perché non dovrei sgomitare e dannarmi pur di poter godere qualcosa di più? Non è quello che ormai fanno tutti? Non è solo di pochi giorni fa il ‘branco’ di minorenni che ha stuprato ripetutamente una bambina di nove anni? E non è di sesso che si parla continuamente, che si vede continuamente, che si esalta in tutti i modi? Certo era altro che ci insegnavano in altri tempi, ma che vuoi farci oggi si fa diversamente. Appunto.
Ho un’idea in testa che mi accompagna da una vita: se è pur vero che l’uomo progredisce sempre nella tecnica e nei suoi standard di vita sociale, perché il già conquistato si trasmette alle generazioni a seguire, questo non è automatico sul piano morale: ogni uomo che nasce è figlio di Adamo e di Eva usciti dal loro peccato: essi hanno trasmesso la vita, ma non la loro nuova saggezza: questa non si trasmette automaticamente e dei loro figli uno sarà Caino e uno Abele, uno Lamech e uno Noè, una la casta Elisabetta e l’altra la perversa Erodiade. Ognuno farà la sua scelta che rimarrà sua e non coinvolgerà i suoi discendenti. Non è con il sangue e con i geni che si trasmettono onestà, saggezza e – ma sì, diciamolo! – la virtù. Questa è un’arte e una conquista; come ogni arte va insegnata e conquistata, ma come ogni conquista richiede sacrificio e può essere anche perduta.
Pensaci Giacomino, pensaci, quando ti lasci andare a dire “lasciamoli fare, è l’età, è la natura”. Appunto anche gli stupri ne fanno parte. Anche la pedofilia. Anche la violenza. Ne sanno qualcosa sia i diseredati del Darfur, sia i cuccioli di foca e le balene.

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