Un grande giorno e un filo d’amarezza

Ero studente di filosofia a Roma quel 2 maggio 1960, quando nella camera a gas del penitenziario di San Quentin, in California, fu giustiziato, dopo un’estenuante serie di rinvii, Caryl Chessman, reo di rapina e stupro ai danni della vittima, dopo 12 anni di permanenza nella grazie a lui celeberrima ‘2455 cella della morte’ (il titolo del suo clamoroso best seller mondiale). Quel giorno migliaia di dimostranti s’erano dati convegno davanti al penitenziario per protestare contro quell’esecuzione, per invocarne ancora una volta il rinvio. Tra loro l’ancor giovane Marlon Brando che lanciava il suo appello: «Oggi è una bellissima giornata di maggio, in cui nessun uomo deve morire». Ma Caryl Chessman fu fatto morire.
Chessman s’era sempre dichiarato innocente. Studiando in carcere il diritto penale era diventato il miglior avvocato di sé stesso. Per l’opinione pubblica mondiale fu un autentico shock: si può ben dire che quel libro rappresentò la consacrazione su scala mondiale della lotta contro la pena di morte. Quella morte fece su di me un’impressione profonda. In quell’occasione scrissi il primo ‘articolo’ della mia vita, naturalmente mai pubblicato: in esso mi sforzavo di mettere in evidenza tutta la barbarie e l’ingiustizia della pena di morte. Tre le ragioni: 1. la possibilità sempre in agguato dell’errore giudiziario; 2. la pena, dopo Cesare Beccarla, prima ancora che a punire deve mirare a recuperare il colpevole; 3. raramente, specialmente quando si tratta di delitti ‘una tantum’ e comunque non ‘serial’, l’uomo che viene ucciso è lo stesso che ha commesso il delitto. Nel senso che il tempo trascorso tra il delitto e l’esecuzione della pena ha già profondamente cambiato il suo cuore e la sua coscienza. Da quel giorno non ho mai più avuto mai ripensamenti .
Da quel lontano 2 maggio sono passati quasi 28 anni; e 243 ne sono trascorsi da quando Cesare Beccarla pubblicò il suo ‘Dei delitti e delle pene’ (1764), l’opera che avviò il processo di presa di coscienza, dell’Italia e dell’Europa prima e poi del mondo intero, sulla crudeltà e l’inciviltà della pena capitale. 243 anni: può sembrare un’eternità, ma purtroppo è la regola: le idee, come le grandi piante destinate a sfidare i secoli, hanno bisogno di tempo per crescere; anzi, più sono grandi le idee più hanno bisogno di tempo per imporsi, proprio come le querce o le sequoie o gli alberi del Tule. La realtà è che gli umani succhiano col latte materno e dall’aria che respirano tutte le idee e i pregiudizi della generazione di cui sono figli. Tagliare con quelle idee e quei ‘valori’ è un po’ quasi ‘un uccidere il padre e la madre’. Così come è duro rinunciare a credere, o almeno a sperare, di disporre dei mezzi capaci di rendere sicura e ordinata la nostra vita sempre minacciata dalla malvagità. Ma il 18 dicembre del 2007 ha dimostrato che «l’umanizzazione» della specie umana, anche se lenta, continua malgrado tutte le battute d’arresto. E bisogna riconoscere che su questa strada i contributi possono venire da ogni punto cardinale. Mi spiego.
In questa vicenda un ruolo di protagonista va riconosciuto al movimento del tutto laico, anzi radicale, di «Nessuno tocchi Caino». E buon per i cattolici che la «Comunità di sant’Egidio» ha saputo farsi suo buon compagno di viaggio e di lotta. Certo non sono mancati da parte della Chiesa appelli anche forti per la concessione della grazia nei singoli casi, ma non mi pare di ricordare un impegno in proposito che assomigli agli sforzi di recente prodotti dalla Santa Sede e dalla CEI sui problemi della bioetica, della famiglia tradizionale, dell’eutanasia e dell’aborto.
C’è un’altra prova di questa libertà dello Spirito Santo nello scegliere da quale punto cardinale far spirare il suo soffio creatore: è la proposta del laico teo-con Giuliano Ferrara di invocare una «grande moratoria» a livello mondiale su un’altra grande strage, questa volta davvero degli ‘innocenti’ – embrioni e feti –, strage che invece viene sbandierata come grande conquista di civiltà. Certo si fatica meno a eliminare chi non ha neppure la voce per farti sentire che piange al pensiero di non essere ammesso alla ‘festa della vita’, che non ha neppure gli occhi per mostrarti le lagrime che non verranno mai versate né per la gioia né per il dolore di vivere. Grazie, Giulianone. Lo Spirito Santo può soffiare anche dai capaci polmoni di un ateo devoto. Mica meraviglioso?

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