E Cicchitto disse: predicare non è governare

L’ho sentito pontificare e ho subito cantato fra me e me «meno male Fabrizio c’è». Fabrizio chi? Ma è chiaro non può essere che lui. Il Cicchitto onnipresente e onniloquente. L’immarcescibile Cicchitto. Il quale, subito all’indomani della visita di papa Francesco a Lampedusa, evidentemente indifferente o impermeabile al senso di vibrante commozione che quella visita ha suscitato nel mondo intero, si è limitato a ristabilire le proporzioni dell’evento: «un conto è predicare un altro è governare». Non ce l’avesse detto lui, nessuno di noi l’avrebbe mai né pensato né capito.
Si noti bene: questa mia osservazione, non vuol dire negare la verità di quella sentenza, anzi! La sua verità è perfino troppo evidente. E per giustificare quanto ho appena scritto, citerò niente di meno che il grande san Bernardo da Clairvaux, maestro spirituale di papi, di santi, e di sovrani: tutta gente della stessa caratura intellettuale politica e morale. Egli suggeriva a un suo figlio spirituale, abbate di un grande monastero, che il buon superiore vede tutto, molte cose ignora (cioè le tace, fa mostra di non sapere), e solo poche cose riprende e magari sanziona.
Lezione di cinismo e al tempo stesso di sapienza non rari nell’ars gubernandi del profondo medioevo, quando il governo della Chiesa andò affinando le sue tecniche e i suoi strumenti di governo, tanto sottili quanto spregiudicati, che le avrebbero permesso di sopravvivere e perfino prosperare nei secoli più difficili dell’Europa cristiana. Era l’epoca di Cluny e di Clairvaux, di Ildebrando di Soana (poi Gregorio VII) e di S. Pier Damiani di Fonte Avellana, ma anche della Contessa Matilde di Canossa e dei due Enrico IV e V. Gente di sangue buono dunque e di mente libera e spregiudicata, che del potere conosceva tutte le arti e tutti i trucchi, tutti i vizi e tutte le virtù. Gente per la quale governare era al tempo stesso l’arte di portare a realtà un grande sogno e di scendere a grandi compromessi, un’arte nella quale non si può mai dimenticare che il meglio è spesso nemico del bene e viceversa, e più prosaicamente ancora, che l’uovo oggi, a volte, è meglio assai della gallina domani.
Tutto questo la Chiesa l’ha sempre saputo e se talvolta ha praticato l’arte di promuovere per rimuovere, di nascondere lo sporco sotto il tappeto col pericolo di moltiplicare i sepolcri imbiancati fuori e pieni di putredine dentro, è perché spesso ha sinceramente sperato che a non tagliare oggi una zucca poteva sperare di trovarci dentro una testa pensante domani.
Certo, nessuno di noi si faceva illusioni sui Cicchitto e sui La Russa, sui Maroni e sui Calderoli, sui Fini e sui Bossi, sui Borghezio e sui Salvini. Chi aveva stretto patti di solidarietà con Gheddafi per evitare che i barconi in partenza per Lampedusa potessero salpare dalle coste libiche perpetuando così l’esilio di decine di migliaia di profughi dal subsahara non hanno certo potuto gioire per il viaggio di papa Francesco a Lampedusa, per quella grande corona di fiori lanciata in mare dal papa, per quel modesto corteo di barche che l’ha riaccompagnato a riva. Non abbiamo ascoltato, ancora in questi giorni, un leghista che ha confessato, vantandosene, di essere felice quando viene a sapere che un barcone carico di profughi si è rovesciato in mare e tutto il suo carico umano è andato disperso? Certo: ogni affondamento significa qualche centinaio di bocche in meno da saziare, di latrine in meno da pulire e disinfettare.
