L’irresistibile fascino dell’orrore

Chi può dire di conoscere fino in fondo i recessi dell’animo umano? Una scienza tanto sublime quanto difficile, un dono che solo pochi hanno avuto senza meriti dalla natura, o da Dio?), una qualità che solo in pochi sanno conquistarsi con lo studio e la passione per la conoscenza delle qualità buone e meno buone dell’animale umano.
Da cosa viene questo fascino irresistibile della paura che tiene incollati gli occhi e il cuore di tanti ai film dell’orrore: gente che non farebbe male a una mosca, ma che resta inchiodata a una sedia o a una poltrona mentre sugli schermi o sui monitor scorrono in successione immagini di pestaggi, torture, visioni sataniche, mostri (in tutti i sensi e in tutte le versioni possibili) che se appena si mostrassero loro nella realtà fisica morirebbero per lo spavento?
E sì che gridano di paura e d’orrore anche così, pur sapendo che è solo fantasia, trucco, effetti speciali, magia del digitale e che la vittima di quel pestaggio ne ha riso prima e ne godrà poi, quando passerà all’incasso.
Da dove allora questo fascino del rimanere senza fiato davanti alle atrocità inventate dall’uomo, che ti fa adorare come mito e modello il protagonista di quelle imprese che qualunque mente normale mai si augurerebbe né di vivere né di vedere né di compiere lui nella realtà?
Conosco gente dall’animo tenerissimo che mai perderebbe un film dell’orrore, di quelli che narrano scene cui mai ci si augurerebbe di dover assistere nella realtà e che, se ciò gli accadesse, sarebbero magari disposte a rischiare di persona per impedire che accadessero; che davanti allo schermo che le rappresenta piangono e tremano di paura, riuscendo a sopportarne la visione solo ripetendosi continuamente tanto non è vero, tanto è solo finzione, solo trucchi, solo effetti speciali.
Poi provate a dir loro, sarebbe ora di finirla con queste scuole della violenza e della crudeltà! Mostrandosi stupite vi direbbero in coro ma che dici?, quando mai?, che male fanno?, tanto chi ci crede? Siamo grandi abbastanza per sapere da soli ciò che possiamo o non possiamo vedere. E via dicendo.
Già su questo però ci sarebbe molto da ridire. Questo infatti è esattamente quello che dicono i ragazzini ai loro genitori quando si sentono dire un no secco a una loro richiesta avventata: allora non ti fidi di me, mi consideri ancora un moccioso, guarda che non sono più mica una bambina! E i genitori a spiegare che no, che non è questione di fiducia, che l’età è quella che è, e che ci vuole tempo per imparare a riconoscere i pericoli dove si nascondono.
Questo fino a ieri, perché oggi è anche peggio, con face book, you tube, e le tv che vivono solo di certe cose: specchietti per le allodole, altrettanti lucignoli per gli innumerevoli pinocchi sfamati sì dalle loro famiglie di ultima generazione ma, per ciò che riguarda la loro educazione dati in appalto gratuito ai media di qualunque tipo e generazione, i quali sanno benissimo dove vogliono arrivare: ad assicurarsi il favore e il consenso di tutti gli sciocchi in circolazione. Arrivarci in due tempi naturalmente: prima trasformare ogni ragazzo in allocco che abbocchi a ogni strizzata d’occhio del venditore di sogni del momento.
E da allora, da quelle finestre improvvisamente spalancate sul grande vuoto dell’informazione globale, entrano immagini d’ogni genere, anche quelle rubate a tradimento e date in pasto alle belve affamate di carne viva e assetate di sangue umano ancora fluido, caldo, capace ancora di impastarti la bocca e di stordirti il cuore. Su quelle finestre nessun filtro, nessuna retina è tollerata, tutto deve entrare liberamente: di questo ha fame e sete oggi il grande drago della Informazione Selvaggia Totale; paghi chi paghi. Tutto a tutti e per tutti. I filtri li pongano i diretti interessati se ne han voglia. L’emittente evacua e vomita tutto ciò che ha ingurgitato: bello e brutto, buono e cattivo. Tanto chi cerca qualcosa di più tollerabile per i delicati di stomaco, può sempre cercare presso le generaliste.
A tutto questo ormai siamo tutti rassegnati. Ma ogni tanto accade qualcosa che va ancora al di là dei nuovi limiti riconosciuti. L’asticella viene alzata ogni giorno di più e accade allora che il nostro salto in alto non arriva più a superarla. E riesplode il contrasto: per ora siamo alle decapitazioni (sic!), non importa se in diretta o in differita, video postati (brutto neologismo, indice della nostra pigrizia mentale: ma che aspettarci da una lingua che tollera perfino l’orribile femminicidio? Ceronetti lo dice orripilante) e messi a disposizione di milioni e milioni di visitatori, perché a nessuno sia negato il brivido dell’inguardabile.
L’altro ieri per esempio ne hanno decapitati altri quattro poi subito in onda per la gioia dei guardoni. Al telegiornale, ne è toccato un pezzo anche me.
È pur vero che oggi siamo condannati a convivere con l’orrore, e sarà difficile tornare indietro, se già una quarantina di italiani e più di cento inglesi sono partiti per andare a dare man forte ai jihadisti iracheni. Anche in Francia c’è chi si prepara: che vi sia nostalgia d’un sang empur che abbeveri i solchi d’Iraq e di Siria? Difficile però pensare che questi esagitati siano francesi. Guai a noi se ce ne fossero.
E queste sarebbero “le magnifiche sorti e prograssive” sulle quali ironizzava già il mite Giacomo Leopardi quando s’era ormai reso conto che non sarebbe stato facile cambiare lo stolido animale umano: tanto più stolido e cieco, quanto più presume di sé e della sua ragione.
Si ripercorrano i suoi profetici versi su questo tema. Si faccia attenzione ai versi evidenziati (da me):

