Crisi del cristianesimo o crisi del cristiano

Mezzo seduto sul mio letto nella stanza n.8 della Popper Station dell’Universitäts Klinikum di Freiburg in Breisgau, una delle perle direttamente ai margini della Foresta nera, mi vedo raggiungere da una frase di qualcosa come 1900 anni fa, uno più uno meno: una di quelle frasi che bastano da sole a spalancarti una finestra sul mondo, aprendoti scenari forse già sospettati o intuiti, ma che ora ti si disvelano in una luce come del tutto nuova.
La frase e brevissima, folgorante: «Ciò che l’anima è nel corpo, i cristiani lo sono nel mondo» (Lettera a Diognèto).
Che cos’è allora l’anima nel corpo, cosa fa, che ruolo vi gioca, qual è la sua funzione.
Nessun discorso filosofico sull’anima, per carità, nessuna disputa con chi perfino la nega. Basterà parlare di ciò che nel comune sentire l’anima rappresenta per tutti noi che continuamente l’abbiamo sulle labbra e di cui ognuno di noi potrebbe dire le stesse parole che sant’Agostino scrisse sul tempo: cos’è il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se qualcuno me lo domanda, non lo so più (Confessioni, c.11).
Anche perché dell’anima, si può parlare in molte modi: filosofico, teologico o più generalmente religioso, psicologico, etico, poetico, metaforico, psicanalitico, psichiatrico e altro ancora. Sarà allora opportuno chiarire che io qui ne parlerò solo nel suo senso filosofico-religioso, come principio “individuante” della persona, ciò che fa di un essere vivente “questo” essere vivente, che fa di questo essere vivente un uomo, che fa di ogni individuo umano una persona, questa persona, ognuna col suo proprio nome.
Questo sembra essere il primo effetto sicuro di quel principio che in una visione dualistica dell’uomo (massa come materia, anima come spirito) suole essere chiamato anima.
Continuando in questa messa a punto del concetto, bisognerà guardarsi bene dal confondere l’anima con la psiche (termine greco corrispondente, ma ormai fatto proprio quasi in esclusiva dalla psicologia e soprattutto dalla psicanalisi): la prima gioca il suo ruolo sul piano costitutivo (ontologico) dell’uomo, il secondo gioca il suo a livello psichico, psicologico, psichiatrico, caratteriale… Che poi fra i due ruoli ci sia uno stretto rapporto di contatto, contiguità, interdipendenza, influenza, fino alla vera e propria identità, è ovviamente negato da chi nega la stessa esistenza di un’anima “altra” dalla materia di cui è composto tutto l’universo (materia═energia) e l’uomo stesso, mentre è considerata cosa evidente da chi accetta e difende un dualismo costitutivo (materia-spirito) nell’uomo.
Come cristiano io non posso che schierarmi dalla parte dei secondi, e dunque dalla parte di coloro che vedono nell’anima quella scintilla divina che ci conferisce quel principio di vita sopra-materiale (“sopra” nel senso di altro-da-materiale) che, se la si accetta, va accettata come una vera clamorosa irruzione di un “ordine altro”, in un universo che appare invece del tutto unificato nel concetto totalizzante di “energia”.
Accettare il concetto di “anima spirituale”, significa allora introdurre nell’unico concetto di universo che la fisica oggi riconosce, qualcosa che contraddice radicalmente alle leggi dell’energia che naturalmente contengono un solo articolo e un solo comma: l’energia più forte ha sempre ragione.
Ma se questa è l’unica realtà che la fisica oggi riconosce, da dove le viene allora quel “quid novum” che a quell’unica ferrea legge del più forte trasgredisce, per introdurre nell’universo dell’«uomo lupo per l’uomo» (Hobbes), eresie come la compassione, la solidarietà, la condivisione, l’altruismo, addirittura la disponibilità al sacrificio di sé in favore dell’altro, dello sconosciuto, del povero, del debole, del perdente; un sacrificio da cui non hai niente di buono da aspettarti per te, nessun ritorno, nessun vantaggio. È compatibile questo con la “stoffa dell’universo” tutta tessuta col filo d’acciaio della forza, filo che nulla mai potrà né rompere né tagliare? È su argomenti come questo che Vito Mancuso fonda la sua ricerca sull’anima.
