Serve ancora la teologia?

Riflessioni in margine a un anniversario
Ieri, 7 ottobre, al Sacro Convento di Assisi, senza ombra di dubbio uno dei luoghi alti del pianeta, ha avuto luogo una piccola cerimonia di compleanno. I frati che ci hanno accolto, hanno preparato perfino una torta.
Il festeggiato era l’ITA, Istituto Teologico di Assisi, per il suo quarantesimo anno di vita. Una festa dove si è parlato molto più di passato che di futuro. Presente, oltre ai vescovi della regione Umbria, anche l’arcivescovo di Firenze, mons. Giuseppe Betori, già professore e preside dello stesso Istituto.
L’anniversario è stato l’occasione per qualche opportuna e confortante riflessione sui risultati conseguiti, e di qualche rammarico per altri risultati che sembravano a portata di mano, ma che si sono visti sfumare proprio in vista del sospirato traguardo: è il caso della mancata erezione a sede distaccata e paritaria con Firenze della Facoltà teologica dell’Italia centrale. Nulla da eccepire sul livello didattico e scientifico dei programmi e del personale insegnante, solo qualche insufficienza nei titoli di studio di qualche docente.
Le diverse relazioni hanno ripercorso le tappe del laborioso cammino, con qualche timida incursione sul terreno delle prospettive per il futuro dell’Istituto. Importante il riconoscimento della vocazione propria dell’Istituto nell’ambito dello specifico carisma francescano, consacrato nella formula, ormai famosa nel mondo, dello “spirito di Assisi”.
I pochissimi minuti riservati ai partecipanti mi hanno dissuaso dall’intervenire inducendomi a rimandare a un articolo su questo Giornale tutto quello che avrei voluto dire in aula.
Con un vantaggio: che qui avrò molto più spazio per dire in maniera compiuta ciò che avrei voluto dire ieri; e con uno svantaggio: che ben pochi dei presenti di ieri verranno a conoscenza di ciò che ora dirò. In compenso ne verranno a conoscenza altri che ieri in aula non c’erano. E allora “procedamus”.
Inizierò da una frase di uno dei massimi teologi del secolo scorso, Karl Bart, teologo e pastore svizzero (1886-1968), una delle figure decisive nel panorama teologico del XX secolo. La sua frase è venuta fuori verso la fine della giornata di ieri. Eccola: «La teologia è la più bella delle scienze».
Io non posso definirmi un teologo; non ho mai permesso a nessuno di dirmi tale. Semplicemente non lo merito. Troppo poco l’ho studiata, e sotto angolazioni troppo limitate: erano troppo pochi gli aspetti per me essenziali fra le infinite “quaestiones disputatae” che hanno riempito, ingombrato, intasato le biblioteche e le teste dei credenti in Cristo.
Soprattutto rimprovero alla teologia di essere “la madre di tutte le eresie” e degli scismi, scomuniche, inquisizioni, torture e roghi che hanno funestato la storia cristiana di questi primi duemila anni di cristianesimo.
Se la teologia è davvero la più bella di tutte le scienze, lo è solo nella misura in cui si sforza di farsi contemplazione ammirata e grata della sapienza, della grandezza, della bellezza del mistero divino rivelatoci in Gesù Cristo. E questo io le ho chiesto. Ma giusto fin qui. Oltre c’è l’uomo.
Perché non appena accenna a farsi ortodossia, essa diventa pericolosa e tende a trasformarsi in una minaccia; perché tale è anche il suo contrario, l’eterodossia: una pericolosa minaccia, a cui si può rispondere solo con le stesse armi. Tu minacci me? e io ti rispondo minacciandoti. Tu metti in pericolo la mia ortodossia? e io reagisco attaccando e demolendo la tua.
