E se un passo indietro lo facesse anche la chiesa?

Un passo indietro da che? Mah, non saprei come dire… dal ruinismo forse? Forse sì, anzi: dal Ruinismo. Così si capisce meglio di che parlo.
Fateci caso: l’era Ruini è durata anch’essa un ventennio: 5 come segretario generale della CEI, e 16 come presidente.
Vi dice qualcosa 20 anni? Mussolini? Sì, anzi, 21 anche per lui.
O Berlusconi? Anche; ma con lo sconto: finora solo 18 (dal ‘93 all’ ’11 e non tutti al potere. Ma forse ci spera ancora.
Che siano proprio i vent’anni l’unità di misura protocollare per gli “uomini della provvidenza” in Italia? Vent’anni dunque, più o meno, tanto per darci una regolata.
Ma non è del dittatore romagnolo e neanche del secondo, del taicoon brianzolo, che intendo parlare stavolta, ma proprio del primo, di colui che qualcuno ha voluto avvicinare ai Richelieu, Mazzarino, Talleyrand. Accostamenti ingenerosi, anzi decisamente ingiusti, anzi assolutamente offensivi. Del card. Camillo Ruini, braccio destro di Giovanni Paolo II per i suoi rapporti con la Chiesa Italiana (Vicario del papa per la diocesi di Roma e per ben tre mandati Presidente della CEI per personale decisione del pontefice), tutto si può dire meno che non fosse un vero uomo di Chiesa, a servizio della quale spese, e tuttora spende, tutto sé stesso: intelligenza, passione, energie fisiche e morali; tanto che se proprio si volesse per forza accostarlo a qualcuno senza rischiare l’affronto, l’accostamento più pertinente potrebbe essere quello proposto da Marco Travaglio sul Fatto quotidiano, quando lo descrive come “l’Andreotti del Vaticano”. Ma con una riserva: il divo Giulio fu davvero l’uomo di tutte le stagioni, mentre il cardinalissimo fu l’uomo d’un solo papa e d’una sola stagione, quella di papa Wojtyla per ciò che concerne la Chiesa e della coincidente stagione berlusconiana per i rapporti con la politica italiana. Le piccole sbavature di tempo fra i due cicli sono infatti di scarso rilievo: Ruini Presidente CEI 1991- 2007; Berlusconi 1993- 2011.
Si è parlato molto di Ruini uomo politico. E non sempre in suo favore. Se tutti gli hanno riconosciuto una consumata “ars politica” non tutti ne hanno apprezzato i metodi, le scelte e soprattutto gli esiti.
Il suo capolavoro è stato certamente la schiacciante vittoria nel referendum del 2005, nel quale il 74,1% degli italiani, disertando le urne, hanno impedito che venisse abrogata la legge 40/2004 che pone forti limiti alle pratiche di procreazione assistita. Di fronte al diluvio di critiche che si abbatterono sulla Chiesa per la sua ingerenza nella legislazione relativa al riconoscimento dei diritti civili di cittadini che non si riconoscono nel pensiero e nei principi etici cristiani, il cardinale uscì nella famosa sentenza che ne sintetizza in maniera compiuta tutta la sua Kircheanschauung (visione della Chiesa e del suo modo di essere e di porsi nel mondo): «Meglio essere contestati che irrilevanti». Una specie di testamento politico “alla memoria”, perché sia di guida per chi verrà dopo.
