Risposta ad una gentile lettrice

Sul mio articolo «E se la colpa di tutto fosse nel peccato», una gentile Lettrice mi risponde così, sul mio sito antoniosantantoni.org:
«Condivido l’articolo, è solo una questione di scelte ma a volte si è costretti a scelte di vita molto dolorose che qualunque Dio, qualora ne esistesse uno, non saprebbe cosa consigliare. Non sono credente come avrà capito o meglio, credo nella capacità del pensiero umano, credo nel senso di appartenenza al genere umano credo nella giustizia sociale, credo in uno stato etico e in un Dio laico. Chi non crede nella capacità di discernimento del pensiero umano, crede in Dio».
L’articolo di oggi è la mia risposta alla Signora.

Gentile Signora,
Lei dice di non essere credente, e questo non meraviglierebbe: sono in tanti che non credono! Ma intanto scrive di cose di cui per solito i non credenti non scrivono e neppure discutono. Forse perché pensano che non valga la pena discutere di fede. Non si crede e basta! che vuoi discutere?
Invece mi ha scritto. Per mettere in difficoltà chi crede di aver qualcosa da insegnare o perché in cuor suo, anche senza volerlo ammettere, spera che qualcuno riesca ad aiutarla a ritrovare la fede? Ambedue le cose sono possibili.
Lei pensa: perché dovrei credere? Cosa cambierebbe nella mia vita? Non ne sento il bisogno. Una volta forse, ma «or non è più quel tempo e quell’età»(Giosuè Carducci, Davanti a i cipressi di Bolgheri). Bello quel tempo, ma ormai ne era trascorso del tempo: «non son più, cipressetti, un birichino». Sono in tanti a farne la dura esperienza.
Lei, gentile Signora, dice di poter credere semmai in un «Dio laico». Che significa? Intende forse identificarlo col «popolo» (laòs in greco)? La tradizione latina potrebbe darle ragione: «La voce del popolo è (la) voce di Dio». Sarà dunque il popolo la voce del vero e unico Dio? A me pare un po’ rischioso: la voce del popolo è un po’ come la risacca: va e viene. Può essere così la voce di Dio?
Lei dice di credere «nella capacità del pensiero umano»: quale pensiero? Quello confuciano, scintoista, induista, buddista, musulmano, ebreo, comunista, capitalista, socialista, luterano, calvinista, ebreo, nazista, cristiano? Che vuol dire «umano»? Non sono tutti «umani» questi diversi pensieri? E non è umana la nascita che ne condiziona l’adozione? E allora?
Lei dice di credere «nel senso di appartenenza al genere umano»: ma di fatto ognuno parte dalla sua razza o dalla sua religione o dal suo credo politico: ma poche cose al mondo dividono più della razza, della religione e della politica.
Lei dice anche di credere nella giustizia sociale. Mi permetta di chiederLe: in quale giustizia? La vede Lei realizzata oggi da qualche parte? O forse in quella futura, che «certamente» ci regalerà un qualunque «sole dell’avvenire»? Quanti sono morti disperati dopo averlo atteso per tutta la vita?
Lei dice ancora di credere in uno stato etico. In che senso? Quello che si fonda su un’etica che è per sempre (quale?) o quello che ogni giorno ti dice qual è quella che va bene per oggi? Vede Signora, se si nega Dio, l’uomo è solo un animale: in senso biologico. Figlio del suo habitat fisico: savana o giungla, nevi o pampas, palafitte o catrame e cemento. E del suo milieu culturale. Herbert Marcuse denunciava la riduzione dell’uomo a una sola dimensione: «Le persone si riconoscono nelle loro merci; trovano la loro anima nella loro automobile, nel giradischi ad alta fedeltà, ecc.». Ebbene no, Signora, in quest’uomo io non credo: intelligente quanto si vuole, l’uomo a una sola dimensione, quando si riproduce, potrà generare solo uomini a una sola dimensione.
