Quell’ulivo sul colle della croce all’ingiù

Lo crocifissero proprio così, con la testa all’ingiù, e i piedi in alto, quel 29 giugno dell’anno 64 della neonata era cristiana, almeno stando alla datazione tradizionale. Non fu la crudeltà dei carnefici a rendere ancor più atroce il martirio di Pietro, ma l’avrebbe chiesto lui stesso, il pescatore galileo giunto nella Città dei Cesari, per predicare anche lì il Vangelo di Cristo e stabilirvi una comunità di cui sarebbe stato il capo riconosciuto. Come poteva lui accettare di morire proprio come il suo Signore e Maestro, lui povero pescatore di Galilea?
Non sappiamo gran che, anzi quasi nulla del come vi sia giunto, ma importa poco: ciò che importa, e che è certo, è proprio il fatto che Pietro abbia passato gli ultimi anni della sua vita a Roma, che a Roma sia morto e che a Roma sia stato sepolto, proprio sul Colle Vaticano, a poca distanza dal luogo del suo martirio. A indicarcene il posto, tradizionalmente indicato come luogo del martirio e della stessa sepoltura dell’apostolo, è la grandiosa basilica sovrastata dalla più celebre cupola del mondo, l’una e l’altra dovute al genio di Michelangelo Buonarroti, anche se con significative modifiche successive (da croce greca a croce latina). Ciò corrisponde a un uso ben conosciuto: spesso il corpo del martire veniva seppellito vicino al luogo del martirio, e su quella tomba veniva spesso costruita una chiesa.
Ma non è di San Pietro né della sua atroce morte che scriverò oggi, bensì di quello che domenica scorsa è avvenuto a Roma, proprio alle spalle della basilica, nei giardini vaticani e di cui tutto il mondo ha potuto essere testimone grazie ai servizi televisivi che hanno raggiunto ogni angolo del pianeta. L’evento, reso possibile solo dallo straordinario carisma di papa Francesco, lo esigeva.
Questo è infatti uno dei pochi casi in cui l’inflazionatissimo aggettivo storico non è abusato. È anzi solo il giusto riconoscimento a un gesto talmente inedito da non poter vantare precedenti, almeno per l’evo moderno, sul piano religioso- politico-ecumenico. Nemmeno il celebre incontro di Assisi, fortemente voluto da Giovanni Paolo II nel 1986, può essere posto sullo stesso piano, perché lì si trattò di un incontro pan-ecumenico, fra religioni diverse di tutto il mondo ma non in guerra fra loro, come invece è stato qui. Questo è stato un incontro voluto proprio per favorire e invocare la pace su due religioni che incarnano anche due popoli da sempre antagonisti, due storie e due oggi sempre in contrasto e in lotta fra loro; che anche quando non è guerra guerreggiata, la violenza armata rimane sempre presente allo stato latente, come minaccia. come intenzione costantemente ribadita allo scopo evidente di ammonire e magari di spaventare: sì che mai l’altro popolo possa sentirsi sicuro in quella terra che tutt’e due chiamano nostra e benedetta, ma sulla quale sembra gravare una terribile dannazione di paura e di minaccia.
Guerra di religione, dunque? Anche, ma non principalmente né innanzitutto, penso io. Perché qui la guerra è principalmente etnica, tra due popoli, palestinesi ed ebrei, e due storie: una più antica e lontana (ebrei) e una più recente e perciò più sensibile (palestinesi), difficile da comporre perché fondate su criteri assai diversi fra loro. In antico erano la forza e la conquista che fondavano il diritto di possesso; oggi il diritto di possesso cerca sostegno e giustificazione nella ragione e dunque nella ragionevolezza delle stesse ragioni. Quell’unica terra, in epoche molto diverse, appartenne in successione a ciascuno dei due popoli. Ora uno lo rivendica sulla base di un diritto di risarcimento: quella era la nostra terra: ne fummo cacciati o ci hanno messi in condizioni di dover fuggirne; oggi vogliamo rientrare nel nostro; Dio (o la storia) ce l’ha data! L’altro fonda le sue rivendicazioni sul diritto di conquista militare e d’una permanenza ininterrotta più che millenaria su quelle terre: con che diritto ce le hanno tolte per ridarle a chi le aveva abbandonate per diaspora, da quasi duemila anni?