Certo il Card. Ruini non era il solo a pensarla così; con lui e dietro di lui una vasta area di consenso nella Chiesa di Giovanni Paolo II, il papa con il turbo, meglio ancora con il jet: uomini del pensiero forte, fortissimo che non concepiscono e non ammettono tentennamenti dubbi incertezze. Per i quali il bianco può essere solo bianco e il nero solo nero. Senza sfumature. Senza mezze misure. E questo non solo per me, ma per tutti, perché ciò che è vero per me “deve” essere vero per tutti, perché se così non fosse non potrebbe essere vero nemmeno per me. Il consenso mi consola e mi dà forza. Mi sostiene e mi sospinge. Mi stimola e mi dà coraggio. Non era così anche per il Cavaliere? Non erano i sondaggi la sua droga quotidiana? Non era il calo del gradimento presso i suoi elettori il grave cruccio che gli aveva tolto, nelle ultime settimane della suo “regno”, ogni sorriso dalla bocca, ogni lampo di sicurezza e di sfida dagli occhi? Chi ne ha osservato il volto, spento, terreo, mentre l’ex delfino Alfano (passi l’allitterazione) leggeva in Aula la dichiarazione di voto a favore del governo Monti – si sarà reso conto di quanto quel ruolo gregario gli fosse sgradito, di quanto gli possa essere costato quel “passo indietro” fatale che per lui significava una bocciatura della Storia sul suo operato, una specie di 25 luglio che gli gridava in faccia che il suo tempo era scaduto, che il suo “pubblico” gli stava girando le spalle.
C’entra qualcosa questo con Ruini? Certo che c’entra, e come! Perché Berlusconi e Ruini si somigliavano molto in questo (solo in questo per carità, ci mancherebbe!). E c’è da scommettere che a Ruini non deve aver fatto piacere la caduta di Berlusconi, col quale durante gli anni della buona fortuna, aveva stabilito una corsia preferenziale. Non si trascuri il fatto che la legge che il cardinale ha difeso contro l’assalto del referendum voluto dai cosiddetti laicisti, tutti ugualmente asserviti alle sinistre, era una legge voluta e fatta approvare da Berlusconi, con la benedizione della Segreteria di Stato Vaticano che pure, per l’occasione aveva dovuto fare buon viso a cattivo gioco.
Non erano certo mancati i mugugni di vasti strati di cattolici durante questi anni di discreta ma pur evidentissima intesa fra la Santa Sede e Palazzo Chigi, un’intesa che faceva comodo a tutti perché, se il sostegno della Chiesa tornava assai utile al centrodestra al momento delle elezioni, non è che alla Chiesa non ne venisse un qualche sostanzioso ritorno in agevolazioni magari fiscali o legislative.
E così si andò avanti finché l’orchestra di Arcore non attaccò e il coro non intonò il bunga bunga.
Fu allora che qualcosa si ruppe nella “strana coppia”. Fu allora che il card. Bertone, decise di non farsi più vedere ai pranzi a casa Vespa in compagnia dei Berlusconi (Silvio e Marina), Casini, G.Letta, Draghi e Geronzi, compagnia diventata ormai troppo scomoda. Tanto più che in primavera c’era stato il rovescio elettorale che aveva reso evidente che il centro destra non era più quel cavallo invincibile su cui si era sempre scommesso fin lì. Contemporaneamente cominciava a reagire e a mormorare sempre più “rumorosamente” anche la stampa cattolica locale cui cominciava a unirsi anche il quotidiano dei vescovi Avvenire che aveva mal digerito l’affaire Boffo.
E finalmente, assordante, esplose il tuono Bagnasco, e per l’idillio del plutocrate con la religione del “beati i poveri” fu la fine.
Allora quei cattolici che fin lì si erano sentiti mortificati e quasi traditi, hanno rialzato la testa, hanno ripreso a sperare e perfino a parlare. Chi alla Chiesa dei “Credenti rilevanti” aveva preferito quella dei “Testimoni irrilevanti” hanno ritrovato fiducia. Forse anche così si può diffondere il Vangelo, o forse soprattutto così: riconoscendo agli altri il diritto di non credere, purché rispettino quello di credere; di rivendicare i propri diritti, purché agli altri sia riconosciuto quello di difendere i propri e quelli di chi non può ancora o non può più difendere i propri; purché la loro libertà non consista nel calpestare la nostra; purché chi si inebria dei nuovi valori, non si senta autorizzato a calpestare gli antichi e i simboli che li esprimono.
In un mondo così, potrei trovarmi bene anch’io.

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