Ricordiamo tutti i peana di vittoria del sodalizio PDL-Lega e del duo Roberto Maroni-Ignazio La Russa quando poterono cantare vittoria per aver interrotto il flusso di immigrazione fra la Libia e le isole Pelagie. Che volete che sia la disperazione di quanti, dopo aver venduto tutto, dopo aver attraversato il Sahara, dopo aver speso tutto quello che avevano per assicurarsi un passaggio per Lampedusa si sentono dire che non si parte più, che bisogna ancora aspettare… E intanto che il tempo passa, bisogna pur mangiare qualcosa e intanto i soldi finiscono, e le donne incinte rischiano intanto di dover partire col bimbo in braccio anziché in grembo, e anche se stare in barca col bimbo in grembo dev’essere un gran brutto viaggiare, pensate un po’ voi col neonato in braccio da allattare, da lavare, da cambiare in una barca dove l’unico posto dove lo puoi appoggiare sono le tue gambe sul barcone gremito.
E poi succede che gli stessi La Russa, Borghezio, Maroni, Bossi, Calderoli si vantano d’essere l’unico vero baluardo della civiltà cristiana contro le religioni dei barbari che vengono a minacciare la nostra fede a casa nostra, a invadere le nostre piazze all’ombra delle nostre chiese e dei nostri campanili.
E neppure finisce qui, perché in realtà quanto è stato detto finora è solo colore, ma il buono viene solo adesso. E allora diciamola tutta: fuori una buona volta dalle scatole (eufemismo) tutti quelli che vengono a rubarci il lavoro, a rovinarci il mercato delle case e degli affitti, a occupare i nostri marciapiedi con le loro cianfrusaglie, a invadere le periferie con i loro dormitori precari, sudici, insicuri, a violentare le nostre donne e magari le nostre figlie, a mostrare i loro sederi al cielo quando pregano nelle nostre piazze e nelle nostre strade, che sembrano essere diventate le succursali del Cairo e di Tripoli (che non è più per nessuno quel «bel suol d’amore» che era per i fascisti nostrani quando l’Italia era l’Italia e non quel paese di pecore belanti padrenostri e avemarie che nessuno sa più che vogliano dire). E tutto questo, con l’assenso e la benedizione d’una Chiesa di castrati nella quale nessun vero nordista saprebbe più riconoscersi.
E adesso ci s’è messo anche questo Jorge Maria Bergoglio della miseria (eufemismo) venuto dalla fine del mondo a metterci il suo carico da 9, a chiederci se abbiamo mai pianto su un barcone di profughi affondato col suo carico umano… Ma che, vogliamo scherzare? Noi facciamo festa, noi della Lega, nordisti di sangue puro, mica femminelle gentili da sacrestia!
Ecco, caro Cicchitto, capogruppo PDL di Montecitorio, i pensieri che il suo aforisma mi ha fatto venire in mente. E la verità della sua massima l’abbiamo capita bene anche da un’altra cosa: che di fatto chi governa ruba molto di più di chi predica, e non mi venga a dire che non è vero. Certo anche fra noi c’è qualche anima sporca, ma in genere fra i preti (a parte lo IOR e i preti come don Verzè) ci si sporca più con un po’ di liquido organico che con i soldi; mentre in politica (dove, grazie a Dio, non mancano nemmeno uomini retti e integerrimi), chi si sporca col primo si sporca spesso anche con i secondi, perché l’uno e gli altri sono ai loro occhi simboli di potere. Con una differenza essenziale: che quando a sporcarci siamo noi, noi andiamo davanti a un prete o direttamente davanti a Dio e chiediamo perdono dei nostri peccati; per i politici invece il processo di conversione è più complicato: c’è il partito, gli elettori, la riconferma in lista, le promozioni, la fedeltà all’idea, al capo, ai finanziatori… Davvero, on. Cicchitto: governare è molto più pericoloso che predicare. Specialmente se a capo hai un padrone al quale devi tutto. In genere non è questo il caso dei preti (fatta eccezione per il Vaticano).

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