La ricchezza è peccato? La severino dice di no

Già: il ministro Severino dice di no, che non è peccato. E dev’essere proprio vero se un sant’uomo come Vittorio Sgarbi le dà ragione.
Ma non basta. Il ministro ha qualcosa da aggiungere: «Bisogna guardare con benevolenza», magari con gratitudine chi guadagna bene e paga le tasse, perché, sottolinea, «con le tasse da me pagate si potrebbe costruire un ospedale o una scuola».
Parole come queste mi pare d’averle sentite più d’una volta, da tal Silvio Berlusconi, il quale diceva che l’Italia dovrebbe essergli grata per aver creato, lui, con il suo saper fare, almeno 40.000 posti di lavoro. Anche lui un supporter molto credibile: almeno quanto Sgarbi.
In più si sa, che Berlusconi è generosissimo, specie con gli amici. Ne possono dare testimonianza non dubbia Don Pierino Gelmini e soprattutto don Luigi Maria Verzè. Due uomini di chiesa, si noti bene. Ma poiché bigotto e maschilista lui non è, è generoso anche con chi uomo non è e tanto meno di chiesa.
In questi ultimi due giorni si sono venuti a conoscere anche i redditi, lordi beninteso, dei “grand commis” di Stato: 16 in tutti. Per la modica somma di 6.874.402 euro complessivamente. Tutti insieme, neanche quanto la Severino da sola: una miseria. Chissà se dovremo essere grati anche a loro? Stavo per dire di sì, quando un ascoltatore di “Prima Pagina” (la preziosa rubrica di RadiotreRai) mi ha messo nel dubbio: mentre il Capo della Polizia di Stato Manganelli guadagna 621.253,75 euro, le gazzelle della polizia restano in garage perché manca la benzina. Sarà ok anche questo?
Don Renato Sacco, di Pax Christi, fa notare che il ministro Severino, illustre giurista, avrebbe parlato con maggiore proprietà di termini, se avesse parlato di reato. Forse nel parlare di “peccato” s’è sbilanciata un po’ troppo su un terreno non suo.
Neanche Gesù, nel suo piccolo (ricordate Enzo Biagi?), nomina mai il peccato parlando di ricchezza, però è certo che Gesù non doveva avere un buon concetto né dei ricchi né della ricchezza.
Ricordate? “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli” (Matteo 19, 24). E ancora: “Guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione” (Luca 6, 24). E neppure così gli basta: al ricco che, finché era vivo, banchettava negando al povero Lazzaro perfino le briciole della sua mensa, Gesù manda a dire da Abramo, nell’inferno: “Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e _Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti» (Lc 16,25).
Si dirà: il ricco non è punito per la sua ricchezza, ma per la mancanza di misericordia verso il povero Lazzaro. Giustissimo. Ma è altrettanto chiaro che Gesù attribuisce quella durezza di cuore proprio alle ricchezze del godereccio epulone. Il quale magari, mentre negava le briciole al mendicante, copriva di collane costose collo e seni delle sue gentili compagne di bagordi.
Per conoscere il vero atteggiamento cristiano in proposito, c’è un solo modo: lèggere quello che i Padri della Chiesa predicavano senza timore d’essere presi per pazzi, e che il cappàdoce Basilio il Grande esprimeva così: “Il pane che a voi sopravanza è il pane dell’affamato. Il vestito appeso nel vostro armadio è il vestito di chi è nudo. Le scarpe che voi non portate sono le scarpe di chi è scalzo. Il denaro che tenete nascosto è il denaro del povero. Le opere di carità che voi non compite sono altrettante ingiustizie che voi commettete”. E questo è uno schiaffo per tutti noi, che abbiamo i nostri armadi pieni di biancheria e di abiti che da anni non usiamo più, e intanto continuiamo a comprarne sempre di nuovi per stare al passo coi tempi?
Mi aspetto l’obiezione: ma infondo perché dovrei vergognarmi se sono ricco? Se ho saputo lavorare bene di braccio, di piede, di testa, di cuore, di lingua, di penna? Quando ho fatto il mio dovere pagando le tasse; quando posso garantire che i miei soldi non vengono da traffici illeciti, rapine, usura o contrabbando, perché dovrei considerare una colpa l’onesto guadagno? Perché non sarebbe “giusta” ricchezza? Non è sempre un contributo alla crescita di un Paese? Un ricco fa più per un Paese che mille o un milione di poveri.
