Chiesa: ancora strappi e lacerazioni. È la storia bellezza!

Dunque ci risiamo: un altro strappo, un solco ancor più profondo, dividerà la Chiesa cattolica da quella Anglicana. Paradossalmente, ciò potrà significare altre fughe da Westminster Abbey verso Roma.
È la prima cosa che mi viene in mente, ma forse può servire bene per introdurre il discorso su un possibile nuovo episodio di quel movimento centrifugo del clero anglicano verso la Chiesa di Roma. Significativo il fatto che a determinare queste fino a pochi decenni fa inimmaginabili fughe di preti anglicani dal Tamigi al Tevere, non siano più le grandi dispute dogmatiche, ma piuttosto le molto più modeste ragioni di genere (sessuale) nei matrimoni dei loro preti: donne preti sì, donne preti no; matrimoni omosessuali sì, matrimoni omosessuali no; vescovi donne sì, vescovi donne no.
Si tratta di problemi certamente ardui, che abbracciano problemi tutt’altro che semplici di teologia sacramentaria, diritto matrimoniale, morale, tradizione, ecclesiologia, antropologia, esegesi biblica, e, per finire, teologia della storia come portatrice di un patrimonio di fede ricevuta, ma sempre da reinterpretare. Una grandiosa commedia dell’arte, dove la vicenda, sempre uguale in sé stessa, va ogni volta reinterpretata da attori sempre diversi che la rivivranno ogni volta in maniera sempre uguale e sempre nuova.
Ancora una volta, a creare il caso è il problema dell’Ordine sacro e dei ministeri ordinati nelle diverse Chiese gerarchiche dell’Occidente. Più semplicemente: a chi possono essere conferiti e chi può esercitare quei ministeri nella Chiesa? E di quali ministeri si parla?
Non potendo escludere a priori che fra i miei lettori ci sia qualcuno che non abbia troppa confidenza con temi siffatti, cattolico o non cattolico che sia, farò in modo di scrivere in modo che tutti possano capire ciò di cui intendo parlare. Che poi ci riesca, sarà tutto da vedere.
Tutti sanno che la Chiesa Cattolica ha una sua gerarchia, assai ben strutturata, saldamente impiantata e articolata in tre gradi (ordini). Per ognuno di questi tre gradi gerarchici c’è un nome proprio: vescovo per l’episcopato, presbitero (per lo più abbreviato in prete) per il presbiterato, diacono per il diaconato.
A differenza di quello che normalmente si crede, il primo fondamentalissimo grado è l’episcopato, continuazione – storicamente e teologicamente – dell’apostolato, cioè del mandato e del ministero dei Dodici apostoli di Gesù; gli unici di cui siamo certi che sono stati scelti, voluti e costituiti, uno per uno, nel loro ministero personalmente da Gesù; gli unici a cui Gesù ha detto andate e predicate il vangelo a tutte le creature, a cui ha detto fate questo in memoria di me, a cui ha detto ciò che legherete e scioglierete sulla terra, sarà legato e sciolto anche in cielo.
Per chi conosce qualcosa del linguaggio teologico e sacramentale, appare chiaro che in queste parole di Gesù viene posto il fondamento di ogni successiva dottrina sull’ordine sacro e sull’autorità di magistero della Chiesa e sui suoi poteri sacramentali e di governo.
Accanto ai vescovi, ma dopo i vescovi e sottoposti ai vescovi, sono i presbiteri o preti. Questo il vero nome, proprio e corretto, del secondo grado dell’ordine sacro. L’altro termine, sacerdote, da molti ritenuto come più elegante rispettoso pio e sacramentalmente più adeguato del più umile prete (abbreviazione di presbiter), è in realtà assolutamente improprio. Lo scrivo e lo dico da 45 anni almeno. Oggi qualcuno sembra cominciare a pensare allo stesso modo. Se fino a ieri eravamo in tre a ballare l’alligalli, beh, ora forse siamo in cinque a dire prete al prete. L’intendenza seguirà. Nei primi due secoli i due nomi furono usati come sinonimi, poi finirono con lo specializzarsi: il primo, episcopo, per il vescovo; il secondo, presbitero, per i suoi primi collaboratori. Poi si preferì tornare al Levitico, lasciando cadere Paolo e Giovanni. Vale la pena fermarcisi un po’.
