Pasqua di resurrezione e di speranza

Per pasqua ho ricevuto un dono prezioso: una lirica di David Maria Turoldo osm, grande poeta e una delle voci più ammirate, ascoltate e perfino acclamate del panorama cattolico del XX secolo, scomparso nel 1992.
Una voce che fece epoca, nella Milano degli anni postbellici, dove fu per circa un decennio predicatore nel Duomo di Milano e nella vicina Chiesa di San Carlo al Corso, alla cui casa dei Servi di Maria era stato assegnato. Caduto in sospetto della Curia romana per la sua libertà di parola e di pensiero, fu allontanato dall’Italia (un sistema allora assai frequente per mettere la sordina alle voci scomode): ciò lo portò in giro per l’Europa e l’America, permettendogli di fare esperienze preziose e contribuendo efficacemente alla sua notorietà internazionale. Coscienza inquieta della Chiesa, era stato definito. Un cancro alla gola lo privò prima della voce poi della vita.
Nella lirica qui riportata la sua voce suona come una tromba del giudizio: Io voglio sapere/ se Cristo è veramente risorto /se la chiesa ha mai creduto/ che sia veramente risorto…
Ma per non diluire l’emozione che deriva dalla lettura del testo meglio riportarlo qui per intero. A fianco, quasi risposta alla profezia di Davide Maria, la mia risposta: la risposta di uno che crede di vederne il compimento nella figura carismatica e dolce di papa Francesco.

Mio prefazio a Pasqua
Io voglio sapere
se Cristo è veramente risorto
se la chiesa ha mai creduto
Che sia veramente risorto.
Perché allora è una potenza,
schiava come ogni potenza?
Perché non batter le strade
come una follia di sole
a dire: Cristo è risorto, è risorto!
Perché non si libera dalla ragione
e non rinuncia alle ricchezze
per questa sola ricchezza di gioia?
Perché non dà fuoco alle cattedrali
non abbraccia ogni uomo sulla strada
chiunque egli sia
per dirgli solo: è risorto
E piangere insieme
piangere di gioia?
Perché non fa solo questo
e dire che tutto il resto è vano
Ma dirlo con la vita
con mani candide
e occhi di fanciulli.
Come l’angelo dal sepolcro vuoto
con la veste bianca di neve nel sole,
a dire: «non cercate tra i morti
colui che vive!».
Mia chiesa amata e infedele
mia amarezza di ogni domenica,
chiesa che vorrei impazzita di gioia
perché è veramente risorto
E noi grondare luce
perché vive in noi
noi questa sola umanità bianca a ogni festa
in questo mondo del nulla e della morte.
Davide Maria Turoldo
Ora sappiamo
Ora sappiamo o Dio che la tua ora
è davvero venuta
ora che sulla barca di Pietro
un uomo siede
che come noi conosce, senza dannarla,
la povertà dell’uomo peccatore,
che fra la folla scende
a cercar di confondersi con essa
non perdendo sé stesso
in mezzo a noi
ma sollevando noi con le sue mani
dalla polvere nostra agli occhi suoi
Grazie Signore per avercelo dato
grazie Signore per avere scelto
proprio uno di noi, umile tra gli umili
povero fra i poveri……
d’esserlo andato a prendere
proprio fino laggiù, alla fine del mondo
Ora fa, Signore, che vediamo davvero
ardere le cattedrali, bruciare i cuori,
piangere insieme chi dona e chi riceve
le mani candide per porgere il dono
le mani pure per conservarlo intatto.
E all’Angelo sulla pietra seduto
ad aspettarci, non sia lungo l’attendere:
verranno Maddalena protoapostola
e l’altre donne, uniche a vederlo morire
Poi verranno anche loro, Giovanni prima
Pietro secondo a dirci, una volta di più
che primi saranno gli ultimi,
ultimi i primi nel suo Regno
Chiesa amata e infelice
anticipo del Regno
nell’inferno del tempo,
gridalo ancora, e forte: è risorto!
Antonio Santantoni

