Sabato santo.

Sabato santo. Il silenzio delle campane ci ricorda
che il Signore Gesù è morto e riposa nel suo sepolcro. Il mondo dei credenti vive nell’attesa del prodigio che non potrà mancare. Intanto ovunque la vita prosegue. Sempre quella. Niente di nuovo sotto il cielo. Ci si abitua a tutto, anche alla morte. Anche alla morte di Cristo.
“Amarcord” le nostre processioni con le fiaccole il Venerdì Santo, fatte con la cannuccia del Tevere (oggi non c’è più neanche quella) le più piccoli per i ragazzi, alte un paio di metri, le più grandi, 7-8 metri d’altezza, per gli ercoli del paese, tipo Giovanni Scarabattoli, o Mario Giommi, o i Ranocchia padre e figlio, Cèncio e Aurelio, e mi perdoneranno gli altri, ma non ho spazio per ricordarli tutti, e le “raganelle” per far conoscere l’ora a chi, senza orologio (oggetto raro al tempo) rimaneva anche senza il suono delle campane, “legate” dalla sera del giovedì santo alla mezzanotte di pasqua, e le donne che andavano a prenotare il forno per le torte di pasqua dolci o al formaggio, e i profumi che invadevano l’aria che quando rientravi a casa era come se avessi già cenato o pranzato, tanto le strade sapevan di cucina; e le sporte piene d’ogni ben di Dio che riempivan la chiesa per la benedizione pasquale, perché mai e poi mai qualcuno si sarebbe messo a tavola senza l’uovo o il capocollo o la torta o il vino o l’olio o il parmigiano benedetti che se no che pasqua era? E dalle sette di sera le file ai confessionali perché guai la pasqua senza l’assoluzione e la comunione a digiuno che manco l’acqua per lava’ i denti dovevi mette’ in bocca sennò addìo comunione che mica si scherzava allora…
Poi è venuta la modernità che adesso sì che siamo finalmente sgaggi, mica come quei tonti dei nostri vecchi! Oggi non si sa dove mangi, con chi mangi, cosa mangi, purché siano “strane”.
E lui? Il Cristo? Beh, lui si consola con le belle favole del passato. Come quella del melograno. La conoscete? Quando Gesù saliva sul calvario portando la sua croce, il suo sangue cadeva in terra e alcuni sassi ne rimasero macchiati. Un discepolo pensò di raccoglierli tutti in un sacchetto. Morto il Signore, volle far rivedere il sacro sangue ai suoi compagni. Le trasse fuori dal sacchetto e venne fuori un melograno: quei sassi erano diventati quei semi.
O quella del salice piangente: Gesù era caduto in terra e i soldati lo frustavano per farlo rialzare, ma lui non ce la faceva; un albero, lì sopra piego allora i suoi rami perché Gesù li afferrasse, e quei rami trovarono loro la forza per tirarlo su. Gesù lo ringraziò lo benedisse e i suoi rami rimasero pendenti e “piangenti” per sempre.
Che se questa “buonanotte” vi è piaciuta, perdonatene la lunghezza (ma è pasqua!). Domani vi racconterò invece le ruggenti notti di pasqua dei miei primi diciott’anni di Casalina, finché durò cioè la mia luna di miele. Preparatevi a leccarvi i baffi (oggi ce l’hanno in molti, io no).
Dio ci conceda la migliore pasqua del mondo. Don Antonio
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