Ci può essere una soluzione a richieste così contraddittorie? Difficile dirlo, più difficile ancora trovare una soluzione pacifica e concordata al problema.
È qui che si inserisce il genio mistico e politico di Francesco: se affidiamo le nostre speranze alla armi è la strage, se l’affidiamo alla diplomazia spesso spregiudicata e senza scrupoli, allora è lo stallo senza fine. Francesco invitando i politici alla preghiera, ha inaugurato il tempo della metadiplomazia, nel senso letterale di ciò che viene dopo/che va oltre la diplomazia. Questo oltre egli lo individua nella preghiera supplice e fiduciosa. Affidiamo tutto all’unico Dio, comune a tutte e tre le nostre religioni: che poi alcuni lo chiamino YHVH, altri Allah, altri Dio (Deus, Theós ) ben poco conta: conta solo che tutti lo chiamiamo e lo sentano Padre.
L’invito fu lanciato a Gerusalemme e fu subito accolto con gioia. E già questo fu un miracolo cui in Vaticano nessuno credeva (parole di papa Francesco). E ora eccoli là, quei quattro strani e un po’ goffi personaggi: i più strani di tutti, visto l’attrezzo che adoperano, quello tutto in bianco e quello tutto in nero. Tutti e quattro curvi in avanti a raccogliere con le pale la terra ricavata dallo scavo della buca che avrebbe accolto la pianta sacra che dopo il diluvio offrì alla colomba il ramoscello (Gen 8, 11) che da allora in poi ha voluto dire pace e benedizione per un’umanità rinnovata nel segno della fede e “della speranza contro ogni speranza” (cfr. Rom,4,18).
E di fatto, quando mai s’erano visti i quattro maggiori rappresentanti delle tre religioni monoteiste e abramitiche riuniti insieme a pregare per la pace? Due di religione cristiana (con il papa, c’era anche il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, perché che pace potrebbe predicare chi la pace non sa farla neppure a casa sua?), più Abu Mazen per la religione islamica e Shimon Peres per gli israeliti.
Ho ancora davanti a gli occhi il primo di questi miracoli, che grazie a Dio vanno moltiplicandosi in questi ultimi anni: quello fra papa Paolo VI e il patriarca di Costantinopoli Atenagora (1964): era la prima volta, dopo il grande scisma d’Oriente (1054) che le due più alte autorità della Chiesa tornavano a incontrarsi, togliendosi di dosso reciprocamente la scomunica che avrebbe stracciata per quasi un millennio l‘inconsutile tunica di Cristo, (tessuta tutta d’un pezzo) la sua Chiesa. Quanti, fra chi mi legge, hanno la mia età, forse ricorderanno Paolo VI quasi sommerso nella lunghissima bellissima barba bianca del Patriarca che per statura sovrastava nettamente il pontefice romano. Molta strada è stata fatta da allora, ma la meta ultima, l’unità, è ancora lontana.
Oggi un altro grande passo è stato fatto, e nella nostra mente e nel nostro cuore rimarrà il ricordo di quelle quattro figure, armate finalmente solo di pale, intente a riempire buche destinate non più a cadaveri da seppellire, ma nutrire le radici di un giovanissimo ulivo per un olio che sia d’esultanza e benedizione per tutti gli uomini di ogni razza e stirpe e cultura e religione, perché nasca finalmente il tanto sospirato Tempo Nuovo, in cui gli uomini capiranno finalmente che «tutto è perduto con la guerra, nulla è perduto con la pace» (Pio XII).

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