A questo punto immagino la Sua reazione: «Ah no! Ecco l’oltracotanza del bigotto! Se non credi, neppure sei capace di bene, di giustizia, di diritto, di verità». Ecco che torna Dostoevskij: «Se Dio non esiste, tutto è permesso» (in bocca a Ivan Karamazov). Solo loro, i credenti, avrebbero il monopolio della virtù. Aboliti tutti i Capitini e le Rosa Luxemburg del mondo non resta loro che la fede in Dio, senza rendersi conto che proprio la loro incapacità di fidarsi nella capacità discernimento del pensiero umano, li induce a credere in Dio.
Ci può essere del vero in questa accusa, ma vorrei mi si spiegasse una cosa: da dove può venire all’uomo e al genere umano, questa capacità di superarsi, di trascendersi, oltre ogni nostro limite di natura, al punto di riuscire a dominare sé stessi e il proprio istinto di conservazione fino a sacrificare la propria vita per gli altri, anche per gli sconosciuti, anche per i nemici, come Gesù di Nazaret sulla croce, come Stefano sotto le pietre?
Qualcuno potrà dire: tutti gli animali «sociali» conoscono il sacrificio: l’ape, la formica, la mandria in transumanza, la madre per i suoi cuccioli…
Verissimo! Ma che ne è, quando la scelta è controcorrente, che non viene dal sangue (madre-figlio), ma da un amore del tutto gratuito verso l’estraneo, verso lo sconosciuto; più ancora: verso il nemico che minaccia o che tenta di toglierti la vita?
Può venire tutto questo dall’ «animale»?
O non sarà forse, o piuttosto, che Qualcuno ha infuso nell’animale umano un principio nuovo, un principio diverso, «altro» dall’animalità, dall’uomo delle caverne, delle praterie, dei villaggi del neolitico, delle città moderne? Lo stesso «Qualcuno» che è venuto a dirci: ama il tuo nemico, benedici chi ti maledice, aiuta chi ti ha danneggiato, perdona chi ti ha fatto del male…
Qualcuno protesterà: perché negare agli uomini il potere di pensare e di volere lui stesso il bene? Perché negargli il merito delle sue imprese più belle?
Obiezione rispettabile, a cui mi sentirei però di rispondere così: in un universo tutto impostato sul diritto della forza, donde potrebbe venirgli il culto dell’amore in pura perdita, se non da quel «Qualcuno» di cui si dice che è l’Amore stesso fatto persona, Qualcuno che si è soliti chiamare Dio?
Che se qualcuno vorrà domandarmi: «puoi tu dimostrare questo?» io risponderò molto semplicemente : No, non posso dimostrarlo. Non più, per lo meno, di quanto tu possa dimostrare il contrario. Ma con una differenza: che tu, sentendoti solo, potrai anche sentirti impotente, solo, e ribellarti fino a toglierti la vita; io sapendomi amato e accompagnato, potrò invece abbandonarmi sereno sul seno di chi mi ha amato fino a dare la sua vita per me.
Cara Signora, capisce adesso perché Le ho fatto aspettare tanto una risposta? Perché sentivo che sarebbe stata lunga: tanto!
Che se dovessi averLa annoiata, non me ne voglia: ho solo cercato di prendere sul serio le sue implicite domande. E di farLe capire perché, rispetto a Lei senza fede, io mi senta fortunato: perché so che Qualcuno mi ama, e si prende cura di me, e mi accompagna dovunque io vada. E che mi accoglierà quando chiuderò gli occhi per sempre.
Conforto miserabile di chi non ha il coraggio di vivere solo?
No! Conforto dolcissimo di chi ha il coraggio di vivere d’amore: dell’amore che ci viene donato e dell’amore che sappiamo donare. Sapendoci figli di un Amore infinito.

Questa voce è stata pubblicata in Il Giornale dell'Umbria, Il problema di Dio. Contrassegna il permalink.