Amoris Laetitia: una rivoluzione sottotraccia

 

L’Esortazione apostolica Amoris laetitia, di papa Francesco, incute soggezione solo a guardarla: 264 pagine, zeppe di citazioni nel testo, Ovvio il perché: bisogna far vedere che tutto ciò che vien detto è riconducibile alla grande tradizione teologico-magisteriale della Chiesa di Roma. Precauzione quanto mai necessaria con l’aria che tira nelle sfere alte della gerarchia romana e non solo.

Per di più, difficile non rimanere un po’ perplessi davanti a una evidentemente voluta reticenza, a un restare di proposito sul vago, a un dire e non dire perché nessuno possa dirsi vincitore e nessuno sconfitto.

Di fronte a un papa Francesco aperto sì, ma conjuicio, gli unici veramente delusi sono quelli che speravano in una prova di coraggio, o addirittura di audacia da parte  dal papa venuto “quasi dalla fine del mondo”. Uno scatto che a prima vista non c’è stato, ma per il quale, a guardare bene, sono state poste tutte le premesse perché esso si possa ancora produrre.

È questa, a mio avviso, la prova di un’abilissima astuzia che definirei volentieri machiavellica. Questa la strategia di Francesco, papa bianco e francescano che non ha mai deposto ne l’habitus né la mens del papa nero gesuita, quasi dicesse: io non lo dirò, perché non si sveglino le oche del Campidoglio e comincino a starnazzare, ma vi metto in mano tutti gli strumenti perché voi possiate fare tutto ciò che io non posso dire. Voi dovete solo capirmi bene, andare oltre il suono delle mie parole, cercare fin nelle pieghe del mio pensiero e delle mie intenzioni. Capitemi bene, dunque, “voi che avete intelletto d’amore” per le anime che vi sono affidate: leggete e rileggete quello che ho scritto; graffiate, raschiate, scavate e vi troverete tutto quello che vi serve. E lo strumento è questo: il “discernimento”, prodigioso grimaldello capace di aprire anche la più blindata delle casseforti. Studiate bene le istruzioni per l’uso, decifratene il codice, e il gioco sarà fatto. Io non posso dirvi di più. Il resto sta a voi.

Lettura audace la mia? Non mi mancano le “pezze d’appoggio” che ridurrò al minimo, per motivi di spazio.

«3…desidero ribadire che non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero. … nella Chiesa è necessaria un’unità di dottrina e di prassi, ma ciò non impedisce che esistano diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano».

«293. I Padri hanno anche considerato la situazione particolare di un matrimonio solo civile o, fatte salve le differenze, persino di una semplice convivenza in cui, quando l’unione raggiunge una notevole stabilità attraverso un vincolo pubblico, è connotata da affetto profondo, da responsabilità nei confronti della prole, da capacità di superare le prove, può essere vista come un’occasione da accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio… Ai Pastori compete non solo la promozione del matrimonio cristiano, ma anche il discernimento pastorale delle situazioni di tanti che non vivono più questa realtà».

  1. «…Due logiche percorrono tutta la storia della Chiesa: emarginare e reintegrare. La strada della Chiesa, dal Concilio di Gerusalemme in poi, è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione […]. La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero».
  2. «Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo! Non mi riferisco solo ai divorziati che vivono una nuova unione, ma a tutti, in qualunque situazione si trovino».
  3. «Una cosa è una seconda unione consolidata nel tempo, con nuovi figli, con provata fedeltà, dedizione generosa, impegno cristiano, consapevolezza dell’irregolarità della propria situazione e grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe. La Chiesa riconosce situazioni in cui l’uomo e la donna, per seri motivi – quale, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione».
  4. «Se si tiene conto dell’innumerevole varietà di situazioni concrete… è comprensibile che non ci si dovesse aspettare dal Sinodo o da questa Esortazione una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi. E’ possibile soltanto un responsabile discernimento personale e pastorale dei casi particolari, che dovrebbe riconoscere che, poiché «il grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi», le conseguenze o gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi. I presbiteri hanno il compito di «accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del Vescovo».

Qui termina per ora il mio contributo, col tempo altri ne seguiranno. Tempo per riflettere: è quello che ci chiede Francesco.

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