«Qui mira e qui ti specchia,
Secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
Dal risorto pensier segnato innanzi
Abbandonasti, e volti addietro i passi,
Del ritornar ti vanti,
E proceder il chiami.

Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
Di cui lor sorte rea padre ti fece,
Vanno adulando, ancora
Ch’a ludibrio talora
T’abbian fra se. Non io
Con tal vergogna scenderò sotterra;
Ma il disprezzo piuttosto che si serra
Di te nel petto mio,
Mostrato avrò quanto si possa aperto:
Ben ch’io sappia che obblio
Preme chi troppo all’età propria increbbe.

Di questo mal, che teco
Mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a un tempo».

Ho sempre amato il sommo Leopardi (sicché mi sono indignato nell’apprendere che il regista Martone gli ha dedicato un film dal titolo che più banale e commerciale non si può: Il giovane favoloso (O Martone! ma non era mica un beatle!).
Ora, nei versi citati, tratti dalla celeberrima La ginestra, l’infelice grandissimo Giacomo individua e denuncia difetti e vezzi che, appena incipienti ai suoi tempi, sono oggi fra le vere catastrofe del nostro tempo: quale tempo più superbo e sciocco del nostro, che si esalta per la sua tecnologia e della stessa si serve per distruggere l’ambiente? Che chiama progresso il suo ritorno alla barbarie. Che sogna la libertà e mai ci furono mode e pensiero più schiavi di quelli dei nostri giorni (guardare le teste semipelate dei nostri giorni per credere).
Il poeta si chiama fieramente fuori da tutti questi vizi: la vergogna non macchierà la sua tomba, pur “sapendo” egli che il tempo cancella volentieri il ricordo di chi non ha idolatrato i suoi capricci.
Idolo sommo della mia giovinezza posso rubare un paio dei tuoi versi per concludere questo mio ben povero scritto? Io ci provo.

«Quanto somiglia/ al il tuo costume il mio».

Ho cancellato però la prima parola: l’Aimè che tu gli hai messo davanti, perché a me, di somigliarti, anche se solo in questo, non mi dispiace affatto.

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