Sul caso dei due genitori-nonni

Qualcuno mi ha chiesto cosa ne penso di quei due anziani coniugi che sono andati all’estero a procurarsi un figlio mediante inseminazione eterologa e poter avere finalmente quel figlio che la natura e la legislazione italiana sulla fecondazione assistita e sull’adozione dei minori avevano loro negato.
Le avevano tentate tutte, ma sempre senza successo. Anche la via dell’adozione; ma quando s’erano decisi, erano ormai troppo avanti negli anni: così non l’avevano ottenuto.
I due devono aver pensato che se erano troppo vecchi per adottare, rimanevano giovani abbastanza per farsi “inseminare”. E così, 70 anni lui e “solo” 58 lei, sono andati all’estero, verso una delle Terre promesse della libertà senza vincoli, dove ogni desiderio diventa un diritto: andarono e concepirono; tornarono e partorirono.
Il seme era “eterologo”? Non importa: quel seme, lui (il marito) l’aveva fatto suo con un preciso e consapevole atto di volontà. Forse s’erano ispirati alla storia del vecchio Abramo, che su precisa richiesta della moglie Sara, dalla quale non aveva potuto avere figli, s’era unito alla schiava Agar, ricevendone sùbito uno. Quel figlio Sara l’aveva reso legalmente suo raccogliendolo lei stessa dal grembo di Agar (mi par quasi di vederla prendere quel corpicino ancora insanguinato e deporlo, così com’era, sul proprio grembo nudo, a imbrattare di quel sangue la sua propria vulva, arida e secca, e le sue gambe grinzose, come se fosse uscito proprio da lei, e così ricordarselo fino alla sua morte: come carne e sangue e figlio proprio.
I problemi etici della Chiesa? Essi sono ormai ampiamente superati per la gran parte delle coscienze e delle legislazioni moderne. Fa bene la Chiesa a porre i suoi paletti (pregiudiziali) alle medesime? Che essa abbia il diritto di opporsi con tutta la sua autorevolezza morale non può esserci dubbio. In democrazia chiunque ha diritto di battersi perché gli venga riconosciuta la libertà di vivere e di operare secondo la fede e i principi morali che professa. Per di più la Chiesa ha una missione da compiere: compito del profeta è predicare, non farsi obbedire. Meno chiaro è il diritto della Chiesa a rivendicare il diritto di lottare per imporre per legge i suoi dettami morali a chi cristiano non è. Ne riparleremo.
Ma altrettanto sicuro e sacrosanto, in democrazia, dovrà essere ritenuto il principio che la maggioranza, se non basta da sola a “fare verità”, ha certamente il diritto di fare le leggi in conformità al sentire della maggioranza del momento. Non avendo criteri universalmente accettati per stabilire una scala di credibilità fra le diverse fedi e ideologie, l’unico criterio sperimentalmente oggettivo resta quello numerico: la maggioranza fa la legge. Se cambia la maggioranza, anche la legge potrà cambiare. Una scuola di umiltà, tenacia, obbedienza.
I commenti alla vicenda hanno avuto il merito di concentrarsi assai più sulle circostanze che sui massimi sistemi: sull’età dei neo-genitori e sul diritto o meno del tribunale di interferire sulle scelte di due liberi cittadini.
Troppo “vecchi” gli aspiranti genitori per il tribunale. Per ogni cosa c’è il suo tempo, anche per partorire. Una sapienza antica che conserva tutta la sua validità.
Si è letto che il diritto alla genitorialità è prevalente su tutto, perché coincide con il diritto stesso di amare. Ma chi potrà accusare la natura di negare un diritto alle donne sterili? Ai ciechi, ai portatori della sindrome di Down? Davanti alla natura nessuno può rivendicare diritti, si possono solo nutrire speranze. Si possono predisporre precauzioni, profilassi, strategie di prevenzione: ma niente di più.
Sarà sempre vero però che, qualunque ne sia l’origine, io avrò tutto il diritto di lottare con tutte le mie forze per ristabilire un equilibrio sovvertito, restaurare un ordine che, in via normale, mi sarebbe dovuto, ma di cui sono stato, per qualunque motivo, privato. E qui, a quanto se ne sa, i due protagonisti della vicenda, i mezzi a loro disposizione li hanno esperiti tutti. Magari senza fortuna. Né con quelli sul piano medico, né con quelli sul piano legale. Ma c’è chi parla di mosse in ritardo e di dubbi sulla loro idoneità genitoriale.
I principi del resto sembrano solidi: bisogna evitare che il bambino adottato rischi di restare orfano in età troppo tenera. Il padre in questione, settantenne, ha oggi una ragionevole attesa di vita di otto anni (stando alla media). Vuol dire che sulla sua bambina pesa la ragionevole probabilità di rimanerne orfana prima d’aver compiuto i 10 anni. Con la madre va un po’ meglio: i 58 anni della madre le consentono una speranza di vita di circa 25-28 anni. Non sono pochissimi. Ma quanti di questi anni saranno “giusti” per una madre alle prese con una figlia ancora adolescente? I 60-65 anni sono considerati l’età d’oro per i nonni che danno una mano ai figli nel crescere i nipoti. L’esperienza insegna che dopo i 70-75 anni, ai nonni si può chiedere sempre meno. E passi finché sono i nonni. Cosa dovremmo immaginare se fosse la figlia appena adolescente a doversi prendere cura di genitori non più auto sufficienti? Sono sempre più numerosi i figli che hanno a che fare con genitori 75-80enni non più autosufficienti. Ma se i genitori sono già “matusa” (qualcuno ricorda il linguaggio degli anni Settanta?) al momento di mettere al mondo il figlio, su chi potrà far conto il figlio nel caso di loro sopraggiunta insufficienza fisica o mentale? Figli che per di più, a quella giovanissima età, saranno ancora facilmente senza lavoro?
C’è ancora chi ricorda il caso delle nonne-mamme che davano in affitto il “vecchio” ma ancor valido utero per portare avanti gravidanze al posto delle figlie (o altre) aspiranti-mamme impossibilitate a farlo di persona. Ma lì il caso era diverso: vecchia era la nonna, non la madre. Oppure il bambino sarebbe andato alla “committenza”. Qui a essere vecchi sono i genitori.
Mi sorprendono in una sociologa attenta come Chiara Saraceno (su La Stampa) alcune banalità che non mi sarei aspettato: essa rivendica il prezioso aiuto dei nonni “a tempo pieno” accanto ai genitori: sacrosanto! ma appunto: “accanto”, “a supporto”, non come titolari di genitorialità. Anche il riferimento alla virilità di Gassman o di Chaplin sembra fuori luogo: le loro partner non erano affatto sessantenni o giù di lì, e i loro conti in banca potevano sostenere frotte di badanti.
Detto questo sia ben chiaro: non mi sento affatto di approvare, così su due piedi, la decisione del tribunale di togliere ai genitori la bambina per darla in adozione a una coppia di aspiranti genitori adottivi. Dicono che non è questione di età, ma di idoneità dei due pretendenti genitori. Una questione su cui mi dichiaro incompetente. Lo scopo del mio articolo era solo quello di richiamare alla mente la saggezza di quell’antico «C’è un tempo per nascere e un tempo per morire» (Qoelet 3,2). Mi parrebbe saggio che chi si avvicina troppo all’età dell’impotenza e della morte, si astenesse dal dare la vita a chi, dei genitori, potrebbe avere ancora bisogno, nel momento stesso in cui, di aiuto, i genitori potrebbero cominciare ad avere, proprio loro, bisogno – e diritto! – da parte del loro sfortunato figliolo.

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