Non può certo essere un caso che nelle parole di ordinazione mai e poi mai venga usato il termine sacerdote. Il suo nome proprio è presbitero, e viene definito come cooperatore del’ordine episcopale, come secondo predicatore, uomo del secondo ordine e della seconda dignità. Per tutto il primo millennio fu assolutamente chiaro che il vescovo era il capo, il padre, il maestro dei suoi preti e del loro sacerdozio.
È qui la prima grave contraddizione: se il vescovo è padre dei suoi preti, come potrà essere egli figlio a sé stesso? Se maestro, come discepolo di sé stesso? E così via.
Da dove allora questa confusione? Ci fu un momento in cui questa chiarezza di magistero si offuscò e fu il tempo della grande scolastica (sec. XII-XIII). Incredibile e dirsi, la Chiesa si dimenticò che l’episcopato era il vero sacramento dell’ordine, dal quale tutti gli altri ministeri della Chiesa procedevano. Bisognerà aspettare il Movimento liturgico (sec. XX) e il Concilio Vaticano II perché la Chiesa se ne ricordasse. Per tutti quegli otto secoli si pensò, e peggio ancora si insegnò, che solo il presbiterato dava il sacerdozio e che l’episcopato dava solo la potestà di governo nella Chiesa. Quanto ai vescovi avevano preso a dire che loro, prima di essere vescovi erano e rimanevano preti. Enorme, ma vero! E questa era la dottrina di Tommaso d’Aquino e dei grandi scolastici, del Concilio di Trento e del Codice di Diritto canonico.
Intanto però c’era stato il terremoto protestante (Lutero e tutto il movimento riformatore) a rincarare la dose. L’ordine sacro è un ufficio, sostenevano i riformatori, non un sacramento. Quanto al titolare o portatore di quell’ufficio, le Chiese riformate non vedono diversità fra la donna e l’uomo davanti a Dio e alla Chiesa. Ciò che può fare l’uomo nella Chiesa, può farlo anche la donna. Niente di ontologico impedisce alla donna di fare nella e per la Chiesa quello che possono fare gli uomini. Il fatto che Gesù non abbia avuto donne fra i Dodici, basta il realismo storico di Gesù per spiegarlo.
Così le chiese protestanti presero ancora una volta una via diversa da quella seguita da Roma, che non ha mai voluto prendere in considerazione l’eventualità di servirsi di donne presbitere, figurarsi vescovi.
Adesso che accadrà? Probabilmente quello che è già accaduto in altre simili circostanze. La Chiesa anglicana, saldamente ancorata alla sua recente politica di apertura alle donne, manterrà la sua linea ed entro pochi mesi, avrà i suoi primi nuovi vescovi donne. Non mancheranno critiche e dissociazioni che potranno sfociare in ulteriori fughe di ministri (preti e vescovi) verso la Chiesa cattolica. Anche se, forse, chi ha voluto lasciare ha già lasciato. E qualcuno fra noi, se ne rallegrerà.
Da noi, invece, niente di nuovo sotto il sole. Come le stelle di Cronin, staremo ancora una volta a guardare. I tempi non sono ancora maturi. Del resto, le grandi riforme liturgiche e canoniche di Lutero e compagni hanno richiesto i soliti 450 anni per venire accolte dalla Chiesa del Vaticano II. Che prima o poi queste cose avverranno anche fra noi è difficile dubitarne. Sul quando, una sola cosa mi sento di dire: prima o poi sarà. Ma non sarò io a vederla. La Chiesa cattolica ha i suoi tempi. Lunghi. Molto lunghi: e non sarà certo a me che darà ascolto. Ma io le voglio bene anche se non è proprio Speedy Gonzales. Ma io, quando amo, so anche aspettare.

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