A questo punto il contraddittorio si fa contrasto, la contrapposizione separazione, la differenza eresia, la distinzione scisma, la diversità lotta aperta, l’ammonizione minaccia, lo zelo per la verità si fa persecuzione, repressione, volontà di annientamento, da una parte e dall’altra. Esagerato? Non proprio: non fu così con gli albigesi? con i seguaci di fra Dolcino, la defenestrazione di Praga, la notte di san Bartolomeo…? E sai quante altre se ne potrebbero citare… La caccia all’eretico fa giusto il paio con la caccia alle streghe, e tutto questo non rientra fra le glorie del cristianesimo.
Che c’entra la teologia con tutto questo? C’entra, c’entra! E come se c’entra!
Non che l’intolleranza sia inscritta nello statuto della teologia, questo no; non lo penso e non potrei mai dirlo e tanto meno scriverlo.
Ma l’intolleranza è inscritta nella psiche umana e sembra configurarsi come un istinto di autodifesa: la tua idea, diversa dalla mia, è una minaccia per la mia fede, poiché vi introduce un tarlo che la corrode, la mina, la mette in pericolo. E allora io la combatto, perché è un pericolo per quelli come me, per quelli che sono, come me, nella verità. E io li devo difendere, per il loro bene. Se è la verità ci fa liberi (Gv 8,32), io, pastore, devo difendere il mio gregge dall’errore, affinché non abbiano a cadervi.
Così hanno sempre pensato le Chiese. E la Chiesa cattolica in particolare. Perché mentre altre chiese fanno un certo spazio alla tolleranza verso idee diverse dalle proprie (i protestanti si sono quasi subito aperti alla molteplicità di visioni al loro interno), la Chiesa cattolica ha messo in atto tutti i mezzi per impedire la propagazione di quello che essa definiva errore. Da qui la gelosa difesa, da parte della Chiesa cattolica, della sua autorità e delle sue prerogative nei confronti delle scuole di teologia, di qualunque grado e livello, e dell’insegnamento religioso in generale (nelle scuole di Stato per esempio). La teologia che mi consente di conoscere la verità, mi consente anche, anzi m’impone di difendere il gregge di Dio dall’errore che lo renderebbe di nuovo schiavo. E il dramma è che, proprio mentre io parlo e agisco per la salvezza, metto in atto meccanismi di distruzione di quell’unità che è poi il segno più eloquente della salvezza conseguita.
Queste idee mi ronzavano per la testa ieri, mentre sentivo parlare della teologia come della più bella scienza del mondo. Se sia la più bella non lo so; per certo so che è una delle più pericolose, specialmente quando si sposa con lo zelo per la salvezza a tutti i costi del genere umano. E qualche altra cosa so per certo, che la teologia non è parola di Dio all’uomo, ma è la parola dell’uomo sul mistero di Dio. Come tale la teologia è sempre a rischio di errore. Ancora: se la teologia è una scienza, allora il Vangelo non è teologia. Perché il Vangelo non è e non può essere una scienza: è annuncio, profezia, contemplazione del mistero di Dio e del suo Cristo. E neppure sarà lecito dimenticare che la salvezza è sì un dono offerto a tutti, ma che nessuno può arrogarsi di far sì che sia accettato da tutti. Che Gesù ha detto «andate in tutto il mondo e predicate a tutte le creature» (Mc 16,15), ma non ha mai aggiunto: e torturate, ammazzate, squartate, bruciate tutti quelli che non crederanno. La buona novella (evangelo) non potrà mai essere tradotta con parole come editto, precetto, obbligo, legge, decreto. Se la buona novella è amore, non potrà mai essere precettata.
E se proprio volete fare qualcosa di più che solo annunciarla, allora testimoniatela: allontanate da voi ogni cosa che gli faccia velo, fuggite ogni odio, e soprattutto amatevi come io ho amato voi. Da questo capiranno chi sono io, e che cos’è il vangelo. E forse allora vi crederanno, e credendo a voi crederanno al vangelo. E credendo al vangelo, saranno salvi.

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