Antico nuovo o eterno? Semplicemente Francesco

È vero: da un po’ di tempo parlo solo, o quasi di Francesco. Del vescovo di Roma intendo. E sì che gli argomenti non mancherebbero nel nostro povero mondo esagitato, disorientato, non di rado disperato a giudicare da quanta gente ammazza e si ammazza.
La verità è che tutti gli altri sono argomenti di sempre, su cui hai già scritto tante volte, sui quali hai già detto quasi tutto il dicibile. Sicché è difficile, ora che qualcosa di nuovo ti si presenta, rinunciare alla tentazione di gettartici a pesce.
Del resto, questo è anche il primo e più naturale rimedio alla frustrazione della caducità, alla consapevolezza della brevità della vita di ogni scritto per qualunque periodico, quotidiano o settimanale che sia. Il giornalista sa bene infatti che, alla fine, il suo pezzo, anche il più curato, anche il più attento e documentato, avrà in sorte «il destino più triste» per uno scritto, la cui vita come quella della gentile rosa di François de Malherbe (1555–1628) non andrà oltre l’espace d’un matin, la durata d’una mattina.
Alla tristezza di questo destino è offerto generalmente un rimedio dalla consapevolezza che ciclicamente sullo stesso argomento si dovrà spesso tornare, costretti a ciò dalla cronaca che inesorabilmente te lo presenterà di nuovo, e tu lo affrontarai magari sotto una luce diversa da quella di ieri, con accenti sempre nuovi e con emozione ogni volta diversa, perché il tutto possa sembrare ancora una volta nuovo. Così è oggi per me.
Perché l’impressione è che con Francesco, instancabile servo dei servi di Dio, le vacanze estive dei vaticanisti risulteranno piuttosto contrastate, un po’ come «La conversazione continuamente interrotta» di Ennio Flaiano.
Questa settimana ci si è messo addirittura il papa: eravamo abituati agli scoop propiziati da corvi o da compiacenti monsignori vaticani pettegoli o malevoli. Ma questa volta è stato Francesco in persona a parlarci di una lobby gay entro le mura vaticane.
Ce n’è assai più del necessario per accendere il cerino in mano a giornalisti come Nuzzi, Santoro, Travaglio e Formigli, i quali (lo dico senza nessuna animosità), vanno in brodo di giuggiole sentendo parlare di scandali. A volte esagerando nello zelo, bisogna riconoscere i loro meriti nell’informarci di tante cose che senza di loro non sapremmo mai.
Ma stavolta ha parlato lo stesso Francesco, confermando che sì, si può parlare di una lobby gay in Vaticano (benedetto Andreotti!). Ma perché la cosa venisse a galla, ci son volute le dimissioni d’un papa e l’elezione d’un marziano terraqueo, pescato niente meno che alla fine del mondo dove, qualcosa meno d’un secolo fa, era andato a cadere un meteorite staccatosi dal Piemonte.
Riportato da un voto del conclave nel suo Paese d’origine, quel marziano ha preso subito gusto a parlare, a vivere in mezzo alle sue nuove pecorelle, a intrattenersi con loro, e sembra prenderci tanto gusto che pare non voglia più lasciarle neanche per transumare a Castelgandolfo, dove vedrebbe il suo gregge ridursi di almeno un centomila pecorelle per volta, due volte la settimana e per tutta l’estate. Un po’ troppo, per lui. Sull’altro piatto della bilancia, però, c’è la tradizione e la tradizione ha un peso. Chi avrà la meglio: la calura o la piazza? Si accettano scommesse.
Ma è tempo di venire al sodo e di domandarci cos’è che piace tanto alle folle in papa Francesco. La risposta l’ho trovata giovedì scorso, festa di Sant’Antonio di Padova, un santo che non solo attirava le folle, ma sapeva ammaliare pure i pesci. L’ho trovata in un brevissimo brano d’un suo discorso, detto in un linguaggio d’incredibile attualità.
