E con Francesco Roma tornò a parlare evangelico

Comincio a scrivere queste poche note, mentre la messa di Francesco a Lampedusa sta per cominciare. Quando lui avrà concluso chiuderò anch’io.
È il trionfo del legno: per altare una barca, per ambone un timone. Il pastorale dal legno di una barca. Del legno d’una barca anche il calice, sulla base del quale un chiodo confittovi ricorda la passione. Tutto deve parlare del mare, vita gloria e maledizione di Lampedusa. Quanto a lui è vestito di viola che è il colore della morte, della penitenza e spesso del mare quando si fa misterioso, carico d’un mistero che spesso nasconde la minaccia.
Le letture non sono più allegre: Caino uccide Abele. Tutti quei morti finiti in mare, non tutti ritrovati, sono tutti stati uccisi. Da chi? Da Wall Street e dalla City di Londra, dai califfi e dai maharaja, dalle sette sorelle (o quante oggi sono) e dai nuovi signori del petrolio: i nuovi più bramosi dei vecchi, da Mosca a Shangai, da Nuova Delhi, a Brasilia, da Città del Capo a Melbourne. Nuovi ricchi più avidi e più criminali dei vecchi, perché la loro fame è più fresca, e la loro brama insaziabile.
Il Vangelo: la fuga in Egitto. Lampedusa come nuova terra di fuga, come terra del pane, o come ponte verso altre chimere. Il papa aveva visto e sentito in TV morire uomini e donne e bambini. E ne ha sentito pietà. Come Pietro è venuto a dir loro: Non ho ne oro né argento, vi do quello che ho. La benedizione di Dio. A quella gente è bastato.
Il papa saluta le autorità presenti e subito dopo, prima ancora dei cristiani, i seguaci di Allah che oggi incominciano il Ramadam. Egli sa che molti di quei poveretti, sono musulmani. E grida loro una parola araba: a me è sembrato Osha (benvenuti?). È seguito un boato.
Dopo il peccato Dio chiama Adamo: «Adamo dove sei?». Adamo ha peccato. Ha smarrito se stesso. Anche a Caino Dio chiede dov’è tuo fratello? Anche Caino ha perso suo fratello, e non sa più dove sia. Questa domanda è rivolta a ognuno di noi. Questi fratelli cercavano solo vita e dignità. E molti di loro sono morti. Per arrivare fin qui erano passati per le mani di criminali senza scrupoli. Chi è responsabile di tutto. Tutti noi. Fuenteovejuna dice papa Francesco citando Lopez de Vega. Siamo abili a lavarci le mani. Viviamo tutti in un mondo di bolle di sapone che ci fanno vedere solo ciò che non esiste. Queste bolle di sapone oggi le chiamano oggi le chiamano globalizzazione. La nostra è una indofferenza globalizzante.
Chi di noi ha pianto per la morte di queste sciagurati fratelli morti sul mare, spesso tenendo stretti a loro i loro figli? Non sappiamo piangere più. Siamo tutti un po’ Erode: se non sei dei nostri, noi non ci interessa di te. Non ti uccideremo, ma non ti vogliamo. Non puoi venire a toglierci lavoro. Neppure quello che noi non faremmo mai. Giacché già la tua presenza è per noi, moralmente, una condanna.
La Messa di Francesco come una liturgia penitenziale: per la nostra indifferenza, per l’anestesia del nostro cuore.
Terminata la comunione la schola canta Una notte di sudore, sulla barca in mezzo al mare». Accostamento suggestivo ma inadeguato: una notte di terrore avrebbero dovuto cantare, anzi piangere quelle voci.
In una di quelle notti di terrore, quelle immagini fecero piangere papa Francesco facendolo decidere per un viaggio penitenziale a Lampedusa: Quelle stesse immagini ce le ripropongono ora alla comunione. Così le posso vedere anch’io… e qui è avvenuto il miracolo: non ho potuto trattenere le lacrime neppure io… capite?… m’è venuto da piangere… Non è meraviglioso? Francesco pochi minuti fa lamentava che l’uomo globalizzato ha perso il dono delle lacrime, che l’uomo benestante non sa più piangere. E a me si sono inumiditi gli occhi e un groppo mi rendeva difficile il respiro. Allora è proprio vero. Anch’io posso ancora sperare nella salvezza! Non è meraviglioso? Dunque posso ancora anch’io sperare nella salvezza. Mi vengono in mente le parole di Filomena Marturano: «Dummì, quant’è bello chiagnere!».
Ora ne sono convinto: da quando Francesco è il nuovo vescovo di Roma, non è più vero quel versetto biblico tante volte citato, tante volte abusato: «niente di nuovo sotto il sole» (Qo 1,9). Oggi no, oggi qualcosa di nuovo c’è: a Roma s’è tornato a parlare evangelico (una lingua dimenticata). L’unica lingua che tutti capiscono. Soprattutto i poveri. Tutti i poveri veri: quelli che sono poveri perché amano la povertà e quelli che lo sono perché altri vuole che lo restino: senza patria, né casa, né lavoro, né soldi; quelli che possono affrontare anche il mare perché morire sarà sempre meglio che vivere come loro vivevano.

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