Cosa stanno facendo della ‘sua’ casa?

Non è che non se ne sapesse niente. Sono anni che Magdi Allam (solo un nome tra gli altri), dal Corriere della Sera e dai vari periodici cui ha collaborato e collabora, sta lanciando i suoi allarmi, tra l’indifferenza e non di rado l’irrisione o almeno l’ironia dei più, specialmente d’una estrema sinistra miope e velleitaria, in questo come in tanti altri problemi.
Sono anni che lo sta ripetendo: attenzione alle cosiddette moschee; assai più che di luoghi di culto, è di luoghi di proselitismo, di lotta e di iniziazione al terrorismo che si tratta. Vaglielo a far capire a chi è disposto a servirsi di tutto pur di infliggere un colpo all’invadenza della Chiesa cattolica in Italia. Per ottenere lo scopo, niente di meglio che ricorrere al sistema che per secoli ha consentito alla Penisola italiana d’essere – è il caso di dirlo – quella «pura espressione geografica» di cui aveva parlato con disprezzo il principe Klemens von Metternich al Congresso di Vienna (1814-1815), che sancì il ritorno dell’Italia alla sua dimensione di ‘terra a disposizione’ di chi ci arriva prima. E prima o poi c’erano arrivati tutti. Dai visigoti agli unni ai longobardi ai franchi ai normanni e più recentemente ai francesi, agli spagnoli agli austriaci. «Divide et impera» era il lucido, cinico principio formulato dai romani: questi antichi signori del mondo se ne erano serviti ampiamente per mantenere in piedi il loro immenso impero; i loro tardi epigoni se ne servirono per mantenere divisa l’Italia a vantaggio dei loro principati e ducati, mentre in Europa s’andavano formando le grandi monarchie e i grandi stati moderni. L’Italia ‘terra a disposizione’: prima i Comuni, poi le Signorie: pronti, tutti, a farsi la guerra, a dissanguarsi a vicenda, sotto l’attenta e accorta regia dello Stato pontificio, il più potente, il più protetto e il più geloso fra tutti gli staterelli d’Italia.
Oggi le grandi famiglie del Rinascimento italiano hanno lasciato il posto ai Magnifici Quattro (o Cinque? fate voi) della sinistra radicale, sempre più garantisti dei vari Garanti (e sa Dio se ne abbiamo di garanti in Italia!) a garantire ciò che nessuno, o quasi, se la sentirebbe di garantire a nessuno altrove.
Così garantiamo non solo il diritto alla moschea, come è giusto che sia (il diritto ad avere un luogo per il culto è sacrosanto); ma anche alla moschea-luogo-franco per le attività di destabilizzazione dell’ordinamento civile italiano, fucina di attività di proselitismo, di sovversione e perfino di terrorismo.
Dunque un giro di vite anti-islamico? Sono certo che molti dei miei lettori abituali se lo staranno chiedendo, dolorosamente sorpresi – e delusi – da questo mio imprevedibile cambio di rotta. Ma mi si segua bene. Niente, assolutamente niente contro i luoghi di culto islamici in Italia. Lo ho già scritto una volta, ma lo ripeterò per coloro che non mi lessero allora: uno dei primissimi, almeno in Umbria, a concedere una vecchia chiesetta sconsacrata a una piccola comunità islamica per incontri saltuari e per la celebrazione della festa di fine-Ramadam, fui proprio io. L’ho concessa finché me l’hanno chiesta. Ma erano riunioni di preghiera e di festa.
Oggi la situazione è cambiata e la vigilanza è d’obbligo. Ma questo non è affar mio, e se era solo per dire questo non avrei certo accettato di dire qualcosa sul caso di Pontefelcino. La chiave del mio intervento appare già dal titolo che propongo: ma cosa ne stiamo facendo, tutti noi credenti in un qualche Dio – che poi gira gira, sempre lo stesso Dio è – di quella che chiamiamo tutti, ognuno nella sua lingua e col suo colore, «casa di Dio»?. Gesù insorse contro chi ne aveva fatto «una spelonca di ladri» (Mt 21,13). Ma che cosa ne abbiamo fatto tutti noi? Quante delle nostre chiese, dei nostri santuari, sono diventate ‘botteghe’? Non intendo certo parlare dell’innocente angolo di souvenirs che si trova in ogni santuario (anche nel mio), ma di ciò che nelle chiese è avvenuto e ahimé può avvenire tuttora: incontri clandestini, confessioni come occasione di seduzione a danno di donne e, quel che è peggio, dei minori, accordi non sempre limpidi fra interessi e politica, interessi e religione.
Ho parlato prima di questo pericolo che di quello del terrorismo, perché nessuno mi accusi di usare solo un occhio, o di guardare il problema da una sola angolazione. I due problemi mi sono presenti ambedue, e tutt’e due in maniera drammatica. Ma perché, noi che crediamo – o diciamo di credere – in Dio, dobbiamo fare proprio di tutto per rendere intollerabile la sua stessa idea davanti agli uomini? Un Dio che mi chiede d’uccidere i miei simili, magari procurando a me stesso la morte solo per dare gloria a lui, non è un Dio: è un mostro che solo una mente mostruosa può concepire, e questa mente mostruosa non può appartenere che all’uomo. È quello che già altre volte ho detto e che certo ripeterò molte altre volte: non è Dio che mette quelle parole sulla bocca dell’uomo. È l’uomo che le mette sulla bocca di Dio. A che scopo? Per darsi una ragione nel praticare la ferocia e la strage, la seduzione e la corruzione. Per risultare più convincente. Per giungere più sicuramente allo scopo. E a chi può poi importare, se questo mio comportamento può indurre altri uomini a invocare a decretare e a procurare la morte di Dio per soppressione della sua stessa idea? Il Dio nel quale io credo, il Dio di cui io ho bisogno per poter vivere ancora, è un Dio che ama la pace. Che ha per unico comandamento l’amore. Questo Dio, vi prego, lasciatemelo ancora. E se proprio me lo vorrete uccidere, io farò tutto ciò che potrò fare per impedirvelo.

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