Antonio vi parla del “miracolo delle lingue”, verificatosi nel giorno di Pentecoste: «Chi è pieno di Spirito santo parla in diverse lingue. Le diverse lingue sono le varie testimonianze su Cristo: così parliamo agli altri di umiltà, di povertà, di pazienza e obbedienza, quando le mostriamo presenti in noi stessi. La predica è efficace, ha una sua eloquenza quando parlano le opere. Cessino, ve ne prego, le parole, parlino le opere. Purtroppo siamo ricchi di parole e vuoti di opere, e così siamo maledetti dal Signore, perché egli maledisse il fico, in cui non trovò frutto, ma solo foglie. “Una legge – dice Gregorio – si imponga al predicatore: metta in atto ciò che predica”. Inutilmente vanta la conoscenza della legge colui che con le opere distrugge la sua dottrina».
Capite, voi che mi leggete, quello che queste parole possono significare? E siamo proprio sicuri, noi predicatori di tutte le domeniche, d’essere consapevoli della responsabilità che ne deriva per noi?
E capisci tu, Chiesa che ti arrovelli la mente e il cuore alla ricerca di nuovi modi di evangelizzazione, capisci tu davvero quello che queste parole significano per te? Perché se davvero lo avessi capito per tempo, avresti risparmiato all’ottimo card. Antonelli di perdere anni dietro un nuovo catechismo per pochi adulti come Vito Mancuso o Bruno Forte e pochi altri come loro, ma che nessuno davvero legge per sapere cosa deve credere e non credere, perché cosa dobbiamo credere nessuno ce lo può comandare, perché ognuno crede per sé stesso, così come ognuno ama per sé stesso, perché credere e amare sono la stessa cosa e solo se lo incontri, l’amore, puoi ancora credere nell’amore.
E pensare che, or sono quasi esattamente 800 anni, fa il giovanissimo Antonio l’aveva capito perfettamente: ama quello che predichi, fa quello che predichi, fa che chi ti ascolta veda già realizzato in te quello che tu predichi loro e allora ti capiranno, ti seguiranno, ti imiteranno e saranno degni del nome che portano, quel nome cristiano che già in tanti abbandonano, respingono, peggio ancora ripudiano.
Vedi bene: è bastato che sul balcone di San Pietro sia apparso un uomo che sembra parlare proprio come è sempre vissuto e come ora dice a noi di vivere: poveri, semplici, veri, caritatevoli, e finalmente ilari e gioiosi in volto, felici di avere un anima e un corpo – sì, certo, anche un corpo, perché anche il corpo è un dono grande di Dio! È bastato questo, e piazza san Pietro è tornata a essere sempre gremita: tanto che anche nelle nostre chiese sembra che i fedeli riscoprano la bellezza del nome e dell’essere e del vivere cristiano.
È il concetto del giovanissimo Antonio da Lisbona, che io vorrei tradurre così: c’è una sola lingua che tutti gli uomini capiscono, e questa lingua non è né il greco degli antichi sapienti, né il latino dei dominatori romani, né lo spagnolo di Carlo V sul cui impero non tramontava mai il sole, né l’inglese della Regina Vittoria e del Commonwealth di ieri né quello della plutocrazia famelica e spietata delle banche e della finanza di oggi, non il russo degli Czar né il cinese dei mandarini. No, l’unica lingua che tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutte le regioni del mondo capiscono è quella dell’amore e solo quella. La lingua di un Dio che per amore ha saputo vivere e per amore morire, e che come unico comandamento ci ha detto: Amatevi come io vi ho amati. Solo da questo riconosceranno che siete miei discepoli.
Con un colpo solo lo IOR diventerebbe una banca e non sarebbe più un paradiso fiscale. Quanto alla lobby gay o non sarebbe più una lobby o non sarebbe più gay. Ma il mio spazio è esaurito. Chiudo.

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