Tutto vero. Eppure…
Mi spiego. Ho un’impresa. Lavoro 12,15,18 ore al giorno (succede spesso ai veri imprenditori). Non smetto mai di lavorare, nemmeno quando mangio, nemmeno quando leggo il giornale, nemmeno quando sono in aereo. Sempre. La testa è sempre lì.
Il rischio, poi, è tutto mio: se non guadagno perdo; se non cresco, calo; se non guadagno non pago, e se non pago, chiudo. Se il mercato va in crisi, o se va in crisi il prodotto (perché cambiano i gusti) tutto va in crisi: fabbrica, impresa e lavoro. Perché dovrebbe essere peccato raccogliere quando è tempo di raccolto, se ho coltivato il mio campo come doveva esser fatto? Dove sarebbe il peccato?
Risposta: nessun peccato fin qui.
Ho lavorato bene. Ho guadagnato bene. I conti tornano. Le tasse le pago. Gli operai li pago secondo contratto. E allora? Dove sarebbe il peccato?
Risposta: nessun peccato fin qui.
Ora ti siedi e ti metti a far di conto: al netto delle spese ho guadagnato mille. Ora distinguo per voci: al mio lavoro va tanto e tanto per il capitale investito. Per le macchine tanto. Per il rischio tanto. Per i nuovi investimenti tanto. Tanto per le nuove competenze e consulenze. Tanto per l’aereo, treno, parco macchine. Tanto per alberghi, ristoranti. Tanto per (piccoli?) presenti alle “persone giuste” . Ora tiro i totali.
Ora tolgo al totale-guadagno il totale-preventivi di spese. Mi resta in mano tot migliaia o milioni di euro.
Dove sarebbe il peccato? Nessun peccato fin ora.
Ora dovrò dividere questa cifra fra quelli che hanno contribuito a ottenerlo. Attenzione il peccato può cominciare proprio qui.
Potrebbe. Come? Dove? In che modo?
Dipenderà dalla cifra che tu assegnerai alle singole voci. Per esempio: quanto per il tuo lavoro? No, non quanto all’ora: l’imprenditore non ha né orario né onorario. Tutta la mia giornata è lavoro. Mi assegno un tanto. Certo la parte maggiore.
Quanto al capitale? Chi mette il capitale rischia, e il rischio va tenuto in conto. Gli assegno un tanto. Un’altra bella fetta del reddito.
Quanto ai menager, capi, capetti? Devo tener conto di quanto mi rendono. A chi più mi fa guadagnare, più devo dare. Non è vero che tutto il lavoro abbia lo stesso valore.
All’operaio specializzato, ai semplici operai, alla manovalanza quanto devo dare? Stesso criterio di sopra: non tutto il lavoro ha lo stesso valore. E poi ci sono i contratti nazionali, regionali, provinciali e per categorie. Le cose sono chiare. Si litigherà in fase di rinnovo di contratto: loro per tirar su il prezzo, noi per tirarlo giù. Un tiro alla fune. Vincerà il più forte. I colpi saranno senza esclusione di colpi. In genere è il padrone che vince. Del resto mi pare giusto: chi mette i soldi ha diritto a prendere di più, perché senza i soldi tutti resterebbero a spasso.
Io, invece, che sono un vecchio sognatore penso sempre che sia vera anche un’altra cosa: che senza le mie braccia, i miei piedi, i miei occhi e le mie mani, i tuoi soldi non servirebbero a niente. Tu dai capitale aureo o cartaceo; noi diamo capitale umano. A parità di necessità, quale è più meritevole?
Ma il padrone ha un’arma in più, micidiale: ha dalla sua la paura. Questo è il prezzo: prendere o lasciare! Io di braccia come le tue ne trovo quante voglio; tu di lavoro, se rifiuti questo, non ne trovi. Il paròn Ntoni dei Malavoglia insegna. E allora presi per fame devono dire sì.
È qui che incomincia e si consuma il peccato.
Ma la Severino non ha 40.000 operai. Per lei questo discorso non vale.
È vero, per lei ne vale un altro. Ma per quest’altro, un’altra volta.

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