Già a una prima lettura credo sia chiaro il senso di quest’accostamento: la mia è un grido di gioia lanciato a Davide Maria per dirgli che sì, forse è venuto, anzi oggi sembra proprio venuto il tempo che egli invidiava, auspicava e invocava, gridando, implorando e piangendo.
È arrivato il momento che le cattedrali arderanno come altrettanti falò dell’ascensione, quando da un casolare all’altro da un podere all’altro, da una collina all’altra gli uomini si trasmettevano il messaggio di gioia: “il Signore risorto è salito al cielo; fate festa perché egli è ora presso il Padre e intercede per noi”.
È arrivato da quando un “uomo venuto quasi dalla fine del mondo” è approdato con la sua barchetta sulle rive del Tevere, inaugurando un fuoco d’artificio che sta abbagliando, divertendo, entusiasmando, commovendo il mondo che gli va dietro come soggiogato, sedotto, convinto che quella è la strada vera del Vangelo e che basterà seguirlo perché dietro a lui si formi e con lui cammini ilare e alacre
«un corteo di povera gente
di quelli
che nessuno mai vuole
che ognuno respinge:
sono i muti e gli storpi
che vanno con lui,…
e i ciechi e deformi, le vedove e gli orfani, i peccatori e le adultere, gli indemoniati e il lebbrosi…» tutti quelli che “non hanno speranza, non hanno bellezza, non hanno una patria quaggiù, che la loro sola parte di gloria» se l’aspettano solo dal cielo. Così cantavo ormai una trentina d’anni fa, quando tutto ciò era ancora solo una speranza.
Oggi invece quella speranza comincia a prendere forma, da quando sulla cattedra di Pietro siede Francesco, il nuovo vescovo di Roma, venuto dal profondo sud del mondo, il quale, appena sceso sulla riva destra del Tevere ha cominciato a fare come faceva a Buenos Aires, quando era vescovo di quella grande città, fra tutto circa 13 milioni di abitanti, seconda metropoli del Sud America.
È bastato vederlo, così lontano e piccolo, così bianco e tranquillo, così impacciato e tuttavia sicuro, sul balcone delle benedizioni perché tutti se ne sentissero conquistati: e per la Chiesa, reduce da quel girone d’inferno dantesco ch’erano stati per essa gli ultimi dieci-vent’anni, malgrado l’eroismo di Giovampaolo II e lo stile quaresimale e sofferto di Benedetto XVI, cominciò un cammino che definire promettente forse è dire poco, perché potrebbe in realtà rappresentare la primavera che scioglie i ghiacci d’un inverno che sembrava non finire mai, annuncio d’un estate ricca di frutti e di raccolti copiosi per la fame d’umanità e di giustizia del mondo.
Basta vedere come sboccia il sorriso dovunque agli compaia, come scoppia l’applauso dovunque egli passi, come le mani si tendono a toccarlo ovunque egli si mostri, indifeso e vulnerabile, senza scorte e senza vetri antiproiettili. Perché il vetro, se impedisce alle pallottole di raggiungerti, impedisce anche alla tua mano di fare una carezza al bambino che il padre ti tende perché tu lo prenda fra le tue mani e gli stampi un bacio sulla fronte, quel bacio di cui, una volta invecchiato, quel bimbo continuerà a raccontare “a me m’ha baciato papa Francesco”. Proprio così: a me m’ha…
Ma ancora siamo solo all’inizio, ma se son fiori fioriranno, e se son frutti matureranno. Intanto però avrei una cosa da dire anch’io e a questo punto credo di avere qualche buon motivo per non fare autocensura.
A quelli come me, a quelli soprattutto come David Maria Turoldo, non pare quasi il vero che tutto ciò stia accadendo, a noi che per tanto tempo siamo stati bacchettati perché dicevamo cose imprudenti, pericolose, avventate. Quando don Dario Pasquini stampava i suoi fogli formato tabloid listati a lutto, quasi un medievale sic et non: così parla Paolo VI, così scrive don Antonio. E se David Maria ebbe la fortuna d’essere mandato in giro per il mondo avendo un importante ordine religioso alle spalle, a me fu data Casalina dove sono rimasto e morirò. Non che a Casalina mi sia trovato male, tutt’altro: ma è come se un pulcino di falco lo mettete in una gabbia di un metro per uno per uno: come volete che quel pulcino diventi un vero rapace, audace e fulmineo? Lo dovrete mantenere a vita a pezzetti di carne pretagliati. Così è stato di me.
Il papa per la prima volta ha lavato i piedi a due ragazze, scrivono oggi i giornali: io ho cominciato trent’anni fa a lavarli alle mie parrocchiane. Oggi le donne leggono in chiesa, le mie hanno incominciato nel 1969-70; oggi portano la comunione ai malati; quando io feci la prima donna ministro straordinario della comunione, lo stesso don Dario, scrisse che era lei a farmi il nodo della cravatta. Il famigerato foglio lefebvriano Si sì No no si interessò a più riprese alle mie aperture. Così io sono rimasto a Casalina. Ne ci fu mai altro posto per me, se non a Casalina. Anche dall’Istituto teologico d’Assisi mi volevano cacciare. Mi salvò il Cardinal Betori, allora preside dell’Istituto, oggi arcivescovo di Firenze. L’argomento che oppose a chi mi voleva fuori: Don Antonio scrive documenti per la CEI: come facciamo a dire che non è ortodosso?
Ora mi si lasci cantare anche a me il mio Nunc dimittis: Sì, Signore sono vissuto abbastanza.

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