Ma è ormai il momento di tornare a Diognèto e alle sue parole nella frase citata: «ciò che l’anima è per il corpo, i cristiani lo sono nel mondo». Quando l’ho riletta, mi son detto: qui c’è la risposta a tutte le nostre angosce. La risposta, sia chiaro, non la soluzione. Perché, come non basta una corretta diagnosi per curare un male (con essa si richiede una terapia e una corretta applicazione della stessa), così è per i mali di ieri e di oggi della Chiesa.
Allora mi son chiesto: come mai la Chiesa ha potuto dimenticare per tanto tempo queste parole?
E oggi che la Chiesa va cercando risposte alle sue domande e cure per i suoi mali presso i nuovi sapienti e àuguri armati di computer, perennemente seduti a tavole rotonde quadrate esagonali, cosa spera di trovarci di più? Perché la strada non può essere altra da quella: che la fede dei cristiani e la Chiesa si facciano anima del mondo.
Anima: come elemento identificante, che si “veda” che la Chiesa è qui in vece di chi l’ha generata, Cristo Gesù (proclamarlo non basta).
Chiesa: va intesa nella sua parte più generosa e profetica, più nascosta e più vera, umile, povera.
Mondo: non quello posto sotto il maligno (Giovanni), il mondo dei potenti, degli Erode, dei Pilato, dei Caifa. Attualizzando: finanzieri senza scrupoli, politici corrotti e insaziabili, manipolatori dell’informazione sempre disposti all’obbedienza come altrettanti don Abbondio; nel quale la mamme e i padri hanno smesso di educare i figli “al bene”, trovando molto più conveniente avviarli alla caccia “ai beni”; dove i ferraioli delle eminenze si fanno vedere volentieri alle mense dei potenti di turno, nella speranza di ricavarne qualche vantaggio per “la causa”.
E mentre a Roma si celebra e si confabula sulle “lagrime e sangue” degli altri, (perché i potenti di turno, per ciò che li riguarda, han tirato il freno a mano), a Sagunto (tutto il povero mondo dei poveri) si muore. Roma e Sagunto come metafora del mondo intero: dovunque una manciata di strapotenti senza scrupoli gioca con la vita e la morte di miliardi di uomini, che hanno avuto il solo torto di nascere; dove si può morire, con l’abito da sposa indosso o col bimbo attaccato al seno, per l’esplosivo di chi si fa saltare in aria per acquistarsi il paradiso e lastricarsi coi cadaveri una strada per il cielo.
È di questo mondo che i cristiani devono sapersi “fare anima”, voce che grida nei “popolosi deserti” delle nostre società del benessere, dove ognuno vive per sé: e degli altri, si salvi chi può. In fondo il mondo è solo una savana: appena la leonessa ha azzannato la sua preda e incomincia a sbranarla, il branco delle gazzelle si ricompone e ricomincia a brucare. È solo una di meno, e almeno per oggi il branco è al sicuro.
Su questo silenzio e su questa tragica pace, mi piacerebbe sentire una voce che non si limiti a predicare: non serve più.
Voce che sa farsi azione, lutto condiviso, che si straccia le vesti non per denunciare uno scandalo, ma per farne pezzi per rivestire qualche nudo: come il soldato Martino, come le antiche “Carità romane” che denudavano i seni e l’offrivano a vecchi e poppanti: al poppante per nutrirlo col latte, al vecchio per riscaldargli il cuore.
Finora di queste cose io ho solo scritto e parlato. Ora dovrò cominciare a pensare di fare qualcosa anch’io.

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